Podcast n. 98 – Il Mondo Nuovo – Elezioni europee. Tema politico, ma anche sfida storica.

La firma dei Trattati che istituirono la Comunità economica europea. Roma, Campidoglio 1957. Firmato dai sei paesi fondatori: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda. Per l’Italia firmarono Antonio Segni e Gaetano Martino.

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/elezioni-europee-sfida-politica-e-storica/

Versione scritta (DF/GPNews):

Le elezioni europee – uno show down tra europeisti e nazionalisti che si gioca in Italia e in Europa in questo week-end – mettono in movimento i partiti che abbiamo Quelli che sono, cioè,  il risultato di una storia un po’ sciupata che va da grandi classi dirigenti a ciò che noi stessi abbiamo accettato scendendo non pochi gradini della qualità.

Ma esse mettono in movimento anche liberi pensieri. Per alcuni sono veri e propri  sforzi culturali di ricerca sul nostro passato prossimo, su figure di riferimento con idealità nutrite di contenuti e di senso filosofico e etico nell’agire politico.

Non dico che questo sia nella testa di tutti. Ma in molti di noi questo appuntamento concreto, pragmatico, bipolare con un passaggio democratico come è il voto, non misura solo facce in lizza – questo mi piace, questo no – ma misura anche il “filo della storia”.

Cioè, quel percorso, magari sfuocato, magari approssimativo, per cui le parole chiave di una campagna elettorale, oppure la relazione che i media agitano per loro mestiere tra speranze e minacce, fa andare il pensiero al passato prossimo. Persino al passato remoto. Non tanto quello nostro, personale, delle nostre famiglie.  Ma quello della nostra comunità allargata.

Comunità e coscienza europea

Che – nel caso delle elezioni europee – non può essere solo la “comunità nazionale”.  Potrebbe almeno andare a quelle generazioni che erano certamente parte della formazione di una coscienza nazionale (così si diceva) nutrita da un serio superamento dell’asfittico nazionalismo.

Dunque, parte anche di una “coscienza europea” che a metà del ‘900 è diventata un’ancora di salvezza per paesi pieni di rovine provocate da armi dell’uno contro l’altro, per inventare qualcosa che doveva essere più che una riparazione. Doveva essere una “prevenzione”.

Come fu certamente l’dea della CECA – la comunità europea del carbone e dell’acciaio – immaginata come il cantiere concreto della ineludibilità del vincolo europeo: io faccio il carbone (la Francia) e tu fai l’acciaio (la Germania, cioè i due eterni nemici) e avremo bisogno l’uno dell’altro per sempre.  

Non si sarebbe arrivati ai “Trattati di Roma” nel 1957 senza quel decennio di sperimentazione dell’ineludibile. Che doveva dimostrarsi più forte e resistente di due guerre mondiali.

  • La prima, quella delle nazioni contro gli Imperi, molto alimentata dai signori della guerra – le fabbriche d’armi – che ritenevano più sbrigativa l’azione dei cannoni rispetto a quella della diplomazia (che sarebbe stata anche possibile). Pagina questa ancora seriamente controversa della storia italiana, raccontata con semplificato e propagandistico nazionalismo.
  • La seconda, quella delle nazioni democratiche per difendersi dall’aggressione delle nazioni totalitarie e nazifasciste, in un rapporto in bilico a lungo, risolta grazie agli americani che avevano tenuto a bada l’alleato dell’asse nazista, il Giappone, e grazie al popolo russo che aveva tenuto a  bada l’invasore tedesco a costo di morire di fame.

L’idea distorta di nazione – quella dei primatismi, quella degli assolutismi, quella dell’ uber alles, quella figlia del colonialismo – aveva impegnato il Novecento non alle elezioni, che non esistevano al riguardo. Ma alla creazione di una qualità della politica per dare corpo ad un pensiero che ci ha messo decenni per venire a capo della malattia. E che ne è venuta a capo perché, appunto, insieme alla politica c’era anche un “pensiero”. Nutrito da tutti i riferimenti culturali di un’epoca per altro straordinaria e creativa, in cui nessuno di loro pensava che Chopin fosse polacco, Kafka boemo, Picasso spagnolo, ma appunto – insieme a tanti altri –  fosse patrimonio comune.

Ma soprattutto “pensava”! Sconfinava il pensiero politico in quello storico, filosofico, sociologico, economico, giuridico.

L’idea di nazione – come ci ha insegnato Chabod – non ha confini strettamente amministrativi quanto è riferita alla dinamica di coscienza per non staccarsi dalla lezione della storia e per nutrirsi delle tante idealità maturate in comune per generare libertà, indipendenza e pace.  

Questo 2024 ci mette in collegamento con fattori della storia

Ecco, allora, che non casualmente anche a noi italiani questa prima parte del 2024 ci mette in comunicazione con il legame interpretativo e creativo della storia.

Ci propone scadenze dell’aggiornamento stesso della nostra interpretazione degli antefatti.

  • Inutile dire “il fascismo è morto e sepolto”, se esso rigurgita legittimazione, omologazione, sentimenti di riscossa.
  • Inutile dire “è la nazione, non la vaghezza europea, a  rispondere ai rischi della globalizzazione”, quando si può essere parte di processi globali influenzandone il corso non solo subendolo.
  • Inutile dire “le armi rispondono alla difesa di una patria, non alla difesa di una burocrazia”, quando le condizioni di guerre trasformate digitalmente e enuclearmene, che sono sotto i nostri occhi, conoscono solo le regole dei global player non quelle del vicino di casa.  

Questi dibattiti in realtà dividono il popolo acculturato dal popolo “analfabeta” (in senso funzionale).

È duro dirlo, in questa fase storica in cui le rappresentanze politiche stanno nel mondo cambiando radicamento sociale.

Con evidenza negli Usa, con diffusione  in Europa, comincia ad essere chiaro il sentimento contro gli istruiti che viene rivendicato dai partiti di destra, anzi di estrema destra, che nella devianza populista leggono qui bacini di voti, magari un po’ sottratti all’astensionismo. Così che a destra aumenta il voto delle classi subalterna e a sinistra aumenta il voto delle classi dirigenti.

Fa impressione, ma è così.

E anche per questo dobbiamo dire con forza che il taglio della politica dalla cultura e dalla ricerca storica è parte di questo stravolgimento.

Ecco, insomma, perché con l’occasione di queste elezioni, il pensiero va ad alcune storie che ci riguardano – qui parlo come italiani – di cui parliamo in questo periodo, con il timore che malgrado l’intensità e la frequenza di questi discorsi l’ambito di coinvolgimento resti circoscritto a chi già ne sa, a chi già sa dove porta quel “filo dello storia”.

Magari ripassa, magari aggiunge elementi di interpretazione.

Ma pochi, temo,  restano folgorati dall’affanno mediatico che c’è attorno a queste “celebrazioni”. Dunque – come dico da tempo – la “divulgazione civile” dovrebbe oggi avere altre basi, altri investimenti, altra metodologia.

E comunque riferiamoci a questa ricerca in atto – tra nomi e pagine della nostra storia, oggi secolare – e vediamo alcuni nessi con quello che qui stiamo dicendo.

Non posso nel breve giro di tempo di un podcast avere la ben che minima possibilità di essere non dico esaustivo ma corretto dal punto di vista della pluralità effettiva dei casi.

Celebrazioni e dibattiti in corso

Circoscrivo dunque la riflessione ad alcuni casi – oggetto di cronache di dibattiti in corso – che si riferiscono agli esponenti della democrazia italiana espressa dalle culture post-risorgimentali, in senso ampio dico liberal-democratiche ovvero liberal-socialiste – che si sono trovate a fronteggiare il fascismo nella sua  fase insorgente e che avendo il fascismo insorgente in primissimo grado la voglia di far fuori “gli istruiti, colti, professorali” esponenti della cultura appartenente alla democrazia liberale, questi furono i primi veri nemici di Mussolini “rivoluzionario”(poco importa se passato in modo disinvolto dall’estrema sinistra all’estrema destra).

E questo si dimostrò in quegli anni (prima parte degli anni ’20) proprio il prezzo più alto che costoro pagarono.

Non mi sto riferendo a tutto l’antifascismo italiano, carico di nomi illustri e di figure che si possono riferire ad un ampio spettro di culture politiche poi avranno incarnazione nei partiti, sia di massa che di opinione, che risorgeranno. E carico anche di anonimo contributo, soprattutto di giovani che seppero generare il vero fondamento dell’onore della nazione.

Penso comunque  a chi – misurandosi  prima con  il dannunzianesimo, poi con lo squadrismo, poi con le collusioni con gli interessi degli agrari, poi con  i voltafaccia, poi con il rivoluzionarismo a parole, poi con la marcia su Roma, poi con  gli errori di casa Savoia, poi con  il compiacimento di ambiti liberali e popolari che accettarono il primo governo Mussolini con il proposito di ingabbiarlo e magari riportare il Paese ad elezioni –capì prima e comunque in tempo la natura del cambiamento in corso.  Chi dunque reagiva, organizzava, proponeva elementi di resistenza. E che naturalmente era destinato a soccombere. Chi con la vita, chi con l’esilio, chi con l’assoluta emarginazione.

L’elenco dei perseguitati nel triennio 1922-1925 è ovviamente cospicuo.

Basterebbe solo cominciare dai 142 parlamentari soppressi dal loro mandato solo perché “di opposizione”, in un tempo in cui si andava decidendo di abolire il ruolo democratico dell’opposizione.

Ma c’è una vera persecuzione nei confronti di figure già di grande rilievo che subiscono aggressione fisica e non solo strali politici.

  • Capolista di quell’Italia con la schiena dritta e la mente lucida a fronte del vero e del falso che la storia a volte presenta con ambiguità è certamente Giacomo Matteotti, capo del gruppo parlamentare dei socialisti riformisti alla Camera dei Deputati che intervenne contro le violenze e i brogli elettorali dei fascisti 126 volte in Parlamento e che,  con particolare organizzazione degli argomenti, nel 1921 pubblicò la sua famosa Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia e  nel 1924 pubblicò a Londra, la traduzione del suo libro Un anno di dominazione fascista, col titolo The Fascists exposed; a year of Fascist Domination e il 24 maggio tenne la sua notissima arringa – cento volte interrotta dai deputati di maggioranza – che portò alla decisione del regime e della polizia di cancellarlo non solo dalle liste parlamentari ma anche dal novero dei viventi. Matteotti ovvero la solitudine di un  riformista, che affrontò l’aggressione dei fascisti ma anche l’irrisione della maggioranza del suo partito e dopo il 21 della sua area di sinistra, cioè dei massimalisti (financo Gramsci  lo dipinse come “il pellegrino del nulla” con  l’idea che i riformisti “parlano ma poi non fanno”).
  • In questi anni abbiamo lavorato per riportare alla giusta valutazione storica l’operato politico e intellettuale di Francesco Saverio Nitti, appartenente da inizio secolo al piccolo Partito Radicale, di mazziniana memoria, esponente del liberalismo riformatore, alla fine cosa diversa rispetto ai giolittiani, capo del governo italiano tra il 1919 e il 1920, a sua volta con la tenaglia avversa del fascismo insorgente (a cominciare dal dannunzianesimo) e poi in forma pressante dal massimalismo social-comunista, tanto che tra scioperi e opuscoli dispregiativi – di cui si mostrò persino troppo incurante – si creò il varco di una sorta di delegittimazione in cui gli squadristi fascisti furono a loro agio nel distruggergli nel novembre del 1923 la casa romana, a danneggiargli la casa napoletana e a minacciarlo in Basilicata. La posizione di Nitti rispetto al governo Mussolini fu di netta contrarietà, a differenza di ambiti popolari e liberali che accettarono per i primi due anni di partecipare nell’idea di creare condizioni di controllo e di ritorno sollecito alle elezioni. Loro giustificazione e loro illusione. Nitti riparò in esilio con tutta la sua numerosa famiglia, prima Zurigo e poi la Francia e tornò in Italia solo a metà 1945 dopo due anni di deportazione dei nazisti in Tirolo.
  • Permettete una piccola annotazione per dare connotazione al tema della storia che non finisce mai. In questi giorni uno dei numerosi nipoti di Nitti, il decano, Mariano Dolci, figlio di Maria Luigia Nitti, ha scritto una lettera che vorrebbe arrivasse al capo dello Stato e alla premier Giorgia Meloni, per chiedere di revocare la decisione – contrabbandata come un omaggio ai 100 anni della Roma – presa dal Ministro dell’Impresa e del Made in Italy (pensate un po’), Adolfo Urso, di Fratelli d’Italia, di concedere la stampa di un francobollo della Repubblica italiana a Italo Foschi. Mariano Dolci e tutta la stampa del Veneto (oltre a Famiglia Cristiana) hanno spiegato chi è Italo Foschi. È lo squadrista che organizzò e diresse la distruzione della casa di Nitti a Roma. Più di questo e,ra parte della polizia implicata con il caso Matteotti che fu al tempo fatto fuoriuscire dal partito fascista per poi riammetterlo dopo e che ebbe naturalmente il suo ruolo come repubblichino filo nazista nei due “patriottici anni” che vanno dal 1943 al 1945.
  • Conseguenze gravi  per la loro tenacia antifascista toccarono a personalità della cultura liberale come Giovanni Amendola – che era stato sottosegretario alle Finanze nel breve secondo governo Nitti e poi Ministro delle Colonie con Facta, un’altra figura di particolare rilievo nel connettere politica e cultura (lui filosofo;  Nitti economista, ma anche storico e in senso moderno si direbbe sociologo e antropologo), che finì la sua vita riparando in Francia dopo aggressioni e bastonate a cui non sopravvisse morendo nel 1924.
  • E uguale sorte toccò a una personalità di grande forza intellettuale e di meravigliosa energia editoriale che fu Piero Gobetti autore del saggio di bandiera di un altro “liberalismo”, la Rivoluzione liberale, creatore delle riviste Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti, importanti contributi alla vita politica e culturale prima che le aggressioni  e i pestaggi subiti dallo squadrismo fascista provocassero un tale declino delle sue condizioni di salute da portarlo a morte prematura a nemmeno 25 anni di età durante l’esilio francese.
  • Con le figure di don Luigi Sturzo e di Antonio Gramsci si completa questo novero comprendendo anche figure speciali della cultura politica cattolica e comunista.  Per la loro vita difficile, la singolarità e la complessità delle loro posizioni, in un certo senso anche per la loro condizione minoritaria in tante fasi della loro vita politica, anche interna al loro quadro di appartenenza, entrambi disarmati della loro libertà dal fascismo, entrambi con un correlato di pensiero culturale che influenzò non poco il Novecento.

I “nemici di Mussolini”

I “nemici di Mussolini” – l’indovinato titolo che Marzio Breda e Stefano Caretti ora danno giustamente all’ultimo dei tanti libri su Matteotti – non furono italiani qualunque,  isolati e denigratori della Patria (secondo i caratteri segnalatici della polizia di allora).

Furono coloro che diedero anima e senso alla parola “patrioti” per tutto il Novecento (due di loro – Giuseppe Saragat e Sandro Pertini – furono persino presidenti della Repubblica italiana in tempi successivi). Tutti capaci di declinare il loro pensiero e la loro azione contro il nazionalismo, mistificato come patriottismo.

Il voto che l’Europa esprime oggi e domani e né più e né meno un referendum su questa storia, su queste storie, su questi corsi e ricorsi che appaiono persino nello schema millenario di quella che Nitti chiamava “L’Europa senza pace”. Almeno noi, figli dell’Europa da ottanta anni in pace, proviamo a ricordarlo.

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