L’assassinio di Emilio Alessandrini – La doppia memoria di Igino Domanin

A 45 anni dall’assassinio (per mano di Prima Linea) del giudice Emilio Alessandrini, l’accurata memoria di Igino Domanin. Il nipote del giudice racconta (ed. Marsilio) la vicenda dell’eroe comune nel contesto della guerra degli anni ‘70 tra lo Stato e l’eversione e scorrendo in parallelo la percezione del tempo delle generazioni viventi[1].

Testo della recensione pubblicata dalla rivista Mondoperaio n. 6/giugno 2024

Stefano Rolando

Ho letto con tensione e coinvolgimento – a 45 anni da un capitolo doloroso del nostro vissuto generazionale e civile – la rievocazione dell’omicidio di un giovane giudice italiano (36 anni), già con straordinarie esperienze, motivato a dare il suo contributo per un paese migliore, che pochi mesi dopo la drammatica conclusione del “caso Moro” e cinque giorni dopo l’assassinio di un operaio comunista esponente della CGIL (Guido Rossa) rappresentò non il primo magistrato nel mirino del terrorismo ma il primo magistrato ucciso a Milano. Città  in prima linea di fronte all’eversione originata dall’estrema destra e dall’estrema sinistra.

Emilio Alessandrini (Penne, 30 agosto 1942 – Milano, 29 gennaio 1979) 

Emilio Alessandrini ebbe il merito di avere ribaltato il depistaggio investigativo sulla strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), accertando il coinvolgimento dell’estremismo fascista e la copertura dei servizi segreti dell’apparato dello Stato italiano. E poi di avere gestito altri trattamenti giudiziari sul fronte nero e sul fronte rosso. Malgrado questo trovò  proprio un raggruppamento terroristico che si chiamava “Prima Linea” (parzialmente ricollocando brandelli di Lotta Continua dopo lo scioglimento)  a sceglierlo come un bersaglio piuttosto agevole (“incredibilmente privo di scorta”, come Sandro Pertini disse accorrendo ai suoi funerali in Duomo),  nel gareggiamento di questa organizzazione violenta ma meno strutturata sul piano militare e su quello ideologico rispetto alle Brigate Rosse (colonne locali, brigate, direzione strategica, eccetera). Dunque, un “gareggiamento” con gli artefici del delitto Moro e dell’omicidio di Guido Rossa.

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali a Milano di Emilio Alessandrini in Duomo, con duecentomila partecipanti (31.1.1979)

Per capire la consistenza della figura di Emilio Alessandrini (nato a Pescara nel  1942) nel novero della nuova  magistratura italiana figlia della piena formazione nei principi democratico-costituzionali, bisogna andare alla sintesi di queste poche e toste righe che Domanin fa a pagina 198 della sua ricostruzione:

L’ultimo anno della vita di Alessandrini è nel segno del pericolo, che si manifesta da direzioni opposte , al punto da rendergli impercettibile la minaccia reale. Il suo ruolo di giudice a Milano è intrecciato a vicende politiche eversive che partono dalla strage di piazza Fontana e arrivano ai giorni inquietanti del rapimento Moro. Ha indagato sui neofascisti, sui vertici militari e segreti, sulle responsabilità politiche dello stragismo, sui sanbabilini, sulla guerriglia urbana, sui primi movimenti delle BR a Milano, sull’Autonomia, sui reati finanziari, sulla corruzione, e tra poco giungerà sul suo tavolo il risultato dell’inchiesta della Banca d’ Italia sui conti del Bando Ambrosiano di Roberto Calvi”. 

Le pistole che fanno fuoco su di lui, alla guida della sua Renault5, in viale Umbria, dopo aver lasciato il figlioletto Marco (che quasi 40 anni dopo sarà sindaco di Pescara per il Pd) alla scuola per l’infanzia di via Pietro Colletta, sono impugnate da Sergio Segio, una colt 38 che spara tre colpi, tra cui quello mortale, a cui fa seguito la  Magnum Ruger  4 pollici di Marco Donat Cattin, figlio del vicesegretario e più volte ministro della DC, che compie il suo non più esitante dovere di “militante rivoluzionario”. Cioè, a cui tocca  mostrare di essere parte della linea di fuoco. Michele Viscardi, Umberto Mazzola (entrambi in copertura armata) e Bruno Russo Palombi (autista) sono parte del commando. 

Sergio Segio, nato a Pola nel novembre del 1955, arrestato nel 1983, dopo essersi macchiato anche dell’omicidio del giudice Guido Galli, processato e condannato all’ergastolo, in una evoluzione di comportamenti “pentiti” e socialmente orientati ( tra cui Caritas e Gruppo Abele), ha ottenuto prima là semi-libertà e poi la libertà nel 2004. Se lo si cerca oggi in Wikipedia la sua connotazione è quella di “scrittore”.

Marco Donat Cattin (prima in Lotta Continua – che fu la prima organizzazione a sinistra del Pci contro la “terza internazionale” – poi in PL), che fu causa di un’ambigua vicenda connessa all’evidente dramma familiare della sua così grave implicazione, nato a Torino nel settembre del 1953, è morto il 19 giugno del 1988 a Verona, in un incidente stradale. Aveva avuto una condanna a soli 8 anni,  ottenendo poi riduzioni di pena,  perché “pentito”, fino alla libertà vigilata nel 1985 e la libertà nel 1988. Cercato oggi a sua volta su Wikipedia, la sua biografia non riesce ad evitare la prima connotazione di “terrorista”,  perché nella breve sintesi della  nota introduttiva della bio deve esserci spazio per ricordare di chi era figlio. 

Sul tema dei conflitti e delle contraddizioni generali di quel caso la storica Monica Galfré ha scritto un paio di anni fa Il figlio terrorista – Il caso Donat-Cattin e la tragedia di una generazione[2].

Le piste narrative storiche del libro di Igino Domanin partono dall’inevitabile Sessantotto, connesso (anche per via di Piazza Fontana) al Sessantanove, vero anno spartiacque a Milano della crisi istituzionale, sociale, industriale e progettuale con cui hanno fine i “magnifici anni Sessanta”. E seguono la striscia di sangue che mescola storie di estremismo nero (di orgogliosa rivendicazione repubblichina) e storie di estremismo rosso (all’insegna del drammatico paradigma formatosi in casa comunista sulla Resistenza tradita). E poi  postumi  che portano a ben altro. Al caso Moro, allo sgretolamento delle centrali eversive ancora forti di migliaia di aderenti e simpatizzanti, ai numerosi colpi di coda di nuclei sempre più disperati e impazziti, entro cui si collocheranno, a cavallo di decenni, i casi Alessandrini, Galli, Tobagi, Tarantelli, Ruffilli  e tanti altri fino a D’Antona e Biagi a cavallo tra fine secolo e primi anni del nuovo secolo (secondo la “ragioneria” compendiata da Giovanni Bianconi in “Terrorismo italiano”, Treccani, si tratta di 350 morti e 1000 feriti gravi),

Non c’è solo la metaforica ripresa della guerra civile (43-45) dei temi contrapposti della Resistenza tradita e dell’onore repubblichino a costruire la scia violenta che pesca nella componente violenta di un Sessantotto, che per altro non fu tutto anti-sistema, contenendo anche spinte alla modernizzazione dei diritti civili. Perché si coniuga con le forme repressivo-preventive che gli organi della sicurezza nazionale, ispirata da una cultura ancora inquinata dal post-fascismo (per provate appartenenze), esprimono. Vi è cioè un ruolo manipolatorio  dell’effervescenza eversiva, a destra e a sinistra, esercitata dai servizi segreti italiani (esemplare il percorso che va da piazza Fondana alla strage di Bologna) e poi da una molteplicità di servizi anche di altri paesi nel territorio italiano (con epicentri trattati dalle indagini sul caso Moro e dalle faticose indagini sulla strage di Ustica).

Queste implicazioni degli Stati nel sistema eversivo di quegli anni non sono – probabilmente – il motore specifico della vicenda Alessandrini. Tanto che Igino Domanin mantiene il controllo della piena responsabilizzazione dei terroristi di Prima Linea attraverso le dichiarazioni rese dal giudice Alessandrini a Marcella Andreoli (all’Avanti!, poco prima del drammatico epilogo di viale Umbria a Milano, intervista che è riportata nel libro per intero), in cui il magistrato è sollecitato a dire la sua su rischi provenienti dal sistema dei servizi, con Alessandrini che dice laconicamente  “tuttavia sinora non abbiamo trovato”. E Domanin dice anche con parole sue – pur ricordando che le implicazioni dei servizi segreti furono una scoperta meritoria del giudice Alessandrini nella sua requisitoria finale – che, se si accreditasse una “costruzione assolutoria  irrealistica perché non comprovata”, ciò  potrebbe alleggerire le reali responsabilità degli omicidi.

In ogni caso motivazioni, matrici, coinvolgimenti, tecniche, obiettivi del terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra, al di là della comune permeabilità a infiltrazioni e manipolazioni, restano, in quello che può essere definito il “modello italiano”, non solo legate a motivi di una “guerra civile” sepolta da decenni, ma tendenzialmente legate quella “nera” alla tragedia delle stragi (il dibattito a Milano sul libro riguardante il giudice Alessandrini è avvenuto a Milano nel giorno del cinquantennale della strage di Brescia) e quella “rossa” alla tragedia degli omicidi. Milano ha ricordato pubblicamente il 29 gennaio del 1979 con una cerimonia sul luogo dell’uccisione in cui il figlio di Alessandrini, Marco, alla presenza del sindaco, del prefetto e del procuratore della Repubblica,  ha detto:  

Con Milano ho un ricordo di amore e di odio perché mi ha strappato mio padre. Penso sempre a Milano che, quando piange, piange davvero e penso a quel funerale partecipato, a quel bambino che ero, al trauma della perdita, al viaggio della memoria[3].

L’intreccio dei due binari storici del libro di Domanin – uno la lunga scia dell’eversione;  l’altro la nostra vita, la nostra colonna sonora, le nostre generazioni – mette al centro delle analisi (anche di quelle storico-giudiziarie, che dovrebbero dipendere solo dall’accertamento e dalle comprovazioni) il rapporto tra realtà e percezione. Discutendo su questo libro nella presentazione, svoltasi a Milano a fine maggio[4], ho osservato che la narrazione dell’eversione di estrema sinistra era centrata attorno a queste percezioni dominanti: lo Stato democristiano conteneva l’intelaiatura post-fascista con il puntello stragista degli apparati di polizia; il capitalismo era in pesante ristrutturazione e rafforzava lo sfruttamento  della classe operaia; la “doppiezza” togliattiana manteneva un PCI in parte sovietizzato in parte alla ricerca della tutela del “compromesso storico”; la minoranza riformista era tesa alla pura efficentizzazione delle istituzioni senza mutarne la natura.

Come in tutte le dispute “bipolari” brandelli di verità e di rischio erano contenute anche nella visione dei “riformisti”, applicati al progetto di cambiamento che darà i suoi frutti nel successivo decennio. Ma quella visione conteneva anche aspetti di concreta modernizzazione dell’economia e delle condizioni del lavoro che puntavano già ad aspetti di economia immateriale (da qui la centralità riorganizzativa di Milano) tesa a creare dinamiche sociali e condizioni redistributive nuove. Quella visione conteneva anche la formazione progettuale di uno schema europeo della trasformazione dei mercati interni separati e insufficienti, ponendo fine all’erosione dell’inflazione e a privilegi sociali nei consumi. Infine, quella visione avrebbe a breve portato l’Italia ad una alternanza del quadro democratico interno che – nella fase di Pertini al Quirinale e di Craxi a Palazzo Chigi – rivelò uno sblocco sia politico che ideologico di un sistema che era ormai immobilizzato.

Potremmo riassumere questa relazione con un paradigma che appare legittimato dagli storici.

  • Trova evidenza che i primi nemici dei riformisti siano i terroristi, perché giustificavano la spinta involutiva del sistema istituzionale.
  • Trova evidenza che i primi nemici dei terroristi siano i riformisti, perché erano gli unici che lavoravano per smobilitare lo status quo che forniva argomenti alla loro retorica eversiva e creava consensi sociali alimentati da rabbia, paura, immobilismo.

Nel caso dell’equazione che porta Prima Linea, evoluzione di Lotta Continua, a mettere nel mirino l’accertatore della matrice fascista della più grave strage degli anni ’60, ci sta la sintesi di queste verità incrociate. Uso le parole (ancora) di Giovanni Bianconi che, per primo, ha recensito il libro di Domanin al momento della sua pubblicazione:

Alessandrini rappresentava un pericolo perché restituiva dignità e prestigio alle istituzioni che loro volevano abbattere. Come Guido Galli, il giudice istruttore milanese ucciso l’anno successivo, sempre da PL[5].

Queste analisi – che facciamo ora diciamo in sede storica – apparteneva anche all’intuizione civile di parti del quadro istituzionale e di servizio pubblico del Paese, non perché si fossero trasformati in “militanti socialdemocratici”, ma perché di fronte ai cambiamenti che si innescavano profondamente – ideologia, teoria economica, teoria sociale, nuova rappresentazione culturale, innovazione – vedevano vie d’uscita.

Emilio Alessandrini – come altri magistrati, professionisti, diplomatici, militari, giuristi, operatori pubblici e di impresa – intuisce che è il rinnovamento della lettura sociale del Paese a connotare la diversità della politica.  Pur ancora nelle paludi di fenomeni elettorali poco fluidi. Pur ancora segnati dall’esplosione di violenza, soprattutto dalle parti estreme, che è la leva principale dell’immobilismo di sistema.

Alessandrini non va in piazza, non va ai comizi, non fa dichiarazioni di appartenenza. La sua carriera ha dall’inizio una intensità e una concentrazione straordinarie[6].

Domanin racconta il passaggio con lo stile pacato con cui racconta le storie di famiglie. Il giudice va da suo padre, uomo abbastanza aperto per quanto abbastanza conservatore, e spiega con parole semplici perché vede vie d’uscita. Scrive l’autore:

Durante una visita al padre, ormai avvocato di provincia in pensione, ancora attaccato a nostalgie politiche forse confuse con quelle della propria gioventù, Emilio gli spiega di essere un simpatizzante socialista, di guardare con interesse al nuovo corso riformista di Craxi, ma soprattutto alle posizioni francesi di Mitterrand e dei suoi club”. 

La lettura del libro di Igino Domanin è vivamente consigliata.  

Il suo presidio professionale ad una narrativa di contesto che forse alleggerisce ma in realtà coinvolge, non ne fa un libro solo per addetti ai lavori.

Dunque, questo libro va segnalato nella cornice di una “divulgazione civile” che comincia ad essere colta da storici, scienziati, ricercatori al di là della forma accademica,  come una via che si apre anche alla domanda di attenzione e di dialogo con le generazioni più giovani.

Che si dicono interessate alle forme di conflitto intergenerazionale del nostro tempo, spesso senza nemmeno percepire la natura dei conflitti di un’età che, fuori dai condizionamenti delle più gravi  guerre del Novecento, una guerra nel nostro passato prossimo l’ha comunque prodotta.

Una sorta di cortocircuito di storie non metabolizzate, di stravagante mescolanza tra sub-filosofie e indottrinamenti e, alla fine, con una deriva su cui la psicoanalisi , indagando tra troppa genitorialità e crisi di genitorialità,  si è trovata a fare i conti non solo con l’inconscio ma anche con la devianza sociale.


[1] Igino DomaninUn eroe comune29 gennaio ’79. Il giudice Alessandrini. Gli anni di piombo. Un romanzo familiare – Ed. Marsilio, pagg.300, gennaio 2024.

[2] Edito da Einaudi, aprile 2022. In rete la videoregistrazione della sua stessa presentazione fatta a Genova a “La storia in piazza”.

[3] Dalla nota dell’ANSA del 29.1.2024.

[4] Al Circolo De Amicis il 27 maggio – con videoregistrazione in youtube https://www.youtube.com/live/cDb-IZLoDDg?si=HU1lcJ3Om3XvGcj5 – introdotta da Aulo Chiesa, con Marco Trotta, Ugo Finetti, Francesco Bochicchio e chi qui scrive.

[5] Giovanni BianconiFuoco sulla toga riformista – Il Corriere della Sera,24.1.2024

[6] È annotato nella biografia di Emilio Alessandrini contenuta nel sito del CSM,  che solo dal 16 dicembre del 1968 (inizio in Procura a Milano come sostituto procuratore) al 3 febbraio 1971 (nominato aggiunto giudiziario dal CSM), “in 18 mesi operativi, ha definito 687 provvedimenti, partecipato a 116 udienze, redatto 97 requisitorie

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