Podcast n. 102 – Il Mondo Nuovo – 7 luglio 2024 – Rai Hyde Park

Uno sgabello e una voce, dopo la ordinanza del Consiglio di Stato.

Stefano Rolando

(Hyde Park, Speakers Corner)

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/rai-hyde-park/

Che senso ha tenerci situazioni precarie e sostanzialmente illegittime, quando l’Europa e il buon senso ci danno  la possibilità di creare oggi stesso la nostra piccola riforma di indipendenza che è il fattore chiave per recuperare il ruolo di servizio al bene comune che vacilla tanto nella vicenda della Rai quanto nel sistema di controllo di una materia decisiva per la vita stessa della democrazia?

7 luglio 2024

So di essere intervenuto già due volte in questa rubrica sulla vicenda del contenzioso – chiamiamolo etico-giudiziario –  che riguarda il rinnovo del cda della Rai. E questo giornale per propria iniziativa ha fatto ancora di più: un vero e proprio dossier.

Non lo avrei fatto per una terza volta, soprattutto perché il caso mi coinvolge personalmente, essendo uno dei tre ricorrenti attorno a cui la vicenda è costruita.

Ma niente meno che lo Stato italiano ha prodotto ormai delibere, sentenze, ordinanze, memorie, attraverso suoi diversi organi, che in realtà spersonalizzano il caso. Lo Stato contro un dubbio. Dubbio, tuttavia, che molti pensano che lo Stato dovrebbe avere.

Lasciando a chi è impegnato “al fronte” forse più informazioni, sfumature interpretative e un’elaborazione continua sulle ragioni di senso (dico senso civile soprattutto). Così da rendere tutta la storia (come del resto è tutta la nostra informazione) un argomento orecchiato, con qualche vaga percezione che raggiunge l’opinione pubblica. Oppure un dossier che cresce, ma che diventa sempre più difficile trasferire nella sua complessità all’opinione pubblica.

Controprova di questa antinomia è la reazione alla ordinanza del 4 luglio del Consiglio di Stato.

Di cui vi leggo il commento, riquadrato dal giornale per darvi un certo risalto,  che  è stato dedicato dal maggior quotidiano italiano: il Corriere della Sera. Leggo.

“Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso sulle modalità di elezione dei componenti del cda della Rai. La richiesta era stata avanzata da tre candidati al cda – Nino Rizzo Nervo, Patrizio Rossano e Stefano Rolando – che dopo essersi rivolti al Tar, hanno deciso di presentare appello al Consiglio di Stato”.

Fine del commento incorniciato. Avete capito bene. Nessuna spiegazione. Nessuna contestualizzazione. Una pura occhiatina ai super-super addetti ai lavori.

La notizia è che:

  • il Consiglio di Stato avrebbe potuto entrare nel merito e non lo ha fatto;
  • avrebbe potuto adire la Corte Costituzionale per mettere in moto una interpretazione dell’organo che, con sentenza storica, aveva messo sotto controllo del Parlamento il servizio pubblico radiotelevisivo un tempo controllato dal Governo e che dal 2015 è tornato sotto controllo della maggioranza di Governo; e non lo ha fatto;   
  • ha preso atto che il TAR non aveva ritenuto infondato il ricorso, confermando solo che si è in attesa dell’udienza fissata dal TAR stesso per il 23 ottobre.

Cos’è allora che respinge il Consiglio di Stato? Respinge la richiesta dei ricorrenti di favorire o meglio dar certezza della sospensione delle nomine fino a quella data. E questo  per non creare uno stato di fatto che ai ricorrenti – tenuto conto del precedente della Corte Costituzionale e soprattutto della nuova normativa europea chiarissima in materia – appare con il forte rischio di diventare una  evidente illegittimità (argomento che non pare sfiorare né le memorie dell’Avvocatura, né l’ordinanza del Consiglio di Stato).

La scelta di non spiegare nulla e di fermarsi al “rigetto” (esattamente l’espressione è “Il Consiglio di Stato ha respinto”) sottintende quello che il Corriere della Sera (nel suo dorso Economia) aveva già adombrato: l’agenda di governo ha sempre qualche rompiscatole che la tiene ferma. E questo, secondo quell’organo di informazione, mi spiace davvero pensarlo perché in un certo senso è “il mio giornale”,  sarebbe il guaio peggiore.

Ma si adombra anche altro nei documenti che circolano. Come se non fossero tre professionisti che si dichiarano pronti a vedere giudicata la loro identità di “meritevoli e indipendenti” (queste sono le due cose che chiede la legge, non di essere nelle grazie o parte di questo o quel partito), qui con un parterre giuridico che annovera ex presidenti Rai, ex presidenti Agcom, ex membri della Corte Costituzionale, che pensa che ci sia invece un serio problema giuridico e che – esprimendo piena  fiducia nelle istituzioni – rivolge istanze perché si verifichi la fondatezza di quelle riserve in ordine alle procedure in atto. Trapela invece in quelle carte  che quei tre  siano signori che “vogliono essere nominati” e che hanno trovato questo pretestuoso percorso per farsi notare e  perseguire così il loro obbiettivo. Nei documenti “di Stato” che abbiamo letto c’è davvero pure adombrata una cosa del genere. Comunque, il Corriere della Sera mette da parte storie e retro-storie. Mette in campo solo la parola “respinge”. Tutto il resto non interessa.

Ecco perché – con la piena coscienza di agire su una piccola superfice dell’informazione, come un angolino di Hyde Park  – io forzo la mia perplessità di intervenire ancora sull’argomento. Siccome questa rubrica è dedicata al tema della “spiegazione civile” faccio appello a chi mi ascolta per avere la pazienza di cogliere questi nuovi elementi  circa un caso che per noi riguarda seriamente la Repubblica e la natura della nostra democrazia. Non le sorti di tre candidati, la quale è, fin dall’inizio, del tutto cosa secondaria. Si è avuto cura di presentare i titoli richiesti dallo Stato  non per rivendicare benevolenza ma piuttosto attenzione procedurale nella fase istruttoria alle norme elementari di trasparente comparazione. Fase istruttoria vuol dire nell’ambito di un atto amministrativo compiuto dal Parlamento, come istituzione e come amministrazione. Non nell’ambito dell’atto politico di scelta, per altro insindacabaile  del Parlamento.

Dirò meglio tra poco perché faccio riferimento principale a questa cosa dell’atto politico o dell’atto amministrativo.

Non potendo rispiegare tutto dalla a alla zeta, mi limito a qualche  riflessione sull’ultimo dei materiali istituzionali che va riempiendo il dossier.  Prima il TAR  del Lazio e la prima memoria dell’Avvocatura dello Stato. Ora il Consiglio di Stato anche qui con la seconda  memoria contro il ricorso redatta anch’essa dall’Avvocatura. Ed è soprattutto sull’ordinanza del Consiglio di Stato che mi permetto qualche spigolatura. Che non riguarderà le tecnicalità, pur importanti, su cui hanno voce gli esperti. Ma i risvolti di senso civile che credo siano parte non di minor rilievo di questo genere di vicende.

Davvero lo spirito è quello di stare su uno sgabello di un ipotetico Hyde Park. Pensando che sono questi sgabelli negli angoli di un parco pubblico a salvare le forme di una democrazia che, quando chiude gli occhi, fa leva su apparati che a volte appaiono se non inginocchiati almeno pigri.

Cominciamo proprio dalla questione dell’atto amministrativo o politico. Nella ordinanza si dice:

“Ricorso fatto, in sintesi estrema,  ritenendo che la scelta da parte della Camera dovrebbe avvenire attraverso una procedura di selezione sul presupposto che si tratti di un atto amministrativo”.

Effettivamente questa percezione connessa al ricorso è riferita, lo  dico anch’io,  con un eccesso di  “sintesi estrema”. Perché l’esperienza di due elezioni pregresse dei membri di spettanza del Parlamento, a partire dall’attuazione della legge del 2015 vigente, è che esse  sono avvenute senza alcuna procedura di selezione. Tanto che ci sono state rimostranze  allora individuali (alcune molto autorevoli), rimostranze  che questa volta sono invece sostenute in via cautelare (altra cosa che dà fastidio alle magistrature adite ma che se spiegata la capisce chiunque) da un parterre associativo e giuridico proprio allo scopo di evitare che la forma parli di “bando di gara selettiva” e poi tale gara non  avvenga in nessuna delle forme in uso in qualunque contesto di trasparenza.

Questa procedura è in parte  un “atto amministrativo” (istruttoria, valutazione titoli. audizioni) e in altra parte un “atto politico” (short list e scelta). Molto semplice, molto evidente.

Sono stato tra i candidati di una delle due pregresse occasioni e ho detto pubblicamente al tempo (una conferenza e un articolo) e lo ripeto oggi che l’impianto dei titoli presentati, per avere svolto infiniti compiti per quel mandato, non ha avuto nessun valutatore, nessun punteggio, nessun confronto con le domande di un consesso che se seleziona con bando non deve poi usare quel bando solo come deposito delle quattro candidature concordate dai partiti, indipendentemente dalla idoneità dei titoli. Per permettere al  Parlamento di compiere le sue libere e autorevoli scelte attente a ogni forma di pluralismo ritenuto utile ma soprattutto indagando a fondo le migliori attitudini per compiere “un servizio di amministrazione di un bene comune”. Dunque, le memorie presentate dall’Avvocatura  qui appaiono sorvolare totalmente sulla natura reale delle cose.

Infatti, ribadisce la memoria, poco dopo, circa  tutto ciò di cui qui si discute,che

 “si tratta i buona sostanza di atti politici”. Compattando tutte le fasi in un unico atto, dal bando alla scelta, da intendersi come atto totalmente insindacabile. Provo allora  un secondo commento.

Quella breve citazione viene dalla memoria della Avvocatura dello Stato. Noi pensiamo che si debba distinguere l’atto politico costituito dalla libera e insindacabile scelta da parte del Parlamento, rispetto alla trafila per cui il Parlamento lancia un bando di selezione a cui accedono un centinaio di cittadini tendenzialmente con robusti titoli e argomentazioni e che non pensano che le loro candidature siano solo una mascherina senza valore per coprire quattro domande quattro preliminarmente concordate dai partiti

 Delle due l’una: se tutto è un solo atto politico esso avviene con sistemi che precedono di gran lunga la storia moderna, cioè dalla “Rivoluzione francese” in poi. E che rende addirittura ridicolo un “bando di selezione pubblica”. Se è un atto amministrativo nel senso di ”istituzionale”, compiuto dal Parlamento come istituzione garante,  che diventa “politico” nel momento finale delle scelte, ebbene quell’iter deve avvenire come da qualunque parte nel mondo regolato dal diritto.  Con in più (stando alle parole del bando) garantendo  l’individuazione e l’approfondimento del paradigma maggiore per quel genere di incarichi, che la stessa legge prevede: l’indipendenza.  Indipendenza che invece la procedura oscura e contraria non garantisce affatto.

In un successivo passaggio dell’ordinanza del CdS,  dopo aver sostenuto che ci sarebbe vulnus se si fosse impedito a qualcuno di concorrere liberamente, è scritto:

“Non è controverso che i ricorrenti abbiano potuto presentare le loro candidature, che ora saranno esaminate, dato che le Camere non hanno ancora calendarizzato  la votazione del punto”.

Qui l’ordinanza apparta certa circa un punto che palesemente, notoriamente, con situazioni dichiarate e facilmente verificabili, nelle due volte precedenti – in analogo contesto normativo e soprattutto di prassi politica, le candidature sono state presentate liberamente – non è dunque questo il punto – ma non sono state neanche per un istante esaminate. A meno che con sottile pedagogia, il Consiglio di Stato non voglia qui dire: caro Parlamento, io non te lo posso dire apertis verbis, ma questa volta sarebbe meglio per la democrazia italiana che tu valutassi a fondo e seriamente le candidature e poi vinca il migliore. Se così fosse il Consiglio di Stato dovrebbe cambiare nome e chiamarsi d’ora in poi “Sussurro di Stato”. Perché anziché parlare chiaro, bisbiglia.   Certo saremmo in una Repubblica più spiritosa.  Ma nella sostanza l’avere qui interpretato la religione dell’atto politico, ancorché esercitato in una oligarchia senza democrazia, al di fuori di ogni accesso che pur la legge promuove, per non averne poi nessuna conseguenza istruttoria e decisionale, non fa pensare che quell’inciso abbia voluto significare un “consiglio”, preferendo tuttavia l’ordinanza semplicemente lasciare  aperta la porta della Camera di Consiglio del TAR prevista per ottobre.

E se poi il Parlamento le nomine le fa prima come diavolo vuole?

Amen. Saluti a tutti. Abbiamo zittito i rompiscatole. L’agenda politica italiana è salva (con l’evidenza che tutti hanno che quell’agenda è turbata solo perché i partiti – in questo “di maggioranza” – non si mettono d’accordo sulla spartizione, non perché qualcuno pone cautelarmente questioni costituzionali e di coerenza europea).

Arriviamo alla morale della favola. Quale è l’auspicio finale di un ricorrente che considera il contenzioso che si è prodotto uno scandalo necessario (secondo l’antico motto latino)  per la qualità delle nostre istituzioni, non un atto di battaglia partitica per le spartizioni?

L’auspicio è che una delle magistrature implicate per valutare una procedura che appartiene al diritto amministrativo, cogliendo la complessità della vicenda – rafforzata dall’esistenza di una norma europea votata all’unanimità dai paesi membri e già in GU – abbia chiaro il tema della formazione degli organi dei servizi pubblici e delle authority in campo comunicativo in forma  “non soggetta al controllo maggioritario dei governi”. Cioè, in linea con quello che la Corte Costituzionale italiana aveva già espresso nel 1974 determinando la prima grande riforma della Rai. E che voglia dunque rinviare il nodo proprio all’alta valutazione della Consulta.  

Accada ciò, quando deve e può accadere.  Ma è anche lecito farci una domanda. Che senso ha tenerci situazioni precarie e sostanzialmente illegittime, quando l’Europa e il buon senso ci danno  la possibilità di creare oggi stesso la nostra piccola riforma di indipendenza che è il fattore chiave per recuperare il ruolo di servizio al bene comune che vacilla tanto nella vicenda della Rai quanto nel sistema di controllo di una materia decisiva per la vita stessa della democrazia?

Tanto che – parlando di auspici – viene pure da pensare qualcos’altro, nel dibattito attuale sui rischi che evolva una sorta di “umiliazione del Parlamento”. Dibattito che si riferisce di solito alla riduzione progressiva del compito legislativo. Ma ci si dimentica spesso del ruolo di rappresentatività e di garanzia, nel suo complesso, dell’istituzione parlamentare  non solo simbolica della democrazia ma anche della forma che essa ha nella Costituzione italiana. Questo ricorso si colloca anche in questo quadro. E parliamo di un’istituzione che – dati Demos di fine anno da lungo tempo – si colloca tra il 15 e il 20 % (al massimo) della fiducia degli italiani.

Che forza avrebbe una istituzione capace di sbrogliare da sola e in modo aperto e responsabile una questione procedurale ma emblematica circa l’evoluzione drammatica della disaffezione degli italiani per la politica e per i suoi luoghi!

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