Podcast n. 188 – Il Mondo Nuovo – 27.4.2026 -Il 25 aprile liberale.

Gobetti e Amendola (i martiri antifascisti del 1926) al cuore della ricorrenza. L’argomento più forte dell’isolamento morale e politico del fascismo nella cultura politica occidentale. Nel giorno in cui Giorgia Meloni arriva a pronunciare tre parole a lungo rinviate.  

Stefano Rolando

Versione scritta:

Versione audio:

Quest’anno la ricorrenza del 25 Aprile (una festività civile fondante per la democrazia costituzionale italiana) ha assunto una nervatura dominata dal centenario della morte di due figure centrali della cultura politica liberaldemocratica, Piero Gobetti e Giovanni Amendola.

Morte  all’estero, in Francia, entrambi con le cure estreme e vane del figlio medico di Francesco Saverio Nitti, Federico Nitti,  che all’Istituto Pasteur di Parigi aprì le porte alla scoperta della penicillina, morendo lui stesso in quel cantiere scientifico e portando al premio Nobel il suo più stretto collaboratore, Daniel Bovet.

Ma per entrambi morte rimandata di qualche mese, provocata dalla violenta aggressione dagli squadristi fascisti, in entrambi i casi per “dare una lezione esemplare” a chi si opponeva a Mussolini. Una pratica che conterà molte vittime e che aveva avuto il momento più efferato con l’omicidio di Giacomo Matteotti, due anni prima. Di mezzo l’assunzione di responsabilità dell’omicidio da parte di Mussolini (gennaio 1925) e l’ occasione strumentale per liquidare partiti, parlamento e le ultime tracce di pluralismo politico legittimo. Con il principale sostegno di casa Savoia e del re Vittorio Emanuele, il regime fascista si consolidava in questi anni per chiarire che l’Italia voleva essere un baluardo dichiarato contro la Rivoluzione russa del 1917 e la conseguente nascita del Partito Comunista Italiano nel 1921. Il “faremo come in Russia” del massimalismo italiano aveva messo in movimento la teoria del male minore. Il socialista massimalista Mussolini incarnava quel rivoluzionarismo a parole, disposto anche  fa trasformarsi in populismo aggressivo per sfruttare in senso autoritario, violento e liquidatorio  il carattere plurale della fragile democrazia nazionale.

Dopo l’eliminazione di Giacomo Matteotti – e la sua forte esposizione di denuncia in Parlamento – Giovanni Amendola era diventato il vero capo dell’opposizione parlamentare. Centrando la sua azione estrema nella delegittimazione morale del regime fascista con il ritiro dei parlamentari antifascisti dal Parlamento (per formare una fonte di drammatizzazione della protesta sull’Aventino). Modello ricavato dal successo di una iniziativa simile ad avvio di secolo quando i “fatti di Milano” – i militari guidati dal generale Bava Beccaris che spararono sulla folla inerme che protestava per il costo della vita –  produssero una temporanea secessione parlamentare che portò il re Umberto I a depore il capo del Governo Pelloux, anche lui un generale. Ma contro l’Aventino di Amendola il nuovo re, Vittorio Emanuele III, tirò ditto nel sostegno dato alla rappresentanza parlamentare del tutto minoritaria di Mussolini (solo 35 deputati) di formare il governo che sarebbe in breve diventato un regime a partito unico.

A mettere a fuoco le ricorrenze specifiche del centenario del 1926 – Gobetti e Amendola – ci hanno pensato, insieme ad altre iniziative in corso – il Circolo e Centro Studi Emilio Caldara a Milano il 20 aprile e Fondazione e Associazione Nitti presso il Centro culturale Nitti di Melfi proprio il 25 aprile.

Nel primo caso con l’evento intitolato “Piero Gobetti, giovane favoloso” nel secondo caso con  l’evento “Giovanni Amendola. L’uomo che sfidò Mussolini”.

Due ricostruzioni importanti affiancate dall’importanza di buoni libri di riscostruitine.

  • Per Gobetti il saggio di Paolo Di Paolo  Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti una vita al presente (edito da Solferino).
  • Per Amendola la ricchissima e argomentata biografia di Antonio CariotiL’uomo che sfidò Mussolini edita da Laterza.

Milano 2.4.2026 – Circolo Caldara   –     Melfi 25.4.,2026 – Centro culturale Nitti

Questo podcast di oggi, con il 25 aprile appena trascorso con le polemiche che puntualmente insorgono dai tempi di insediamento del governo Meloni) è dedicato a qualche riflessione a margine di questi eventi,  perché in un dibattito a volte stucchevole, a volte sconcertante, queste ricorrenze  profilano argomenti di giudizio storico e di posizionamento oggi morale di qualche importanza. Non senza omettere di segnalare che nella giornata del 25 aprile, nella cornice sempre di interventi impeccabili e sempre di raccordo tra storia e presente, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ritenuto di pronunciare tre parole, che pur nelle sue narrative ondivaghe, non meritano il silenzio. Le parole sono “l’oppressione del fascismo”.

  • La prima riflessione intende confutare una tesi diffusa nella narrativa post-fascista: gli italiani stavano con Mussolini e solo lo sfortunato andamento della guerra provocò malumori che produssero una resistenza che fu tutta concentrata nella parte finale degli anni di guerra. Ebbene proprio Giovanni Amendola teorizzò il pensiero della “Resistenza lunga”, anche se a lui fu concesso di sperimentare solo i primi 6/7 anni dalla costituzione dei primi fasci di combattimento. Perché lo squadrismo si scatenò presto e in maniera ossessiva contro riformisti, socialisti (gli ex compagni di partito di Mussolini), cattolici e liberaldemocratici, poi con l’organizzazione resistenziale saranno i comunisti e gli azionisti nemici importanti del fascismo italiano).
  • In ogni caso tra il delitto Matteotti (1924) e l’uccisione (meditata e organizzata con delega ai fascisti francesi) dei fratelli Rosselli (1937) passano 13 anni di fronteggiamento di una opposizione tenace in Italia e all’estero con tanti nomi importanti implicati (dagli esuli che ebbero voce nel mondo, Nitti tra i primi, in lunghissimo esilio dopo che la sua casa di Roma fu sfasciata dagli squadristi guidati dallo stesso gerarca che aveva organizzato il delitto Matteotti;  e poi Nenni, Saragat, Turati e tanti altri) e  antifascisti coraggiosi che fecero delle carceri luoghi di combattimento (Pertini e Gramsci in prima fila, Gramsci mori in carcere nel 1937, Pertini evase due volte).I confinati furono migliaia con semplice atto di polizia senza processi. Le condanne invece, in processi manipolati del Tribunale speciale dal 1926 al 1943,  videro processati 5.600 imputati e comminati 28 mila anni di carcere  con 4.660 condanne a pene severe e importanti.
  • Un’altra riflessione riguarda i nomi e l’età di quelle figure che Mussolini avvertì come gli avversari maggiori e più fastidiosi. Matteotti fu ucciso a 39 anni, Gobetti morì a 25 anni, Amendola a 44 anni. Nella Resistenza lunga ci fu posto dunque per chi produceva generazionalmente pensiero lungo.
  • E in questo pensiero lungo Gobetti e Amendola sono anche la fonte di un pensiero sul futuro dell’Italia e per il futuro dell’Europa. Qui Giovanni Amendola nipote ha ricordato con cura  che  Amendola fu deputato nittiano e sottosegretario alle Finanze nel governo Nitti in  speciale sintonia con il pensiero politico europeista di Nitti.
  • Ciò che colpisce e personalmente mi interessa di più in  Amendola riguarda la sua costante e primaria preoccupazione per le conseguenze del fascismo violento e autoritario sullo sfascio dello Stato. Cioè una voce dell’opposizione del tempo animata dal presidio degli interessi della Nazione, non solo dalla propria posizione di partito  o ideologica.

Vorrei dedicare ancora qualche minuto alla giornata delle celebrazioni di Melfi a cui ho partecipato direttamente. Tra gli spunti emersi, la discussione che parte della famosa citazione di Bertold BrechtSciagurato il Paese che ha bisogno di eroi”. Da molti poi rovesciato anche in “Fortunato il paese che ha avuto bisogno di eroi”. Al di là del punto di vista che anima il contrasto tra queste due opinioni quello che è certo che l’antifascismo italiano ha avuto i suoi eroi nel tempo. Ha avuto i suoi martiri. Ha avuto i suoi esponenti coraggiosi. E poi ha avuto tanti che, facendo solo il proprio dovere morale,  sono rimasti storicamente nella scia di quel coraggio.

Da questo punto di vista i 50 mila italiani in esplicito contrasto contro il fascismo dalla marcia su Roma alla guerra di Spagna, si sommano ai 300 mila partigiani e militanti in armi nella Resistenza vera e propria (cifra accettata anche dagli scettici).  Ma si sommano anche ai 650 soldati italiani che si rifiutarono di consegnare le armi ai nazisti diventando per loro traditori punibili con la morte senza processo (comunque la maggioranza fu deportata e internata e 50 mila furono uccisi spesso trucidati, come si ricorda come macro-esempio a Cefalonia dove morirono tutti gli uomini della Divisione Aqui). Stiamo parlando di un milione di italiani che avranno pur avuto una madre, una moglie, un fidanzato, un figlio solidale. Per fare almeno – e sottolineo almeno –  due milioni di oppositori coscienti dichiarati.

Questa è la ragione – sleale  presidente del Senato della Repubblica che ha dichiarato che il 25 aprile lo dedicherebbe ai caduti della Repubblica di Salò, evocando quelli che  proprio ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato “i fascisti zelanti che furono complici di Hitler”  – per cui i vincitori della guerra, gli americani, riservarono alla Germania e al Giappone l’umiliazione di imporre loro il modello di nuova Costituzione. Mentre all’Italia fu riconosciuta un forte reattività interna per la libertà e la democrazia e fu quindi concesso agli italiani di fare  essi stessi liberamente la propria Costituente e la propria Costituzione

Questa è la ragione per la quale va ricordato e celebrato il 25 aprile in modo univoco.

Ogni altra ipotesi è una provocazione contro  il principio degli interessi nazionali.

E questa è stata anche la mia conclusione nella piazza Umberto I di Melfi, dopo avere reso omaggio in corteo,  con il sindaco della città Giuseppe Maglione in fascia tricolore e dando il braccio a Giovanni Amendola nipote,  alle tracce di memoria dedicate in questa a città a Matteotti e Buozzi, ai confinati come Eugenio Colorni e Manlio Rossi Doria, al monumento del melfitano Francesco Saverio Nitti e comunque ai Caduti di tutte le guerre.  Ascoltando finalmente l’inno nazionale senza pensare ad un ragione minore o peggio sconveniente di quel brano simbolico.

Brevi citazioni dai due libri.

Paolo Di Paolo – Gobetti

Era un ragazzo. Piero Gobetti a ventiquattro anni aveva fondato tre riviste, scritto di politica, di teatro, di letteratura, d’arte, aperto la casa editrice che ha pubblicato “Ossi di seppia” di Montale. Già prima del delitto Matteotti, aveva denunciato la minacciosa demagogia del fascismo, l’uso politico della violenza. E si era opposto frontalmente a Mussolini, che impartì al prefetto di Torino l’ordine di «rendere la vita impossibile» al giovane oppositore. Una battaglia inesausta vissuta a fianco di Ada, la ragazza speciale divenuta sua moglie e destinata a sopravvivergli portando avanti le stesse cause: la resistenza, l’istruzione, la cultura. Piero, infatti, è eternato in una prodigiosa giovinezza, perché non ha mai compiuto venticinque anni. È morto a Parigi nel 1926, solo, stanco, ma con la testa piena di progetti e una visione culturale davvero europea”.

Antonio Carioti – Amendola

Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al “Corriere della Sera” di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo”.

https://www.rainews.it/tgr/basilicata/video/2026/04/giovanni-amendola-eroe-della-giustizia-e-dellantifascismo-1c2e691a-67bd-467b-ba09-23b5415bd677.html

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