C’è poi una storia che alla fine non si ripete. E una invece che allude, andando nei suoi cicli spesso molto vicina ad esperienze già fatte. Quale è il senso profondo del riarmarsi oggi, in Europa, non fidandosi dell’unica via di moderazione efficace possibile, cioè quella della “difesa comune”, ma rischiando di far prevalere i nazionalismi di sempre? Argomento forse troppo complesso. Ma è necessario parlarne. Come sarebbe necessario anche leggere o rileggere qualche pagina utile. Ben inteso, anche come sussidiario di chiarimenti necessari all’attuale discussione sul riarmo europeo.
Stefano Rolando
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Sir Norman Angell-Lane, ritratto eseguito da August John, 1955, National Portrait Gallery, Londra.
Tutte le volte che è tornata di moda l’espressione “Se vuoi la pace prepara la guerra” (il famoso Si vis pacem para bellum, che si trova nella letteratura latina in forme differenziate, tra le quali è nota la fonte di Cicerone) è partito collateralmente l’incremento di spesa negli armamenti, favorito da governi e parlamenti in cui ha pesato spesso, politicamente, la caratura nazionalistica. Questa curva al tempo stesso politica, mediatica, propagandistica contiene ambiguità di analisi e di visioni delle deterrenza. E perciò ha portato inevitabilmente allo scatenamento di guerre micidiali e in sostanza autolesive. Costate prezzi altissimi ai popoli coinvolti.
Hanno così preso forma tesi non tanto opposte quanto diverse nella concezione e nell’influenza sulla deterrenza. Secondo cui c’è chi ha pensato e scritto che la guerra intanto distrugge, vedendo solo poi come e quando essa porterà a ricostruzione. Insomma, l’inevitabile esito di indebolire tutti, vincitori compresi. L’analisi dello scatenamento della Prima guerra mondiale, ad esempio, è oggi condotta diffusamente attono a questa idea, sommando l’affaccio al nuovo secolo come ambito di due contrapposte visioni della storia, dell’economia e del rapporto tra società e potere.
Il dualismo diventa chiaro ad avvio del Novecento.
- Da un lato (minoranza dei poteri decisionali) il portato della evoluzione socio-tecnologica che faceva crescere in Europa e in parti del mondo (America compresa) l’idea che la portata del capitalismo (incremento di produzione e consumi) e la portata del socialismo (scoperta del fattore partecipativo del mondo del lavoro attraverso il riconoscimento di diritti strutturali e universali) avrebbe potuto essere territorio di negoziato e di patti per ridurre le disuguaglianze e costruire un’etica ultranazionale per compensare involuzioni, arretratezze e discriminazioni.
- Dall’altro lato (maggioranza dei poteri decisionali) si consolidava il portato dell’esperienza “risorgimentale” delle autonomie nazionali, ormai venute a patti (ma anche con continue divergenze) con il consolidamento degli imperi, che solo il paradigma di un certo autoritarismo di Stato avrebbe potuto tenere a bada il principio di sfruttamento che tra Ottocento e Novecento ha al centro lo sviluppo del colonialismo e soprattutto la diffusa idea nelle classi dirigenti che il potere ha a che fare con la preservazione del paradigma “razziale” di superiorità (radici anglosassoni, radici latine; cultura baltica, cultura mediterranea; tradizione cristiana ed evoluzione islamica; eccetera).
Questa dialettica coinvolge internamente la nascente borghesia, da un lato interessata ad aspetti industriali e quindi a regolare investimenti e modalità dei processi produttivi. Ma dall’altro lato è radicata anche nella rendita fondiaria e in generale dalla formazione di un reddito più garantito e di minore complessità organizzativa. Quindi fondato su un patto politico di “garanzia di Stato” assicurata da forme poco democratiche dell’evoluzione delle nazioni.
La partita del riarmo generalizzato e la costruzione di modelli propagandistici fondati largamente sul successo dell’allarmismo mediatico, ha al centro la spaccatura del ceto medio e borghese che esprime un equilibrio fragilissimo, anche perché ancora poco irrorato da un sistema di formazione superiore evoluto ed esposto alle strumentalizzazioni che hanno presa nei ceti popolari e proletari.
Il Se vis pacem para bellum qui fa la sua fortuna, regolata da una geopolitica spesso mistificata.
Una volta passata la “chiave culturale”, la parola passa rapidamente sotto il controllo militare e nelle pieghe diplomatiche consegnate al progetto degli immobilismi imperial/nazionali alla ricerca di costruire schieramenti per distribuire le chances della deterrenza. Sarebbero poi bastati naturali episodi di antagonismo violento prodotti nello schieramento sociale legato al mondo del lavoro (massimalismo, anarchismo, rivoluzionarismo a volte anche in forme intrecciate) a far guadagnare al disegno della fatalità della guerra passi da gigante.
È vero che lo schieramento riformatore libera energie artistiche, letterarie, legate allo spettacolo e alla rappresentazione. Ma è una bellissima marginalità. La fatalità della guerra è in fondo una partita più intrisa di alte burocrazie, fondi finanziari, interessi dell’industria pesante. Costruisce, in più, modelli di propaganda popolare perché ha bisogno del consenso dei popoli per mettere in campo eserciti disposti alla guerra alla baionetta. E costruisce modelli di perpetuità degli interessi nazionali, intesi come consolidamento del possesso delle terre: le proprie, quelle eventualmente conseguite dai successi militari e quelle a bassi costi del colonialismo.
Si capisce (sempre con il senno di poi) che la partita è impari.
Così che gli storici che hanno scritto che la Prima guerra mondiale nasce il 28 giugno del 1914 con l’omicidio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria erede dell’Impero di Franz Josef, oggi sono sommersi dalle analisi del rapporto tra evoluzione dell’economia degli armamenti e insorgenze nazionali. Nazionalismi pronti anche a regolare i loro conti con il lato obsoleto del sistema degli imperi (tanto che la Prima guerra finirà liquidando l’Impero austro-ungarico, quello ottomano e quello zarista, dando a Francia, Inghilterra e Stati Uniti il potere di fare un pace vera. Oppure di non farla per niente, continuando nel corso dello stesso ‘900 il percorso prioritario del “fare guerra” (anche se quella che si scatenerà nel ’39 sarà determinata in particolare dalla radicalizzazione dello scontro ineludibile tra democrazie e autocrazie).
- Il saggio La grande illusione. Studio sulla potenza militare in rapporto alla prosperità delle nazioni è del 1910, scritto da Norman Angell-Lane (parlamentare laburista inglese “di spirito atlantico”, studioso e premio Nobel per la pace nel 1933, riferimento del neutralismo socialista anche italiano nella prima parte del Novecento), che elaborò, sulla scorta di David Hume e di Adam Smith, gli argomenti teorici e pratici del suo celebre paradosso, secondo il quale per vincere la guerra bisogna non farla. Dimostrando che un conflitto armato avrebbe travolto, con i vinti, anche i vincitori, e distrutto la libertà, la società liberale, l’Europa (da qui appunto “la grande illusione”). Tradotto in 25 lingue, all’origine dell’omonimo film di Jean Renoir con Jean Gabin e Erich von Stroheim che conseguì l’Oscar nel 1939, il saggio è stato riproposto in lingua italiana dall’editore Rubbettino nel 2023. Attualissimo e pieno di riferimenti al quadro oggi in confusa ma inquietante ulteriore evoluzione, con la potente deformazione della disponibilità delle armi nucleari e della trasformazione digitale connessa ai contesti di militarizzazione dei conflitti. Interessante dettaglio: nella versione italiana recente, nel saggio introduttivo del co-curatore Amedeo Lepore, è annotato che Giovanni Amendola aveva letto e chiosato sulla “Voce” il testo di Angell, con attenzioni ma anche con critiche, tra cui quella dedicata al “presupposto che i popoli facciano le guerre solo per ottenere vantaggi economici, mentre in realtà le fanno per svariati motivi che si fondono e si confondono insieme costituendo uno stato d’animo collettivo ch’è la vera determinante di una guerra”. Nei commenti dello stesso Lepore e soprattutto della co-curatrice Emma Giammattei questa posizione trova dialettica anche nella cultura liberale italiana, per esempio rispetto a Benedetto Croce un cui scritto completa il volume in una disanima accogliente di quel che chiama “il molto savio libro di Angell”.
- La piccolissima edizione (Laterza, 2026) della conferenza che Alessandro Barbero ha tenuto il 24 ottobre 2025 al Teatro Bonci di Cesena dedicata al tema di come l’Europa arrivò alla Prima guerra mondiale (il libricino si intitola “Isteria bellicista”) è un riferimento prezioso per la centralità, nella vicenda che il saggio di Norman Angell analizza a un metro da quel baratro, della questione-chiave di quel processo di escalation e di consolidamento delle alleanze. La questione rappresentata dall’idea del kaiser Guglielmo II di Germania e Prussia (al potere per trent’anni) di disporre di una marina militare competitiva senza la quale si sarebbero lasciate pericolosamente le sorti dell’Europa nelle mani della sola Inghilterra. Una marina militare creata dal niente con spese folli e un coinvolgimento martellante dell’opinione pubblica. Fino a creare il convincimento negli Stati che questa corsa non aveva a mira la deterrenza ma il reale scatenamento di una guerra. Con prova generale – racconta Barbero – nella puntuta celebrazione in Germania del centenario della vittoria tedesca contro Napoleone. Da qui la formazione di indispensabili alleanze. Quella tra Inghilterra, Francia e Russia (potenza tutoria della Serbia) contro Germania e Austria-Ungheria con l’Italia ballerina e incerta che prima è alleata della Germania e poi interviene contro, subodorando che le proprie “terre irredenti” avrebbero potuto essere riconquistate con la possibile sconfitta dell’Austria. Un dettaglio, il prezzo collettivo pagato: 16 milioni di morti e 20 milioni di mutilati tra civili e militari, con distruzioni di città, territori e infrastrutture.


Rubens, Le conseguenze della guerra (1637 – Palazzo Pitti Firenze) – Rubens, Allegoria della pace (1629 – National Gallery, Londra)
Questa riflessione è fatta per avere sfondo storico sul tema del “riarmo” – che diventa anche paradigma etico-politico in sé non esauribile – che non può sottrarsi ai dati di fatto del presente.
Temi ormai chiari: il distacco strategico degli USA dalle strategie di difesa europea, le forti minacce regionali che per noi vanno anche oltre all’evidenza dei conflitti conclamati, la cosiddetta “crisi degli arsenali” che fragilizza di più paesi con limitata capacità produttiva. Sono alcuni dei motivi che hanno indotto l’Unione europea a introdurre nel 2025 il piano “ReArm Europe”. E con esso il piano finanziario che ha già interessato 16 paesi europei di cui 8 con esecutività attivata. Non entro nella disputa politica complessa in agenda in questo 2026, sia riguardo alle relazioni atlantiche e al ruolo della NATO, sia riguardo al posizionamento conflittuale interno alla politica italiana sui modi di adesione a questo progetto. Come sempre, accanto a questioni “oggettive” si delineano interessi di parte e posizioni di compatibilità delle singole nazioni. Territorio in cui è inevitabile che una particolare attenzione per la proiezione dei fattori storici sia riservata sempre agli orientamenti della Germania. Magari di questo rebus politico-militare e finanziario proveremo se possibile ad aggiornare l’interpretazione. Qui lo scopo è di mettere in evidenza il “filo rosso” della storia che ci riguarda, per non perderlo di vista proprio in occasione di un dibattito pubblico contraddittorio che ci avvolge ora (anche se l’agenda del caldo e altro ha tenuto il tema ai margini delle discussioni in agosto). In cui il palcoscenico delle parole e della rappresentazione degli interessi è comunque carico del propagandismo e della manipolazione di sempre. Cosa che costituisce – anche a costo di non avere verità assolute da schierare sui temi in agenda – una sorta di pagina della Bibbia da tenere sul tavolino. Anche per questa ragione – in un paese che taglia ormai volentieri la memoria su tutto, con i giovani più esposti alla confusione pilotata tra vero e falso – qualche pagina ammaestrante sul nostro passato prossimo è parte cruciale della architettura rigenerativa del dibattito stesso.
In conclusione, sarà, anche per questo, concesso al presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” di annoverare in questa brevissima bibliografia ciò che proprio Nitti, premier italiano nel 1919, e l’economista John Maynard Keynes nella sua veste di delegato inglese al negoziato di pace di Versailles in piena consonanza intellettuale e politica lasciarono ai posteri la loro versione purtroppo perdente di come avrebbe dovuto essere regolata la pace della Prima guerra mondiale. Generare equilibrio duraturo, nuove regole internazionali, basi dell’unione europea e smantellamento della mistificazione delle politiche di riarmamento. Faccio questo riferimento anche per dare forma concreta all’ipotesi di un percorso rigeneratore che la politica europea patriottica ma antinazionalista ha saputo esprimere, pur soccombendo. E quindi per tenere vivo oggi il monito che senza quella visione il tema del riarmo assume caratteri che restano ora più che inquietanti perché furono non solo allora inquietanti ma perché sono ancora accessibili le fonti e le esperienze di riferimento per decifrarne il significato. E segnalo a margine che l’approccio di Norman Angell al tema della guerra e della pace trovò nel 1912 accoglienza nella rivista di taglio internazionale “La Riforma Sociale”, fondata e diretta da Nitti.
- Le conseguenze economiche della pace è il libro scritto da John Maynard Keynes nel 1919. Keynes aveva partecipato alla conferenza di Versailles nel 1919 come delegato del Cancelliere dello Scacchiere britannico e si era dimesso dall’incarico polemicamente, poiché riteneva opportune condizioni di pace più generose di quelle che furono raggiunte a Versailles. Letto in tutto il mondo, il libro criticava l’esito punitivo di quella pace paragonandola a una pace cartaginese, foriera di nuovi conflitti. Tale giudizio diventava così paradossalmente simile a quello del generale Ferdinand Foch, che con un punto di vista opposto (il Trattato di Versailles considerato troppo clemente con la Germania) secondo quanto riportato da Churchill che disse «Non è pace. È un armistizio di vent’anni» .
- La guerra e la pace è il testo di Francesco Saverio Nitti edito da Laterza nel 1916 – nel cuore della guerra – e L’Europa senza pace è il ripensamento complessivo anche della vicenda del negoziato di Parigi pubblicato nel 1921. La posizione del capodelegazione italiano – che succede a Orlando e Sonnino con la loro breve e burrascosa presenza che puntava alla riconquista (impossibile) di Fiume per vie diplomatiche, si saldò con l’opinione di Keynes per impedire la radicale punizione alla Germania (pesante taglio di territori, enormi risarcimenti) che il presidente francese Clemenceau reclamava. Nitti temeva ciò che poi è terribilmente accaduto: il revanscismo, il nazismo, il riarmo unilaterale tedesco e con venti anni di distanza la Seconda guerra mondiale. Per ridurre a poche righe lo spirito di questa giusta e inascoltata posizione, riferisco qui – scritto con l’esprit de finesse di un politico italiano armato di ironia e solida cultura che era Nitti – il giudizio che lui stesso lasciò scritto sul presidente Clemenceau:
“L’intelligenza di Clemenceau aveva nella sua manifestazione qualche cosa di arido. Mai in tutti i rapporti che ebbi con lui… notai altri sentimenti che di diffidenza e di avversione: mi pareva sempre che demolisse senza mai costruire. In realtà, nelle conferenze della pace non fece che demolire senza costruire. Vi erano sempre in lui più risentimenti che sentimenti, più volontà di distruggere che volontà di creare. Era in fondo un libertario, con una cultura larga ma frammentaria, con un’ignoranza di studi economici e finanziari, e quindi nella impossibilità di vedere nelle lotte umane, sia interne che estere, altra cosa che un’implacabile necessità e quindi la preparazione di nuove lotte: dominare per non essere dominati. Clemenceau non rappresentava interessi, ma passioni”.



