Una breve testimonianza nella maratona per il decennale della scomparsa di Umberto Eco. (19.2.2016-19.2.2026)

Fondazione “Umberto Eco“, costituita dai familiari e da amici di famiglia, ha avuto il merito di promuovere una maratona planetaria – materialmente svolta in 24 ore ( e trasmettendo le videoregistrazioni in YouTube) per un racconto a “mille voci” di chi ha conosciuto, frequentato e apprezzato uno dei più significativi intellettuali e studiosi italiani contemporanei. Sarà reso noto a breve il link per accedere a questa immensa testimonianza, alla quale sono stato invitato a partecipare, con gratitudine e sincera nostalgia, proponendo brevi spunti di testimonianza, almeno attorno ad alcune cose che credo meritino la condivisione di questo momento. Questa la versione scritta della testimonianza videoregistrata.

Francoforte, Buchmesse – Ottobre 1988

Umberto Eco è stato un intellettuale al tempo stesso elitario e popolare. Come lo era, per alcuni versi anche nei suoi rapporti personali. Innovativo, erudito, analitico, intuitivo. Ma anche pronto a raccontare – a tu per tu –  plaisanteries con finali goliardici, purché espressione del doppio senso (risvolto pur sempre… “scientifico”).

L’ho conosciuto, posso dire strettamente, nel corso dei miei dieci anni a capo del Dipartimento Informazione ed Editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri perché io ero interessato  a quel portatore di innovazione e lui era interessato a un giovane che aveva responsabilità pubbliche e anche normative nei suoi campi in tempi di grande trasformazione; ma anche  in una fase con poche regole. Entrambi con mogli di cultura tedesca.

Episodi citabili di questa “agenda privata” tantissimi. Conservo incorniciati i suoi disegnini di monaci, vescovi e sciagurati che mi passava con dediche a raffica nelle occasioni di eventi seduti accanto al tavolo e come reazione presumo alla sua noia. Indimenticabile il suo sostegno dalla prima ora alla decisione, se mi è permesso dire coraggiosa, di accettare (con decisione del governo) un anno per l’altro la proposta del direttore della Buchmesse di Francoforte di avere, per la prima volta nella storia della più importante fiera del libro al mondo, l’Italia ospite d’onore con immenso padiglione e serrati eventi multiculturali in giro per la città. Lui fu il portabandiera del centinaio di autori invitati quell’anno, il 1988. E sostenne (malgrado le proteste di Vittorio Gregotti che lamentava che lo Stato aveva fatto fare al mondo della cartapesta (nientemeno che Cinecittà) il lavoro che, secondo lui, dovevano fate gli architetti. Ma quella capitale della cartapesta aveva realizzato la scenografia del “Nome della rosa” – libro e film simbolo dell’evento – che fu trasportata a Francoforte costruendo una delle ragioni del grande successo di pubblico e di riscontri mediatici. Lui fu brillantissimo in ogni evento dell’agenda.

Ma vorrei soprattutto dedicare questo breve ricordo a un  altro frammento di memoria che segnala la sua vera posizione di innovatore dotato di serio senso civile. La comune partecipazione nel 1990 alla commissione ministeriale voluta dal Ministro Antonio Ruberti per tracciare il profilo di costituzione dei corsi di laurea in Scienze della Comunicazione. Io lo ero ex-oficio, avendo le competenze dell’Amministrazione del settore. Lui – semiologo e sperimentatore nel campo – era l’esperto per definizione. Finimmo a scrivere le due mozioni di minoranza in quella commissione, la mia per insufficienza multidisciplinare degli indirizzi, la sua, su quella scia, ma molto più mirata al futuro. Avrebbe voluto che le “scienze della comunicazione” avessero una rilevante componente che chiamava “logico-sperimentale”, che comportava una priorità nella ricerca a cavallo tra discipline come la sua e soprattutto il campo che muoveva le prime vere trasformazioni (cinque anni pima dell’avvento di internet) che poi sarebbero state dominanti, quelle della tecnologia. Gli interessi dei raggruppamenti esistenti ebbero la meglio. Ma il danno sarebbe stato di non dare alla comunicazione (che si avviava ad essere la prima  economia del mondo) un suo primo vero e nuovo raggruppamento disciplinare. Rimase così, fino ad ora, orfana e dipendente da altre discipline.

Fui ai suoi funerali al Castello Sforzesco a Milano. Avendo il riscontro della sua popolarità. Penso di lasciare in eredità i testi, per ora secretati, delle sue barzellette. Oppure di partecipare a una riunione con chi era destinatario superiore allo scopo di ricomporre, come dire, la “operina omnia”.

Nella condivisione di tavoli di riunioni, ecco una delle “veloci eredità” create dalla prossimità. Questa è del 1990.

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