Un intellettuale modernizzatore che ha difeso la cultura della ricerca e la centralità del libro e della lettura

Stefano Rolando
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La decisione dei familiari di Umberto Eco – moglie e figli insieme ad amici storici che hanno dato vita ad una Fondazione di cura della memoria e dell’opera di Eco – di promuovere una maratona planetaria (nel senso di ventiquattrore ininterrotte con testimonianze di ogni parte del mondo, che effettivamente ha rimesso a fuoco la monumentalità operosa, spaziante, acuta e spiritosa di un intellettuale di svolta del rapporto tra cultura e narrazioni dell’età contemporanea) fu prevista in un certo senso dallo stesso Umberto Eco.
Morto il 19 febbraio del 2016, a causa di un tumore al pancreas combattuto per due anni, Umberto Eco lasciò per volontà scritta che almeno per dieci anni nessuno facesse convegni e memorial day su di lui. Forse anche con l’intuizione di affidare il ripensamento collettivo ad una certa misurazione della sua mancanza nel panorama culturale e critico. Ma soprattutto un tempo per un adeguato inventario materiale e immateriale del suo grande lavoro di ricerca, didattica, scrittura scientifica e narrativa, giornalismo culturale e civile. Da una parte una biblioteca di 50 mila libri; dall’altra soprattutto la ricostruzione dei suoi nessi tra passato e presente, con il suo medioevalismo creativo a cui alla fine sono ispirate le cose di maggior successo della sua opera complessiva (libri, film, squarci di interpretazione della storia).
Ho dato anch’io, su invito della Fondazione Eco, il mio piccolo contributo a quella maratona, per ricordare almeno due cose di rilievo con una testimonianza personale, a cui qui vorrei fare cenno. Anche per esprimere la gratitudine – argomento che so condiviso da tanti, anche tra miei amici e colleghi – che svariati risvolti di nuove forme di cultura e creatività ispirate all’innovazione e al tempo stesso al senso delle radici, risvolti trasformati in professioni, missioni, tipologie, cantieri, eccetera dell’ultimo mezzo secolo, alla fine risalgono a lui. Inventore quindi di un modo di concettualizzare e definire un’epoca e le sue rappresentazioni. Ecco, proprio la parola “rappresentazione” mi muove a parlarne qui.
Questa rubrica, cioè questi podcast – oggi all’180° esemplare – sono nati e poi cresciuti attorno all’idea di fare divulgazione proprio attorno a questa parola, la “rappresentazione”, la messa in scena, la forma concettuale e semiotica, rifondata e governata da un principe della semiotica come lui era. Infatti, la sua cattedra universitaria e la sua disciplina, ampiamente solcata con scritti e ricerche, Il suo Trattato di semiotica generale, il saggio scritto in pieno ’68 sulla “Struttura assente”, insieme all’opera più citata nell’ultimo quarto di ‘900 nel dibattito pubblico italiano, cioè “Apocalittici e integrati” (che è del 1964), rendono la sua storia accademica largamente intrecciata con l’evoluzione civile e, in un senso macro-estetico, con la dinamica politica, non solo italiana.
Come questa maratona ha mostrato, si tratta di una storia molto riconosciuta, che racconta dell’attenzione tuttora viva per la sua prolifica creatività in Europa, Asia e America in lungo e in largo.
Ho avuto in comune con lui l’appartenenza alla Rai, sia pure entrambi per periodi limitati e con una ventina di anni di differenza (lui tra gli esponenti dei primissimi concorsi aperti a figure di grande rilievo intellettuale, basti ricordare che insieme a lui vinsero il concorso Gianni Vattimo e Furio Colombo a metà degli anni ’50. Che poi lasciarono l’azienda per l’ingresso di un nuovo ciclo di funzionari che fecero davvero la moderna Rai, come Emanuele Milano, Fabiano Fabiani, Angelo Guglielmi.
E in comune abbiamo avuto anche il processo di creazione dei corsi di laurea in scienze della comunicazione. Io solo per ragioni di rappresentanza di ufficio ministeriale, lui per avere fondato venti anni prima il primo prototipo accademico in Italia di queste materie, cioè il Dams di Bologna.
Nella lunga maratona ho raccontato questo tema dicendo brevemente queste cose.
“Vorrei dedicare questo breve ricordo a un frammento di memoria che segnala la vera posizione di Eco come innovatore dotato di serio senso civile. La comune partecipazione nel 1990 alla commissione ministeriale voluta dal Ministro Antonio Ruberti per tracciare il profilo di costituzione dei corsi di laurea in Scienze della Comunicazione. Io lo ero ex-oficio, avendo le competenze dell’Amministrazione del settore. Lui – semiologo e sperimentatore nel campo – era l’esperto per definizione. Finimmo a scrivere le due mozioni di minoranza in quella commissione, la mia per insufficienza multidisciplinare degli indirizzi, la sua, su quella scia, ma molto più mirata al futuro. Avrebbe voluto che le “scienze della comunicazione” avessero una rilevante componente che chiamava “logico-sperimentale”, che comportava una priorità nella ricerca a cavallo tra discipline come la sua e soprattutto il campo che muoveva le prime vere trasformazioni (cinque anni pima dell’avvento di internet) che poi sarebbero state dominanti, quelle della tecnologia. Gli interessi dei raggruppamenti esistenti ebbero la meglio. Ma il danno sarebbe stato di non dare alla comunicazione (che si avviava ad essere la prima economia del mondo) un suo primo vero e nuovo raggruppamento disciplinare. Rimase così, fino ad ora, orfana e dipendente da altre discipline”.
L’altro spunto della mia testimonianza ha riguardato il suo ruolo oggettivo e soggettivo cruciale nell’edizione del 1988 della Fiera internazionale del libro di Francoforte, la famosa Buchmesse, che avvenne all’indomani del successo mondiale del libro e del film Il nome della rosa. Anche qui cito quanto ho ricordato.
“Conservo incorniciati i suoi disegnini di monaci, vescovi e sciagurati che mi passava con dediche a raffica nelle occasioni di eventi seduti accanto al tavolo magari come reazione alla sua noia. Indimenticabile il suo sostegno dalla prima ora alla decisione, se mi è permesso dire coraggiosa, di accettare (con decisione del governo) un anno per l’altro la proposta del direttore della Buchmesse di Francoforte di avere, per la prima volta nella storia della più importante fiera del libro al mondo, l’Italia ospite d’onore con immenso padiglione e serrati eventi multiculturali in giro per la città. Lui fu il portabandiera del centinaio di autori invitati quell’anno, il 1988. E sostenne (malgrado le proteste di Vittorio Gregotti che lamentava che lo Stato aveva fatto fare al mondo della cartapesta (nientemeno che Cinecittà) il lavoro che, secondo lui, dovevano fate gli architetti. Ma quella capitale della cartapesta aveva realizzato la scenografia del “Nome della rosa” – libro e film simbolo dell’evento – che fu trasportata a Francoforte costruendo una delle ragioni del grande successo di pubblico e di riscontri mediatici. Lui fu brillantissimo in ogni evento dell’agenda”.
I campi strutturali, estetici, infrastrutturali della comunicazione del nostro tempo (usando qui la parola con perimetro diciamo “largo”), dunque anche quella profondamente trasformata dai processi digitali (alcuni dei quali muovevano il suo vivo interesse, altri – come il recente sviluppo dell’utenza dei social – il suo preoccupato disappunto) sono stati tutti oggetto di interi cicli di analisi e di scrittura: la narrazione, i linguaggi, la musealità (“la vertigine della lista”, per usare una sua espressione). Mescolando approcci analitici e umoristici, con il gusto per la battuta, spesso anche un po’ osé, alla fine Umberto Eco ha creato molti allievi, alcuni veri, altri per contaminazione. Ha ricevuto quaranta lauree honoris causa. E, alla fine, ha collocato un italiano in vetta alla classifica di ciò che il Novecento ha chiamato – chi con ammirazione, chi con fastidio – “gli intellettuali”. Non c’è grande giornale italiano che non abbia avuto la sua firma, a cominciare dall’Espresso di cui è stato tra i fondatori e poi Repubblica.
In questi giorni la sua citazione più riportata è stata quella riguardante la lettura:
“Chi non legge – ha scritto – a 70 anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni, La lettura è una immortalità all’indietro”.
La più sottile citazione di Eco (con cui concludo) la trovo in queste parole tratte da Il pendolo di Foucault: “Si possono dire cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste”.