Come se non avessimo più forti ragioni per rendere comune il paradigma di condivisione degli accadimenti. Anche se sollevare la parola “pericolo” con toni millenaristici, astratti, per puro lucro politico, senza coinvolgere responsabilità e connessi sacrifici, sarebbe comunque lo scenario peggiore. Sarebbe importante un vero dibattito su cosa si intende per “pericolo”: le bombe a casa nostra o perdere la bussola per governare il pianeta? Intanto, il dissenso in maggioranza alla guerra all’Iran tra gli italiani e tra gli americani spinge la premier Meloni a uscire (un po’) dalla reticenza e a dire “non condivido, non condanno”.
Stefano Rolando
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Immaine pubblicata da World Politic Blog
Ho l’impressione che, malgrado naturali momenti sereni, siamo tutti come i mosquitos quando vengono accecati dalla luce e girano all’impazzata attorno a lampade e lampadine senza più lucidità e spesso con rischi suicidari. Come impediti dal mettersi fuori dall’esposizione seduttiva per trovare il loro cono d’ombra e la loro tranquillità.
Parlo naturalmente dei tanti partecipanti, con la parola e con l’ascolto, al dibattito pubblico sulle dominanti degli eventi. Quello che è sempre più strutturato sulla velocità e sulla sintesi delle opinioni, così come la rete oggi lo profila. Con moltiplicazione di chat, che semplificano ma che anche complicano le dinamiche associative una volte costruite attorno a rituali in presenza. Una volta con i tempi di preparazione e di metabolizzazione più allungati e quindi con una selezione che avvantaggiava il pensiero meditato. Ma che ora contiene sempre più esibizionismi assertivi, roboanti e spesso imprecisi.
Poi naturalmente c’è il soprammondo professionale dell’informazione.
Esso agisce con basi selettive, con strumenti di ricerca, con maggiore uso dei dati. Ma, purtroppo, è divenuto anche territorio di incursioni manipolatorie. Cioè anch’esso è prioritariamente teatro di guerra. Se si riflette sull’insieme di questo immenso rumore di fondo, esso appare come un’oceanica Babele che si muove a scatti. Per esempio, a ogni starnuto di Donald Trump.
Una mano invisibile sceglie nel menu il tono e la variazione di tono: dall’indignazione alla rassegnazione, dalla stupefazione all’ira. E con emozioni mutanti contribuisce al coro greco dello stupor mundi. Non mancano continui stimoli. I talkshow, collocati ormai in tutte le ore del palinsesto televisivo e presenti in tutte le reti, si pongono spesso come soggetti di cerniera. Ci sono quelli che chiamano gli esperti per capire e far capire. E ci sono quelli che invitano gli esperti e li moderano abitualmente con intemperanza in una conduzione regolata da un cronometro umorale e interessati soprattutto al posizionamento aggressivo che l’intervento dei partecipanti contiene. Allo scopo di salvare parvenze scientifiche ma soprattutto di lottare in sostanza per l’audience facile.
- Scende, come sappiamo, la lettura di analisi riflessive e problematizzate. Quelle, ad esempio, della carta stampata che richiedono un tempo doppio di scrittura e un tempo doppio di lettura e che, a motivo di questo pregio, vengono relegate largamente all’area degli addetti ai lavori.
- Sale popolarmente la febbre da videogiochi, una attrazione che continua nel sistema televisivo dai tempi del Guerra del Golfo, all’inizio degli anni ’90, con tutti i ritrovati della trasformazione digitale che oggi profila l’intercettazione di un drone o di un missile con la chiarezza ella fascinazione di immagine pari alla tua finestra di casa.
- Si sfalda poi nel nostro spaesamento la decodificazione degli aggettivi contenuti nei commenti per capire se l’abbiamo fatta franca anche oggi oppure è il caso di portare al mare o in montagna i bambini e gli anziani di casa.
Una cosa dobbiamo dircela con chiarezza. Non stiamo riuscendo – come italiani e forse anche come europei – ad avere una forte ragione per rendere non dico comune ma più comune il paradigma di condivisione degli accadimenti.
La costruzione del processo di rappresentazione delle crisi, sommandosi negli ultimi anni un insieme di fattori diversi (la salute e le pandemie, le migrazioni crescenti, la lunga deindustrializzazione e la trasformazione occupazionale, le disuguaglianze economiche e cognitive e ora le guerre a ripetizione), la sommatoria ha prodotto complessi fenomeni di impaurimento, sempre meno razionalmente spiegabili e sempre più rappresentati dall’indecifrabilità della parole “paura”. Paolo Gentiloni nell’editoriale di questa mattina su Repubblica la chiama “la cupa incertezza”. Qualcosa che porta con sé il fenomeno contrario dell’apprendimento, cioè la rimozione.
Forse questo è l’argomento più grigio della cronaca comunicativa di questa escalation di guerre improvvise, violente, devastanti, impositive, figlie spesso di una continua eruzione di psicosi tiranniche. Come quelle che cominciamo a conoscere di un tipo che, come si è già visto in altre storie del ‘900 è partito con investitura elettorale democratica e poi ha capito che il gregarismo di un popolo non più legato al rigore e agli inconvenienti dei controlli democratici, cede di pancia all’esproprio di deleghe e quindi alla manipolazione umorale del consenso.
Un fenomeno planetario di de-democratizzazione. Che produce una prima evidente malattia: la diminuzione delle grandi ragioni per indignarci e per reagire. La parola “pericolo” è in bocca a pochi. Nessuno vuol passare per menagramo. Pochissimi hanno pronte ricette credibili.
L’ex capo della Cia americana, l’informato Leon Panetta, nel dettaglio di un’intervista, ha buttato lì qualche giorno fa che anche l’Italia potrebbe, qui e là, ricevere la visita di qualche missile impaziente. Mi pare che pochi o forse nessuno abbia alzato polvere sull’allarme preventivo. Anche se Lucio Caracciolo con il suoi saggio “La pace è finita” ha messo altri argomenti in campo. Così come l’ISPI ha più volte fanno cenni ai nostri rischi sistemici. Poco, rispetto a sirene suonate spesso a babbo morto, cioè a danni compiuti, per accompagnare non per prevenire i fatti. Qui con migliaia di morti in più e con l’ampliamento quotidiano dei perimetri dello scontro, la parola d’ordine che si fa strada è non allarmare l’opinione pubblica. E, per ora, questo è il vincolo del Palazzo. Su cui incombe naturalmente l’imbarazzo di non essere abituati all’analisi critica (ho detto “critica”) delle grandi forze del mondo, soprattutto quelle da cui dipende la nostra sicurezza.
L’adeguamento dei media e di chi ha strumenti interpretativi (per esempio le Università) – per fortuna non totalizzante – è in verità meno spiegabile e meno commendevole. La spiegazione deve pur cominciare da qualche parte.
Con l’eccezione della Chiesa e del Vaticano in particolare. Anche se l’invocazione alla pace, hic et nunc, del Pontefice è espressa con la retorica del dovere morale e quindi del principio evangelico. Cioè è confezionata per tenere accesa la candela della speranza, non per infrangere miracolosamente la follia dei lampi di guerra.

Carta pubblicata da Limes
Un argomento. Non abbiamo territori in pericolo evidente. Non abbiamo patrie aggredite. Argomento che spinge a dire che l’avvio di un dibattito pubblico sensato dovrebbe cominciare quando si rispondesse alla domanda “cosa significa oggi realmente pericolo?”. Che ci tirino le bombe in casa o che la nostra filiera mondiale di sicurezza (80 anni di certezza di posizione e alleanze) sta entrando nella crisi, nell’ingovernabilità e nell’indicibilità?
Intanto, stando al rischio territoriale, l’equazione che ha retto per un po’ circa la mobilitazione morale di sostegno all’Ucraina come fonte della deflagrazione bellica arbitraria che ne sta conseguendo (cioè con americani e israeliani che si sentono coperti dal coinvolgimento fino al collo dei russi) si è a poco a poco affievolita. Perde chiaramente voci di intellettuali e di celebrities che possono mantenerla viva nella società in epoca di marginalità della politica. Ora l’equazione di un’Ucraina da intendere come confine sostanziale dell’Europa è argomento per la geopolitica, non per i mercati rionali. E la drammatica partita della guerra di invasione, che ha dato il là a tutto, prosegue con un solo popolo in campo, quello ucraino. Da noi ormai lo vanno dicendo solo pochi esponenti politici e per lo più di partiti minori.
Gaza ha mobilitato in una certa fase i giovani di tutto il mondo. Ma a fronte dello scenario dell’intero Medioriente incendiato, il motivo umanitario mobilitante è come svanito. È rimasto un folgorante interrogativo che sta lasciando a casa giovani, intellettuali, giornalisti e influencer. Si dice: l’attacco americano all’Iran è folle ma sono folli e medioevali anche gli ayatollah islamici; per cui chiamarsi fuori dal parteggiamento a molti appare consigliabile.
Però la realtà cambia ogni minuto. Ieri (domenica 8 marzo) sono affiorati i dati di consenso e dissenso alla guerra scatenata dagli USA in Iran: il 65% degli italiani è contro, il 55% degli americani è contro. Tanto che è la premier Giorgia Meloni a fare un robusto mezzo passo fuori dalla reticenza: “non condivido, non condanno”.
Viene anche da dire che sarebbe mobilitato il solo trasversalissimo Aldo Cazzullo nel proporci la frequente ribattuta del suo programma su San Francesco, come antidoto simbolico degli orrori impersonati dalla storia contemporanea. Un programma, come sempre ben fatto. Mi fa un po’ velo pensare, tuttavia, che sta diventando giornalismo ormai prodotto soprattutto per il marketing editoriale dei giornalisti stessi, cioè programmi televisivi al traino dei loro libri, gli unici di cui si parla sui media. Una cosa che ormai spunta un po’ il potere diciamo moralmente seduttivo pur di programmi ben fatti.
Manca ancora, in definitiva, la percezione complessiva del pericolo.
Cioè sta venendo meno la possibilità di costruire insieme una cultura moderna, civile, responsabile del “pericolo”. Sarebbe già una convenzione enorme tra politica, società, economia e media se, a fronte delle permanenti dinamiche di rischio, facesse un robusto passo avanti il discutere e l’agire con i fatti statistici davanti agli occhi e non solo con quelli demoscopici delle percezioni.
Comunque, voglio subito chiarire al riguardo che sollevare questa parola con toni millenaristici, astratti, per puro lucro politico, senza coinvolgere responsabilità e connessi sacrifici, sarebbe comunque lo scenario peggiore.
Anzi diciamo pure dei tanti pericoli: quello territoriale, quello morale, quello politico, quello culturale, quello economico….
Hooops, forse questo potrebbe mettersi in moto con il concretizzarsi delle minacce sulle bollette energetico-petrolifere. E questa finirebbe per essere la controprova di un cataclisma etico davvero compiuto.
Cioè, salvo la tasca, molto poco del dramma umano sembrerebbe ora appartenere al nostro strampalato coro greco di accompagnamento emozionale agli attuali mali del mondo. Abbiamo molto bisogno di sentire la voce, anche dal basso, dell’Italia migliore.