Congedi. Umberto Bossi (Cassano Magnago 19 settembre 1941 – Varese, 19 marzo 2026).
Non è bastato il celodurismo per rianimare la lunga crisi del ceto medio.
Stefano Rolando
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The Northern League’s Umberto Bossi, seen speaking at a rally in Milan in March, is a key ally of Prime Minister Silvio Berlusconi. Agence France-Presse/Getty Images
Se ne è andato a 84 anni e in condizioni di salute a lungo infragilite dopo il grave attacco ischemico, un vero e proprio ictus cerebrale, che lo colpì nel marzo del 2004. In più – pur essendo rimasto in Parlamento finora, per una sorta di diritto di parola a vita per meriti fondativi – era fuori da responsabilità e reale condivisione con la Lega salviniana – nel quadro di un progressivo “retiro” nella sua Gemonio, borgo di tradizione in provincia di Varese, con un bell’ambiente prealpino e sede di medie imprese (da Riso Curti al dolcifico Sapori alla produzione artigianale del Gorgonzola). Qui Bossi era divenuto una figura di culto nostalgico dei leghisti della prima ora ma non più né incidente né ascoltato. Con l’imbarazzo per la virata “sovranista e sempre più a destra” di Matteo Salvini (così ne parla al Corriere Roberto Calderoli, attuale ministro), che ogni tanto è diventato oggetto di sdegno anche interno al leghismo che ricorda le reiterate dichiarazioni antifasciste del Senatùr.
L’attenzione dei media e del sistema politico italiano per questa scomparsa è tuttavia più che giustificata. Contribuisce anche ad un dibattito sempre meno di moda, cioè quello sulla finta coerenza dei partiti della coalizione di centro-destra, sbandierata e spesso falsificata, così come quella di quasi tutto il sistema politico della seconda Repubblica italiana.
I funerali ieri 22 marzo (data simbolica del risorgimento milanese e lombardo) nella fatidica Pontida, con la regia del ministro dell’Economia Giorgetti, presente la premier Meloni e mezzo governo, connotati dallo spolvero delle radici autonomiste dell’avvio del leghismo italiano, corretto poi nella gestione Salvini da altro tipo di rappresentanza e di immagine (verso il Mezzogiorno, ma con fuochi di paglia; e verso un certo integralismo cattolico, per avere una quota di rappresentanza di uno dei caratteri simbolici della coalizione). Correzioni vissute come una progressiva presa di distanza dal fondatore e quindi con un percorso di formale coabitazione ma di sostanziale separazione tra la Lega di Bossi e quella di Salvini, con i maggiori rappresentanti dei territori del nord, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e l’ex governatore del Veneto Luca Zaja, più legati alla tradizione bossiana pur senza esprimere conclamati dissidi dall’attuale leader. Almeno nei partecipati funerali della piana di Pontida famiglia e amici hanno restituito l’immaginifico originario del leghismo nordico, autonomista, grintoso con lo Stato, con la globalizzazione, con la finanza e con le culture borghesi urbane.
I tre temi segnalati nelle dichiarazioni di leader attuali ma anche da altri, come lui, un po’ in disparte, potrebbero essere così ricordati:
- La questione settentrionale che Bossi esprimeva con il rischio di vilipendio arringando contro il cruciale verso dell’Inno di Mameli che magnifica la sottomissione dell’Italia a Roma (“che schiava di Roma Iddio la creò”), inno che i leghisti della prima ora antagonizzavano insieme al tricolore, preferendo il “Va pensiero” verdiano come inno e il Sole delle Alpi come stemma simbolico (sul tricolore Bossi stesso si beccò denunce e condanne di vilipendio spiegando pubblicamente l’uso che faceva del tricolore italiano).
- Il radicamento della politica attorno all’economia reale, dunque l’idea di interpretare e valorizzare il voto della piccola imprenditorialità del nord e, più in generale della classe operaia, contro l’orientamento globalizzante della media e grande impresa, contro l’apertura del mercato del lavoro agli immigrati, contro lo scarso potere decisionale del quadro istituzionale territoriale (regioni e comuni) con penalizzazione politica, fiscale e di investimenti dei territori più operosi e produttivi.
- La resistenza ad aprire politicamente e normativamente la politica italiana al quadro di recente molto più evoluto dei diritti civili, con particolare riferimento alle parità complessive di genere, alla piena legittimazione dell’omosessualità e altri temi.
Si tratta di piattaforme che la Lega non ha rifiutato o ribaltato. Ma le ha adattate a un marketing politico tattico, in cui il radicamento settentrionale ha avuto alti e bassi e in cui alcuni importanti passaggi di conservatorismo sono andati verso nuove espressioni di leadership (per prima quella, pur parabolica, presto fallita, del generale Vannacci) che hanno portato a polemiche non facilmente ricomponibili e a snaturamenti del bossismo di tradizione.
Non che Umberto Bossi fosse il più fedele e coerente paladino del suo stesso posizionamento. Come dimostra il rapporto con il prof. Gianfranco Miglio che fu all’origine di un raffinamento della posizione antistatalista, antinazionalista e federalista del movimento della Lega prima maniera. Legame che tuttavia, nel giro di pochi anni, lo stesso Miglio dichiarò sciolto dopo aver presentato i punti salienti del progetto al congresso del partito ad Assago nel 1993 con il decalogo di Assago che venne fatto proprio dalla Lega Nord solo marginalmente. Miglio accusò Bossi di seguire piuttosto una politica di contrattazione con lo Stato centrale che mirasse al rafforzamento delle autonomie regionali.
Dopo le politiche del 1994, Miglio fu contrario sia ad allearsi con Forza Italia che a entrare nel governo Berlusconi e, inoltre, non gradì che per il ruolo di ministro delle riforme istituzionali fosse stato scelto Francesco Speroni al suo posto. Bossi reagì con queste precise parole : «Capisco che Miglio sia rimasto un po’ irritato perché non è diventato ministro, ma non si può dire che non abbiamo difeso la sua candidatura. Il punto è che era molto difficile sostenerla, perché c’era la pregiudiziale di Berlusconi e di Fini contro di lui. Di fatto, il ministero per le Riforme istituzionali a lui non lo davano”.
Bossi veniva da esperienze politiche piuttosto antagoniste. Da costole del Manifesto al Pdup. Il suo linguaggio non era da salotto. La sua istruzione non da intellettuale (con studi universitari interrotti, che gli costarono il primo matrimonio perché aveva fatto credere alla prima moglie di essersi laureato e di lavorare in ospedale). Come Maroni aveva fatto musica del tempo, Maroni al pianoforte, lui da cantante con il nome di Donato. Voca roca adatta a spartiti un po’ rudi. Bossi aveva tentazioni secessioniste. Ma erano sostanzialmente tattica comunicativa che corrispondeva però alla sua cifra temperamentale. Se avesse retto la soluzione federalista con Miglio avrebbe dovuto trasformarsi anche la sua postura relazionale. Ne parlano oggi D’Alema e Prodi facendo capire che il dialogo del tempo era con un ectoplasma esotico e anche simpatico ma che non produceva loro sconvolgenti pensieri.
La sua retorica era di trascinamento. Rapide arringhe pro e contro. Spiegando posizione e nemici con parole semplici. Nel clima di un professionismo politico dominato dall’incipriamento un po’ evasivo dei democristiani e dal politichese intellettualistico dei comunisti, lo spazio si profilava per parlare di popolo al popolo (in cui comunque i grandi partiti di massa del tempo avevano larga udienza) cercando le piste della differenziazione. Cosa che riuscì in avviamento degli anni ’90 con il favore della stagione in cui si sarebbe presto incrinata la fiducia popolare per quei partiti maggiori, facendo presto della Lega un riferimento in senso lato per il protezionismo di territorio almeno nel nord Italia. Una caratteristica da tutti riconosciuta: grinta e orgoglio nel negoziare con la politica soprattutto di establishment.
Dopo di che arrivarono contraccolpi. Tra cui anche quelli di non poter evitare aspetti giudiziari nel quadro di Manipulite (Bossi organizzò una colletta popolare per restituire 200 milioni del caso Enimont dei quali ogni colpa finì sul tesoriere Patelli). E altri contrasti che tuttavia erano connessi al posizionamento di polemica istituzionale. Con il sistema a soqquadro, Bossi accettò il teorema di Berlusconi di costruire un‘alleanza di governo per coprire il vuoto di potere insorgente nel 1994. Berlusconi in mezzo, lui al nord e il partito di destra erede del MSI guidato da Fini a rappresentare il sud. Una cosa un po’ artificiosa. Ma che permetteva di migliorare una dirigenza poco impratichita del potere. Cosa di cui la Lega era quasi digiuna. Ressa durata pochi mesi e poi fu lui stesso a far saltare il banco.
Tutti impararono la lezione. Anche Berlusconi che perse, studiò , si riorganizzò, tornò a vincere. Mentre per Bossi cominciava un percorso in discesa che in una prima parte mantenne la mediazione di Maroni e nella seconda fase subì la più radicale sterzata di Salvini. Ma nel trapasso di poteri ci fu anche il calo elettorale, arrivato a toccare il 4% per poi, pur dirozzando dalla linea originaria, risalito fino a livelli competitivi con la politica nazionale.
Scrivono ora i giornali – in particolare Il Corriere della Sera, per mano di Venanzio Postiglione – che la questione settentrionale resta il tema vero posto da Umberto Bossi alla politica italiana rimasto ancora privo di risposte e di interpreti.
Può essere. Ma con le crisi finanziarie, geopolitiche e tecnologiche degli ultimi 20 anni, non credo che il ruvido antagonismo di un inventore con intuizioni di fine secolo oggi avrebbe più chances creative di quelle affannose e contraddittorie messe in campo dai suoi successori.
Ora la guida del governo è nazionalista, trumpiana e certo non antifascista. Che farebbe Umberto Bossi – riportato a rigenerata lucidità e intuizione – costretto a fare quadrato con questa deriva? Forse romperebbe come ruppe nel ’94. Ma attenzione, non è che allora ruppe per fine coerenza teorica. Disse al tempo, fuori dai denti, che temeva che Berlusconi gli sfilasse uno per uno tutti i suoi compari e quindi i suoi consensi. Se ne andò per salvare la squadra, non per cambiare strategicamente la politica italiana.
Insomma, anche se il “mai con i fascisti, mai con i nipoti dei fascisti” di Bossi risuona tuttora come un frammento politico collocato tra il Risorgimento, la Resistenza e l’indipendenza del Nord partigiano e anti-repubblichino, i veri nipoti di Carlo Cattaneo non hanno la vaghezza interpretativa del leghismo. Credo che abbiano ottenuto più autonomia i trentini di Bruno Kessler dei padani di Bossi. E credo che abbia colpito più nel segno l’analisi del “regno inerme” di Piero Bassetti sul declino dei sistemi nazionali, del “Roma ladrona” del Senatùr.
Ho cercato in queste ore una metafora, uno spunto interpretativo che riassumesse la parabola fragorosa e alla fine patetica rappresentata dal percorso politico di Umberto Bossi. La parabola essendo – salvo il caso di veri e propri statisti (a nessuno verrebbe in mente la parabola pensando a Cavour) – una linea frequente di percorso per protagonisti di rottura della scena.
E mi è così venuto in mente che pochi giorni fa sono andato ad ascoltare un “grande vecchio” della sociologia non accademica italiana come Giuseppe De Rita, che presentava alla Biblioteca Spadolini del Senato il suo breve colloquio con Mirko Grasso “L’Italia che conosco” (edito da Carocci) dedicato alla crisi del ceto medio.
Del ceto medio parleremo un’altra volta, ci sono spunti interessanti. Ma l’argomento a cui De Rita ha dedicato più tempo a voce è stato quello di una tendenza moderna delle democrazie occidentali in cui la crisi del ceto medio ha abbassato l’autopropulsione sociale e ha condotto dappertutto al rischio della omeostasi. Mentre in medicina, in biologia, in psicologia, l’omeostasi è tendenzialmente un valore, cioè un equilibrio stabile, nelle dinamiche sociali può invece corrispondere a stasi involutive. Da qui la via di uscita di immaginare che qualcuno rompa quel clima, assumendo postura, ruolo e retorica di netta rottura dell’omeostasi. Non per risolvere i problemi ma per tentare di far evaporare la melassa omeostatica. Poco importa se a destra o a sinistra. Contando di più la stranezza, l’eccentricità dei comportamenti. Guardando a fenomeni recenti, il caso Trump sembra fatto apposta per questa teoria. Osserva De Rita: “In Italia, però non ci stiano a propinare questa magica opportunità. Noi – cominciando da Mussolini per finire a Bossi, a Berlusconi , a Grillo – abbiamo già dato”.