Cosa complessa. Esistono e vanno perseguiti. Ma camminando con la storia e con la cooperazione internazionale. Non propugnando identità nazionali immote nel tempo e il fondamento nefasto del “nazionalismo”, inteso come primatismo a scapito degli altri e quindi in conflitto con tutti. Persino l’ultimo referendum ha evitato di creare coscienza su questo tema, preferendo lo sport di prendersi a calci reciprocamente.
Stefano Rolando
Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/interessi-nazionali-un-equivoco-del-nostro-tempo/

Gaetano Salvemini – La politica estera dell’Italia dal 1871 al 1914. Ed. Barbera, 1944.
Alla fine, il grosso delle notizie che ci circonda – e quindi anche dei fatti che avvolgono l’agenda contemporanea – sta ruotando attorno ad una piega pericolosa.
Le democrazie sono una la forma costituzionale di una minoranza di paesi. Ma anziché vedere sempre più coltivata, insieme alla libertà e al pluralismo, un’idea di equilibrio multilaterale in cui ci si confronta pragmaticamente con le diversità e si compete con il talento e la creatività altrui, accettando confronti e regolando anche le ibridazioni (che, ricordiamocelo, hanno costituito la fonte delle civilizzazioni) si va predicando il primatismo nazionalistico. Quello che pretende difesa di presunte purezze identitarie immote nel tempo, facendo crescere aggressività interna ed esterna contro forme di concorrenza al tempo stesso aperta e cooperante.
Tradotta in politica questa linea si è affermata nell’America di Donald Trump e si è sparsa in vario modo in Europa e nell’Occidente. In Italia portando il partito guida di questa visione a comporre un governo che è in carica da quattro anni in cui la dialettica interna è tra chi si supera a parole per sostenere che difende di più e meglio “gli interessi nazionali”. La Lega di Salvini cercando di differenziarsi dal partito guida per spirito sovranista. Il partito guida – cioè Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni – continuando a predicare retoricamente gli interessi nazionali per stare a mezza via da Trump (che ora tende a scaricare la “inaccettabile e senza coraggio Giorgia“) e dall’Europa (che un giorno convive con l’Italia suo paese fondatore e l’altro giorni deve prenderci le distanze). Con una formazione estremista poi (guidata da un europarlamentare, l’ex-generale Vannacci) che sta crescendo ora fuori dal governo, ma in realtà per condizionarne la prospettiva sostenendo con preoccupante contraddizione la difesa estrema degli interessi nazionali e riscuotendo al tempo stesso il sostegno (e qualcos’altro probabilmente) della Russia di Putin per minare alla base evidentemente quegli “interessi nazionali”. Il tutto con un altro partito, cosiddetto moderato, che è “Forza Italia” che pur di stare nella coalizione che si spartisce i posti di governo e sottogoverno un giorno dice che gli interessi nazionali corrispondono alla visione europea e un altro giorno dice che “il diritto internazionale si applica fino a un certo punto”.
Insomma la confusa e sbiadita bandiera che tiene insieme una coalizione che si prepara ad elezioni di riconferma alla guida dell’Italia è quella di una imprecisata e ambigua politica degli interessi nazionali che prende quota solo per la semplice ragione che la coalizione avversa – il cosiddetto centrosinistra – ritiene questa espressione appartenente alla destra e perciò si disinteressa di confrontarsi – come fanno tutte le democrazia occidentali forti – con la modernità e la complessità dell’espressione stessa, facendo finta che non esista.
Così come il centrosinistra ha fatto finta di non aver più bisogno di coltivare l’idea un tempo risorgimentale e poi resistenziale di “Patria”, perché cavalcata spesso scompostamente (sia dal punto di vista teorico che funzionale) dagli avversari. E quindi regalando a quegli avversari una sorta di usucapione sull’idea di Patria e sull’idea degli interessi nazionali attorno a cui si va costruendo il populismo occidentale del nostro tempo. Incuranti che attorno all’uso distorto di queste espressioni nel Novecento si è dato vita a due guerre mondiali che hanno lasciato sottoterra cento milioni di esseri umani. Dagli esiti di quelle guerre sono nate costituzioni, istituzioni, dottrine politiche e teorie socioeconomiche oggi in un certo affanno. E il primo affanno è dovuto è il fatto che è venuta meno l’alimentazione culturale e teorica di quei concetti.
Prendo spunto per il tema del podcast di oggi da due cose.
- La prima è l’avere partecipato alle celebrazioni del centenario della morte (a seguito di aggressione degli squadristi fascisti) di Giovanni Amendola, dopo Matteotti il capo sostanziale dell’opposizione parlamentare a Mussolini in un Parlamento in cui nella prima fase i fascisti non avevano neppure la maggioranza ma guidavano, con violenza e sopraffazione, il governo nazionale. La vicenda di Giovanni Amendola, esponente di cultura liberaldemocratica, mostra anche in questa ricorrenza grazie alla discussione e soprattutto all’analisi storica di nuovi approcci, che ad animare quello spirito di resistenza e di opposizione non era solo l’appartenenza a un partito diverso dal fascismo che si opponeva per visione e ideologia. Ma soprattutto la preoccupazione di vedere come il fascismo stesse sfasciando lo Stato italiano, cioè battendosi per collocare gli interessi nazionali nella preliminare salvaguardia del modello istituzionale fondato sull’autonomia e la responsabilità di una organizzazione ancora fragile della democrazia dell’unità d’Italia. Questa posizione – attenzione – era minoritaria rispetto anche ad altre forze e altri esponenti di opposizione e poi di resistenza che vedevano prima di tutto gli interessi ideologici ed elettorali dei partiti di appartenenza. Cosa in sé legittima e importante. Ma non a scapito della primaria salvaguardia del quadro istituzionale nazionale. Figure così le abbiamo conosciute nella storia dell’Italia unita. Hanno nomi e cognomi. Ma sappiamo che si tratta di figure rare e in sostanza di minoranza.
- L’altro spunto viene dalla pubblicazione del gran lavoro di compendio storico-critico delle nostre istituzioni che Guido Melis, storico dell’Amministrazione dello Stato, ha dedicato ai valori e alle fragilità appunto dell’evoluzione del patrimonio istituzionale nella storia contemporanea dell’Italia (Le istituzioni della Repubblica italiana, più di settecento pagine pubblicate dal Mulino). Appunto raccontando un’evoluzione bella, difficile, non sempre alimentata da adeguate riforme e quindi con fattori forti e fattori precari che vanno compresi e ben distinti.

Cosa possiamo dire allora su questo tema degli interessi nazionali?
Vediamo intanto chi dovrebbe difenderli, custodirli, consolidarli. Perché, sia chiaro, essi esistono e corrispondono a cose precise. Diciamo che sono la capacità di individuare l’insieme degli obiettivi strategici, economici, politici e di sicurezza che uno Stato persegue per garantire la propria sopravvivenza e una prosperità perseguita in forma legittima nelle compatibilità dei rapporti di forza internazionali.
- Ci fanno credere talvolta che i regimi autoritari potrebbero difenderli meglio di quelli democratici perché li sbandierano di più, fanno più cose in loro nome. Dimenticando che proprio i dittatori li hanno davvero elevati a paradigma della loro propaganda, ma nascondendo dietro a quel paradigma l’ipertrofia del loro ego, lo spirito di una revanche piccoloborghese che sottovalutava forza reale e capacità di impatto internazionale (basta pensare al Mussolini di “spezzeremo le reni alla Grecia”); insomma culture velleitarie (alla fine fu tale anche quella di Hitler) e comunque con immensa miopia sui caratteri reali dell’evoluzione moderna.
- Dunque, dovrebbe essere la democrazia dei partiti a comprendere meglio e con più realismo “gli interessi nazionali”. In principio è così. Ma la dinamica concorrenziale – ideologica e di potere – ha portato storicamente una parte rilevante della politica e alcune spinte sostanziali dell’agire politico a privilegiare uno spirito che contiene il bello e il peggio della politica (penso al “politique d’abord” di Pietro Nenni, con il suo contenuto di verità e di rischio al tempo stesso). C’è stata dedizione alla causa pubblica collettiva nella storia politica. Senz’altro. Ma c’è stato anche che gli interessi di partito per molti hanno prevalso su quelli dello Stato. Insomma, coloro per cui la fazione ha certamente contato più della nazione. E questa vale a destra come a sinistra.
- In contrappunto verrebbe da pensare allora alla società e al sistema di impresa che la anima. C’è la storia di grandi cause del processo di crescita imprenditoriale che fanno pensare a tanti veri laboratori di “interesse nazionale”, sia nel campo dell’impresa pubblica che privata. E certamente questo fattore va studiato e compreso sia alla luce del progresso contenuto nel consolidamento produttivo sia alla luce anche della dialettica sociale che ha prodotto processi di emancipazione e di autopropulsione sociale. È legittimo dire che questa visione sia oggi in affanno? È legittimo dire che il disegno di una competitività intelligente e solidale abbia lasciato molte volte il passo a spinte protezionistiche, confuse con fattori di corruzione e comunque di involuzione delle regole decisionali e legislative? È legittimo guardare alla più recente evoluzione finanziaria per dire che l’espressione “interessi nazionali” si rintraccia con il lanternino e con molto evidente abuso?
- E’ giusto e naturale ipotizzare che nell’apparato pubblico in quanto tale (alcuni milioni di cittadini-lavoratori in ogni nostro paese), il quale poggia la sua legittimità sul principio costituzionale del “buon andamento” e quindi sulle dinamiche di equilibrio tra governo e controllo, possa essere individuata la difesa degli interessi nazionali come compito primario e garantito. Così sarebbe, tuttavia, se si fosse investito in forma molto importante sulla cultura del servizio di questi apparati, se non si fossero a volte tollerate ma altre volte favorite vere e proprie malattie corporative ed estranee a valutazioni di rendimento costituzionale. Oggi un’analisi seria e riformatrice della pubblica amministrazione porta a vedere che il principio di responsabilità è ostacolato e che il coraggio non è sempre premiato. Porta a vedere che la socialità – appunto regolata da una profonda formazione al servizio – qui esiste, là non esiste. Una macchia di leopardo di comprovata difettosità, rispetto a cui non c’è più da anni nessuna politica disposta a immaginare progetti come quelli che ispirarono da ultimo la riforma Giannini degli anni ’70. E più in generale siamo di fronte a vicende in cui l’idea centrale che la cultura della legalità sia un canone appare minata.
- Ci rimangono gli intellettuali (in senso lato la cultura, la ricerca, il livello alto dell’informazione). Essi contano in questa partita perché il patrimonio cognitivo e i laboratori che forgiano la cultura critica della nazione costituiscono un motore evidente della difesa degli interessi nazionali. Si rischia il pressapochismo dei giudizi dati alla svelta sulla materia. E l’esperienza porta a nomi, figure, responsabilità di grande importanza rispetto al nostro tema e alla sua evoluzione fisiologica e non patologica. Lascio aperta la discussione. Ma, considerando il tema nel quadro del sistema educativo e della produzione culturale e dei media, non ci vuole molto a cogliere che il public engagement non è il filo conduttore principale del sistema.
Portando a conclusione questa sbrigativa analisi, si è indotti a dire che se la cura culturale del principio moderno degli “interessi nazionali” sta appeso a qualche buona lontana memoria e a poca influenza della memoria dell’uso distorto di questa espressione, i nostri presidi sulla materia sono così deboli da lasciar prevalere quello che ora è evidente: da un lato il trattamento propagandistico dall’altro lato la derubricazione.
La sintesi è che il presidio resta (come forse è sempre stato) minoritario. E che un’alternativa politica all’attuale propagandismo non è tale se non affronta questo tema.
Ogni terreno di dibattito pubblico appare infatti distorto rispetto alla necessaria pedagogia sociale e civile sull’argomento. Un caso da manuale è la vicenda del recente referendum che avrebbe potuto avere al centro questo profilo ma in cui invece la questione di ritornare a parlare di riforme delle istituzioni si è trasformata in uno schieramento che pensava all’obiettivo principale di prendere a calci nel sedere la premier e l’altro schieramento che pensava di prendere a calci nel sedere i magistrati. Nient’altro ha fatto parte della discussione. Le basi anche solo morali di una riforma non hanno contato nel teorico laboratorio di modernizzazione civile degli interessi nazionali.