Congedi. Maurizio Rolando (Milano, 19.1.1950 – 5.5.2026).

Milano,5 maggio 2026 – h. 13.45
Stefano con Renata e Alessandra con Salvo, con tutti i familiari di tre generazioni, figli, nipoti, cugini e tanti amici, si stringono a Daniela per la morte di Maurizio Rolando, nato a Milano il 19 gennaio 1950, avvenuta dopo una vita laboriosa non priva di sofferenze. La tumulazione al Cimitero di Angera  giovedì 7 maggio alle ore 11. Al  trigesimo il ricordo alla Chiesa dei Santi Silvestro e Martino in viale Lazio a Milano. Successivamente in Versilia riunendo una storia lunga come tutta la vita.

Di nuovo in treno, da Milano a Roma.

Giovedì 7 maggio 2026

Nel quieto cimitero di Angera – nella sponda lombarda del Lago Maggiore – abbiamo oggi accompagnato la tumulazione di Maurizio. La veloce benedizione del parroco e l’efficace organizzazione dell’assistenza funebre non hanno reso praticabile quella circostanza umana che è il rito della parola (salvo quelle comunque affiorate tra di noi). Rito che a volte contiene retorica. Ma nel piccolo contesto familiare può anche dar voce a sentimenti comuni alleviando l’inevitabile sofferenza di vedere calato il congiunto di una vita non solo dentro la terra ma anche con tutti gli  accudimenti che sigillano ogni cosa. Meno che lo spirito, abbiamo tutti pensato.

Venendo in treno da Roma due giorni prima,  con l’avvertimento delle condizioni precipitate, avevo scritto per me stesso una nota di memoria e di preparazione al congedo. A cui poi ho aggiunto poche righe dopo il trapasso, per dire dell’ultimo respiro a cui ho assistito.

Queste due paginette stanno ora qui, sul mio sito. Tra quelle riflessioni che da anni riservo a chi – nella vita pubblica o in quella privata – meritano per me alcune restituzioni. Mando ai miei familiari il link a queste parole, quelle del giorno prima e quelle del giorno dopo. Per parlare di mio fratello. E per condividere le cose in comune dell’affetto manifestato da tutti noi.

Ho raccolto anche, ieri notte, le fotografie che avevo a disposizione (Marcello e Amelia me le hanno un po’ integrate). Così da comporre un power point che a breve renderò disponibile.

4.5.2026 – In treno, in viaggio da Roma a Milano.

Sono abituato a scrivere pensieri fuggenti. Per lo più per prenderli per la coda, per fermarli.  So che ci prepariamo al congedo. Il primo congedo della nostra generazione.  Fratelli, cugini. Naturalmente anche figlie e figli, nipoti e congiunti acquisiti. Una famiglia colpita presto dalla morte imprevista dei padri (parlo di noi fratelli e cugini), entrambi i padri scomparsi negli anni ’70 creando una mancanza che ha inciso sulla vita di tutti. Stessa esperienza dolorosa di Salvo. Ma poi – in un certo senso – risparmiata  da altre sequenze di lutti. Certo le nostre madri (divenute nonne) ci hanno lasciato in età biologicamente avanzata. Tutti noi. Perdere la mamma comunque resta un sentimento doloroso. Forse il più doloroso della vita. Perdere il padre – per giunta presto – resta l’evento più traumatico.

Questa volta c’è  qualcosa di diverso. Tocca alla nostra generazione. Difficile dire che tocchi al più fragile, perché questo aggettivo per alcuni è palese mentre per altri è riposto nelle pieghe meno apparenti della vita. Vero è che, per salute e accadimenti, Mauri ha sopportato molte avversità. E qualcuna di queste avversità (farmaci compresi) ha certamente scrostato un po’ l’intonaco che ci appare come una forza perenne, per alcuni quasi un’eterna gioventù.

L’eterna gioventù non c’è per nessuno. Lo sappiamo da un pezzo. E coloro che la hanno predicata (parlo in generale, persino nel sistema-Paese, facendone una ideologia fasulla) ci hanno guadagnato in egocentrismo ma poco in reputazione.

Ci siamo detti in questi giorni, con mia sorella Alessandra, lei la terza, io il primo, dunque Maurizio a metà, senza quel tocco simbolico di essere stato la prima scintilla della vita recuperata da tutta la famiglia dopo le tragedie e le perdite della guerra mondiale. E senza essere stata l’ultima e per giunta femmina, conquistando una speciale tenerezza dei genitori. Ci siamo detti che mamma ha fatto bene a proteggerlo in modo un pochino più ostentato, come lo faceva lei, con il garbo di valorizzare anche piccole cose. Noi abbiamo inconsapevolmente lucrato meriti non nostri ma del caso della vita. E lui meritava assoluta parità. Salvo le scazzottate da bambini, per il giocare frenetico, per pallonate alla Nordhal, per spintoni nei corridoi trasformati in campi di calcio (in casa Melodia finì con la testa tumefatta e sanguinante in quei caloriferi acuminati di una volta), non abbiamo mai litigato. Non abbiamo mai avuto un diverbio vero. Non abbiamo mai contrapposto opinioni o interessi.

Questo facendo vite diverse. Anzi essendo anche ampiamente persone diverse.   Ma tutto il patrimonio simbolico della nostra infanzia e della nostra gioventù lo abbiamo condiviso – la parola è questa – fraternamente. Tanto in comune, quanto ognuno per la sua strada. Un minuto di invidia, ricordo, ci fu forse quando nella camera da letto che condividevamo, lui arrivò prima di me ad avere l’idea di attaccare alla parete di legno dietro il letto la celebre foto della prima Coppa dei Campioni del Milan, con un inebriante 2 a 1 al Benfica, gol decisivo dell’ala sinistra Pivatelli.

Negli anni di criticità che papà ebbe per le crisi industriali della fine degli anni ’60, lui, fresco ragioniere, gli fu specialmente vicino, fu il primo tra di noi a dargli un concreto quotidiano sostegno. Io gli dedicai il mio primo libro,  scritto a 22 anni e girovagando tra città e città. Non dico che non gliene importasse nulla, dico solo che quella assidua vicinanza gli alleviò certamente di più le pesanti giornate (che poi finirono con un infarto letale precoce).

Non mi dilungo sui percorsi di vita, sulle scelte fatte, sugli impedimenti. Ogni vita risponde a misteriose comete che indicano percorsi diversi. Certamente le nostre. Finché il Signore dispone che una vita sia più allungata e protesa e l’altra si debba considerare compiuta. Se non introduciamo questo attimo di umiltà, fatichiamo troppo a immaginare questa scomparsa come una punizione. Come ha, nel tempo passato, certamente inciso la traversia di quel figlio adottivo che tutti abbiamo sofferto ma lui e Daniela in modo cocente, perché avvenuto con inaspettata violenza.  Non posso non ricordare qui la generosità con cui mamma ebbe a dire, quando si palesò che Michele aveva abbandonato il progetto di vita certamente di qualità che i genitori adottivi avevano predisposto per tornare al richiamo di un oscuro mondo che obbligava a troncare ogni contatto. Mamma disse: “Anche se tornasse per rapinarmi o per uccidermi, gli spalancherei la porta di casa per accoglierlo”.

Maurizio è stato laborioso. Sul lavoro e nella vita in casa. Pratico e innovativo. Per lungo pezzo se l’è cavata in piena autonomia. Poi, in una fase cruciale,  Salvo è stato generoso e intelligente ad aprirgli le porte dell’azienda, in cui ha dato il suo contributo fino alla pensione. La sua vita si incrocia con Daniela verso la fine degli anni ’70. Si sposano nel 1986, ma prima e poi per alcuni anni vivono, come accennato, l’esperienza, bella e drammatica, di un’adozione che metterà a prova prima la loro generosità e poi la loro resilienza morale e psicologica.

La scelta degli ultimi anni di orientare la sua vita anziana tra le Apuane e il Tirreno, luogo comune per tutti noi dal 1956, ha avuto un significato di pacificazione con molte cose. Anche in una forma di vicinanza simbolica con i nostri genitori. Che ci hanno dato le basi per vivere con la gioia della vita. A tutti noi – da alcuni anni suoi  vicini  di casa a Fiumetto – ha dato sempre occasione di felicità e di allegria, vederlo nelle sue rapide visite con la sua inseparabile Billa, a dir male del turismo versiliese come impresa e a dir bene della Versilia come storia, come ambiente e come clima. Ma le sue foto con Daniela giovane e con Marcellino primo arrivato della nuova nidiata, foto da poco ritrovate, sono la prova perenne di ciò che quel posto ha rappresentato nella nostra vita.

La sua recentissima malattia – dopo altri lunghi combattimenti per la salute – ha mobilitato affettivamente tutta la famiglia. Daniela è stata una roccia. Ma tutti hanno aperto il cuore e dato il tempo per coltivare insieme una speranza. Dico sinceramente che mi ha commosso (ma non sorpreso) l’affetto dimostrato da tutta la nostra nuova generazione. Marcello, Giuliana, Amelia, con tutte le persone loro vicine (l’esistenza di Nina è parte di questo spirito) ma anche persone e famiglie lontane. Addolora molto pensare  oggi – in cui intuisco che la speranza sia al lumicino – che questo progetto venga così repentinamente interrotto. Ma addolora soprattutto e  in modo struggente congedarci dalla sua quieta e affettuosa esistenza. Sapere che gli sarà sottratto il tempo di una tranquillità relazionata con i suoi luoghi, le sue abitudini, i suoi affetti  è un dolore più importante di quanto la reticenza delle parole (forse questa una malattia di famiglia) abbiano espresso o potranno esprimere.

5.5.2026 – Il giorno del trapasso

Questo è l’appunto che ha preceduto i tre giorni in cui tutto è precipitato. Ci siamo ritrovati tutti, anche chi era impedito per salute o lontananza, attorno a quella stanza con nomi di fiori, la sua è stata “Viola”, di fronte ad “Orchidea”, con il  conforto delle qualità umane e di assistenza di questa bellissima cosa civile che è Vidas. Che ha sterilizzato il dolore fisico e ha dimostrato che esiste una medicina capace di usare l’umanità e non solo i farmaci. Ma è stato un lampo. Con Daniela e Alessandra abbiamo raccolto il suo ultimo respiro. Non è un modo di dire. È successo che dopo una notte di secrezioni polmonari e di affanni, il respiro è cessato. Una frazione di silenzio. E poi un respiro calmo e più profondo per congedarsi. Abbiamo pianto e ricordato con un pensiero le cose più importanti. Sua sorella gli ha augurato di raggiungere papà e mamma. Sua moglie ha avuto parole e lacrime “per quarant’anni d’amore”. Io ho ritrovato i nostri gesti rituali di infanzia e ho fatto per lui il segno della croce. 

2 thoughts on “Congedi. Maurizio Rolando (Milano, 19.1.1950 – 5.5.2026).”

  1. Riposa in pace, Maurizio. Solo ora, quando ci rendiamo conto che tocca alla nostra generazione badare al tempo che resta, ci accorgiamo che avremmo dovuto tenere più vivi i legami forti della giovinezza. Mi colpisce la tua somiglianza con tuo padre. Alla tua famiglia che purtroppo non conosco, a Stefano, Alessandra e Salvo un grande abbraccio. Andrea

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