Riproponendo un suo profilo scritto per “Relazioni” (Luca Sossella) nel 2022

Pur avvolto nel mito dell’eternità e soprattutto della creatività eterna, Edgar Morin ci ha lasciato ieri a Parigi a 104 anni.
Se c’è qualcuno che ha diritto di raccontarlo e segnalare cosa ha rappresentato per la cultura europea e anche per le relazioni intellettuali tra Italia e Francia non sono io, ma il mio più autorevole collega (ed ex prorettore) Mauro Ceruti, che certamente lo farà, partendo delle tante cose fatte insieme a lui, libri, ricerche, didattica e condivisioni etico-politiche.
Proprio in Iulm ho conosciuto Edgar Morin – a cui ogni etichetta sta stretta, sociologo, filosofo, antropologo, epistemologo e sostanzialmente transdisciplinare – con l’avventura di intervistarlo il 19 novembre del 2001, due ore nel rettorato della mia Università che gli dava quel giorno la laurea h.c. in Lingue e letterature straniere. Non immaginavo di parlare con un vecchio partigiano (che lui fu) che taglia con l’accetta il rosso e il nero. Ne avvertivo il rilancio continuo – quello che fanno i gesuiti per sparigliare – di una domanda con un’altra domanda. In lui, però, non per ragioni di difesa, ma per spostare “oltre” i confini della riflessione.
È questa l’annotazione che ho anche scritto in un testo che raccoglie un frammento del perenne dibattito su di lui che mi chiese Luca Sossella per la sua rivista “Relazioni” (n. 3 dell’aprile del 2022, dunque lui già centenario) e che qui ripropongo per rivolgergli un pensiero e un saluto grato per le tante cose che ci ha dato.
Relazioni n. 2/aprile 2022
Edgar Morin. Riformare il pensiero, finalizzandolo al rapporto tra studio e conoscenza.
Quando, passati i cento anni, si resta meravigliosamente al servizio di un bene limitato ma necessario: la responsabilità personale come radice della libertà collettiva.
Stefano Rolando
Edgar Nahoum è uno dei maggiori sociologi e filosofi francesi, con una grande e lunga vita. E’ nato l’8 luglio 1921, dunque va ora verso i 101 anni. E negli ultimi tempi, nel quadro della crisi pandemica, è probabilmente il più intervistato intellettuale del mondo.
Vedo però alcuni segni interrogativi tra i lettori. Anche i più informati stanno immaginando di essersi persi qualcosa.
Già, perché all’età di 21 anni, un esplosivo giovanotto nato a Parigi, da famiglia ebrea sefardita, già da dieci anni orfano di madre, figlio di un commerciante di Salonicco (che si considerava “laico”), amante della lettura, del cinema, del ciclismo e dell’aviazione (curioso mix, vero?), legato ai socialisti dal tempo della guerra di Spagna, con l’arrivo dei nazisti a Parigi riparò a Tolosa, si unì alla resistenza in cui si guadagnò i gradi militari di tenente, acchiappò in tempo una laurea in giurisprudenza e pensò – anche qui ancora in tempo – a cambiare il suo pericoloso cognome.
Da lì in poi – poco prima di conoscere François Mitterrand – adotta il nome di battaglia di “Morin”, che a guerra finita diventerà il suo effettivo cognome. Nel 1941 aderisce al Partito Comunista, nel ’44 non resiste all’idea di essere a Parigi nei giorni della Liberazione, sposa nel ’42 Violette Chapellaubeau (cognome vero) con cui va, in divisa militare, a Landau, addetto alla Stato Maggiore della prima armata francese che metterà piede in territorio tedesco, finendo nel 1945 capo dell’Ufficio Propaganda del governo militare francese.
Il suo primo libro sullo sconquasso di quel tempo è dedicato al popolo tedesco, da lui osservato in quello squarcio di disfatta vista da vicino (L’an zéro de l’Allemagne). Thorez (leader del PCF) lo adocchia e lo inizia alla scrittura di “Lettres françaises”. Finisce la guerra, torna a Parigi nel ’46, abbandona la divisa militare e comincia anche, in posizione anti-staliniana, a frizionare con il Partito Comunista. Nel 1951 viene solennemente espulso. Nella revisione di pensiero e vita, approda al Nouvel Observateur (allora “France -Observateur”) e soprattutto al CNRS (Centre National de la recherche scientifique) nell’area della antropologia sociale.
Ho deciso di consumare duemila caratteri di quanti ne ho a disposizione per questo testo, per darmi e – se posso dire – anche darvi qualche motivazione circa la lunga, fascinosa, oltremodo prolifica, spaziosa, pluridisciplinare, vita di Edgar Morin. Senza andare avanti ora con la biografia, ma cercando di capire che la sua ricerca non ha mai potuto fare a meno della stori; che la sua filosofia ha avuto sempre bisogno di tenere conto dell’avventura umana; che la sua idea della politica non è mai stata disgiunta da un’idea sociale dell’educazione. E, infine, che la sua sociologia non è descrittiva (andazzo diffuso) ma in un certo senso predittiva, dal momento che una buona parte dei suoi scritti tende a rispondere a punti interrogativi. Cioè alla domanda che perseguita l’uomo contemporaneo: come andrà a finire, eccetera, eccetera.
Ha scritto 130 libri e ha avuto 22 lauree honoris causa.
Ho avuto l’avventura di intervistarlo il 19 novembre del 2001, due ore nella stanza del rettore della mia Università (lo IULM a Milano) che gli dava quel giorno la laurea h.c. in Lingue e letterature straniere, senza immaginare di parlare con un vecchio partigiano che taglia con l’accetta il rosso e il nero, perché ne avvertivo il rilancio continuo – quello che fanno i gesuiti per sparigliare – di una domanda con un’altra domanda. In lui, però, non per ragioni di difesa, ma per spostare “oltre” i confini della riflessione.
Nel quadro di questo fascicolo, che si occupa di riannodare pensieri sulla transizione pedagogica che dovrebbe accompagnare obbligatoriamente le quattro transizioni che occupano l’agenda politica del nuovo millennio (la transizione ambientale, la transizione digitale, la transizione energetica, la transizione democratica), una idea appare illuminare il campo metodologico. Diciamo, questa idea: se viene meno un robusto pensiero di cornice sulla riorganizzazione della “spiegazione” resteranno incomprensibili i nessi tra quelle rivoluzioni a rischio di separatezza. E ciascuna di esse finirà per diventare solo codice narrativo per addetti ai lavori. Insomma, senza metodo generale non ci può essere una tessitura tra scienza e poteri, tra dinamiche materiali e dinamiche simboliche, tra realtà e percezione. E si potrebbe proseguire ancora a lungo in questo “cahier” delle opportunità.
Il riferimento a Edgar Morin, da questo punto di vista, è spontaneo. Perché, scorrendo il fiume dei suoi scritti, il ritorno ai temi dell’educazione è costante e avviene in relazione alla sua attenzione cruciale sia al tema della “complessità”, sia alla sua preoccupazione “di bandiera” che è stata quella di impedire alla cultura di spezzarsi tra approccio tecnico-scientifico e approccio umanistico in nome di una “riforma del pensiero” ricondotto al diritto alla conoscenza e non al privilegio dei saperi separati dalla loro missione di generale incivilimento.
Sulla necessità di una riforma del pensiero (per regolare e finalizzare studio e conoscenza), Edgar Morin a fine anno ha risposto al direttore di Repubblica Maurizio Molinari che lo ha intervistato per i suoi cento anni (Robinson, 24 dicembre 2021). Argomenti che fanno buona sintesi di molte cose scritte in diverse circostanze soprattutto connettendole con le crisi in atto.
- “Viviamo una crisi spaventosa del pensiero: persino e soprattutto coloro che sembrano i detentori della verità oggettiva, gli economisti che parlano di calcoli, non si rendono conto che i calcoli non sono sufficienti per comprendere tutti i problemi umani. Il calcolo è uno strumento ausiliario necessario, come le statistiche, i sondaggi e tutto il resto. Ma il punto è che sono tutti strumenti ausiliari di un pensiero assente o inserito in una serie di dogmi come i dogmi del neoliberismo. Dunque, la situazione è grave. Perché? Perché viviamo in un’epoca storica eccezionale. Si può dire che tutte le epoche siano eccezionali, ma che cos’ha la nostra? La nostra è eccezionale perché comincia con una minaccia su tutta l’umanità, che è la bomba di Hiroshima, una minaccia che si moltiplica per follia, per stupidità. Per esempio, noi abbiamo la consapevolezza del degrado della biosfera, che ci è necessaria per vivere e che ha prodotto il dispiegamento tecno-economico animato dal profitto o dal potere, dalla volontà di potenza degli Stati. Le condizioni del pianeta sono degradate in modo spaventoso e poi è arrivata la pandemia. Siamo quindi in un’epoca del tutto nuova dell’avventura umana. Siamo di fronte a dei rischi spaventosi, che non abbiamo mai percepito in modo così generale, e anche con promesse della scienza e della tecnica talmente favolose che ci si chiede se non potrebbero essere utilizzate non per accrescere i poteri umani, come vogliono i transumanisti, ma per migliorare le relazioni umane”.
Ad Alice Scialoja (su Avvenire del 15 aprile 2020) consente di cogliere addirittura un’anticipazione della crisi in atto ora, con lo sconvolgimento in Europa provocato da una guerra che ha potenzialità autodistruttive non più percepite dalla fine della seconda guerra mondiale.
- “Ci sono forze autodistruttive in gioco negli individui come nelle collettività, inconsapevoli di essere suicidi. Fin dove arriveranno questi danni e quando avverrà una reazione, non si sa. Da 50 anni sono tra coloro che lanciano l’allerta. Ma i progressi della coscienza sono lenti. È tardi. Non lo so. Penso possa esserci devastazione, ma non vedo la distruzione della specie umana. La storia insegna anche come a un certo punto tutto sembri crollare, la romanità per esempio; poi da un processo multisecolare scaturisce qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Siamo in un mondo incerto e possiamo immaginare un avvenire in cui intervengono forze catastrofiche, ma la probabilità non è mai certezza”.
Nella lettura che Francesco Bellusci dedica (Doppiozero, 4.1.2022) all’ultimo libro di Edgar Morin Lezioni da un secolo di vita (curato da Mauro Ceruti e appena edito in Italia da Mimesis) hanno rilievo i cenni all’arretramento di questa condizione che sono apparsi nel quadro della pandemia, sia pure nella lotta che si è aperta tra il balzo della ricerca scientifica e lo scatenamento della infodemia anti-scientifica. Così Bellusci argomenta lo spunto di analisi di Morin.
- “La possibilità offerta dalla crisi attuale di percepire concretamente la sfida della complessità e di osservare la scienza nel suo procedere per tentativi, errori e controversie, senza l’involucro trionfalistico trasmesso dall’immagine positivista, non è servita nell’immediato a rafforzarne il valore di base, cogente e irriducibile per la nostra cultura e per la nostra organizzazione sociale, soprattutto in situazioni di emergenze. Viceversa, l’ha indebolita di fronte all’onda d’urto scatenata dall’infodemia anti-scientifica, con le sue notorie intonazioni complottiste, oscurantiste, sempliciste, che si presenta non meno perniciosa e subdolamente virale della pandemia e che è sembrata irrorata da quel meccanismo radicato e inquietante dello spirito umano che Elias Canetti definiva lo “schivare il concreto”, l’evitare, cioè, ciò che ci sta vicino ma non si è all’altezza di affrontare”.
A ridosso del suo centenario, dopo due mesi di scatenamento della pandemia, Le Monde (Nicolas Truong, 19.4.2020) raggiunge Edgar Morin a Montpellier e il resoconto dell’intervista occupa un’intera pagina del quotidiano francese intitolata “Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate solo sull’immediato”. Ecco due passaggi sul merito della crisi e un breve spunto per scrutare il dopo.
- “Tutte le futurologie del ventesimo secolo che hanno predetto il futuro trasportando le correnti che attraversano il presente verso il futuro sono crollate. Tuttavia, continuiamo a prevedere il 2025 e il 2050, quando non siamo in grado di comprendere il 2020. L’esperienza delle inaspettate eruzioni nella storia non è quasi penetrata nella coscienza. Tuttavia, l’arrivo dell’imprevedibile era prevedibile, ma non per sua natura. Da qui la mia massima permanente: aspettati l’inaspettato“.
- “Nel mio saggio Sur la crise (Flammarion), ho cercato di dimostrare che una crisi, oltre la destabilizzazione e l’incertezza che comporta, si manifesta con il fallimento delle normative di un sistema che, per mantenere la sua stabilità, inibisce o respinge le deviazioni (feedback negativo). Smettendo di essere repressi, queste deviazioni (feedback positivo) diventano tendenze attive che, se si sviluppano, minacciano sempre di più di interrompere e bloccare il sistema in crisi. Nei sistemi viventi e soprattutto sociali, lo sviluppo vittorioso di deviazioni che sono diventate tendenze porterà a trasformazioni, regressive o progressive, persino a una rivoluzione. La crisi in una società provoca due processi contraddittori. Il primo stimola l’immaginazione e la creatività nella ricerca di nuove soluzioni. Il secondo è la ricerca di un ritorno alla stabilità passata o l’adesione a un saluto provvidenziale, nonché la denuncia o l’immolazione di un colpevole”.
- “La post-epidemia sarà un’avventura incerta in cui si svilupperanno la forza del peggio e quella del meglio. Quest’ultima ancora debole e dispersa. Sappiamo che il peggio non è certo, che l’improbabile può accadere e che nella battaglia titanica e inestinguibile tra i nemici inseparabili che sono Eros e Thanatos è salutare schierarsi dalla parte di Eros”.
Edgar Morin aveva incorniciato nel suo approccio all’avvenire dell’educazione molti elementi che sono presenti negli spunti più recenti fin qui accennati. E lo aveva fatto intervenendo a fine secolo all’Unesco in un contributo poi sistematizzato nel testo Les septs savoirs nécessaires à l’education du futur, pubblicati dalla stessa istituzione internazionale. I sette saperi indicati sono: 1) La cecità della conoscenza. 2) I principi di una conoscenza pertinente (dedicato all’intelligenza). 3) L’insegnamento della condizione umana. 4) L’insegnamento della identità terrestre (con le considerazioni circa le eredità del XX° secolo). 5) Come affrontare le incertezze (dall’approccio alla storia alla complessità della prevedibilità a lungo termine). 6) Come insegnare la comprensione. 7) L’etica del genere umano. Questo testo, ormai famoso, che riprendeva molti spunti contenuti nel saggio La testa ben fatta (edito per i tipi di Cortina nel 2000), si apriva con questo elemento di valutazione riferito al “tallone d’Achille della conoscenza”:
- “L’educazione deve mostrare che non esiste una conoscenza che non sia minacciata dall’errore e dall’illusione. Una conoscenza non è lo specchio delle cose o del mondo esterno. Tutte le percezioni sono nello stesso tempo traduzioni e ricostruzioni cerebrali. Da qui derivano gli innumerevoli errori di percezione. Ad essi si aggiunge l’errore intellettuale. La conoscenza è frutto di una traduzione-ricostruzione attraverso i mezzi del linguaggio e del pensiero, perciò sperimenta il rischio dell’errore, perché comporta l’interpretazione. La proiezione dei nostri desideri e paure, le perturbazioni mentali provocate dalle nostre emozioni, moltiplicano i nostri errori. Si potrebbe credere di eliminare il rischio d’errore eliminando l’affettività. Ma nei mammiferi (e di più negli uomini) lo sviluppo dell’intelligenza è inseparabile da quello dell’affettività, cioè dalla curiosità e dalla passione. Lo sviluppo della conoscenza scientifica è un potente mezzo d’individuazione degli errori e di lotta contro le illusioni. Tuttavia, i paradigmi che controllano la scienza possono produrre illusioni e nessuna teoria scientifica è immunizzata contro l’errore”.
Terrei per ultima la chiusa che lo stesso Edgar Morin fa in questo brano di preludio al suo ragionamento, perché in pochissime parole assegna un compito enorme, post-moderno e innovativo, all’educazione.
Rimettendoci tutti sulla strada del recupero critico e autocritico della conoscenza. “L’educazione deve dedicarsi ad individuare le fonti degli errori e delle illusioni”.