Stefano Rolando
Vorrei esprimere innanzi tutto un “grazie di cuore” a tutti i presenti e, credo a nome di tutti, un sincero ringraziamento a don Gianluigi, parroco di questa grande chiesa che circonda una Milano di tradizione come è Porta Romana, chiesa che sta di fronte alla casa di Maurizio e Daniela, per quanto ha detto e fatto.
Accompagnando Maurizio in quei primi di maggio al cimitero di Angera, in pochi, pochissimi, vivendo insieme quella cosa, inaccettabile per i nostri cari, che è la “sepoltura”, però nella serenità di quel posto, tra i fiori, il lago, la prealpe, abbiamo detto: saremo di più per il tuo trigesimo. Parleremo di te. Parleremo con te. Abbiamo anche scherzato, forse è un po’ azzardato dirlo qui. La foto della vicina – sì, proprio la vicina di sepoltura, nel suo piccolo riquadro ovale – guarda verso di lui. Mi dispiace dirlo, una strega. La Befana in persona. Gli abbiamo detto: non ci badare, Mauri. Guarda dall’altra parte.
Si muore, certo, ma mai del tutto. Chi crede, sa che l’anima resta, sa che ha vita eterna. Ma anche chi non crede sa che restano atomi in vita, come sosteneva Margherita Hack. E chi un po’ crede un po’ riflette – penso a Massimo Recalcati – dice : resta comunque una scia. Non solo la memoria della vita e delle opere. Ma proprio quel po’ di luce che una vita per bene, costruita su doveri e sentimenti, lascia nel tempo.
Parlo io, non per prepotenza o per “ mestiere”.
Parlo perché ho conosciuto Maurizio prima di tutti voi.
Parlo perché il giorno in cui l’ho conosciuto (era il 20 gennaio 1950) gli ho lasciato un’unghiata da pronto-soccorso sulla guancia destra.
Parlo perché facendo quel giorno un’evidente scenata di gelosia, mi sono prenotato per una solenne riparazione.
Parlo perché abbiamo condiviso la camera da letto fino a quasi la maggiore età. Senza mai litigare (né allora né dopo), pur essendoci sbucciati insieme cento volte le ginocchia a causa del pallone e di altre piccole violenze quotidiane di ragazzi di strada.
Parlo perché abbiamo avuto due magnifici genitori che ci hanno dato le basi morali per volerci tutti bene per tutta la vita (considerando la nostra sorella un bene comune non proprietà privata di uno o dell’altro).
Parlo perché avendo poi fatto noi due vite diverse, anche molto diverse, ci siamo rispettati e abbiamo salvaguardato i luoghi, le persone, le storie, gli amici di famiglia, le dicerie, le piccole favole della nostra storia comune come un patrimonio inalienabile. Che ci ha accompagnato tutta la vita.
Parlo perché Maurizio è mio fratello. Il mio unico fratello. Perché l’ho fatto piangere quando è nato e ho pianto per lui nell’ultimo istante della sua vita.
Parlo perché non c’è nessuna persona, uomo o donna, nessun parente, nessun amico o compagno di scuola, che è stato parte della vita di uno che l’altro non abbia avvertito anche come persona propria. Rispettando le scelte, rispettando le sofferenze, rispettando anche le pagine di complessità della nostra vita. Ricorderò per sempre che lui è stato il primo nella famiglia a venire con me in allegria a conoscere a duemila chilometri da Milano Amelia piccina. Per la verità, dopo Michele, che l’aveva conosciuta ancora più che piccina.
La morte, così presto nella nostra vita, di nostro padre ci ha dato responsabilità e un impegno tacito nel mettere quanto avevamo a disposizione per non gettare né ombre né delusioni sul nome di nostro padre. Sapendo che i suoi soldati – nella prima linea della guerra di Grecia – lo avevano amato e rispettato perché era una persona leale che amava la patria ma soprattutto non scappava dal suo dovere verso gli al tri. Papà ebbe la medaglia al valor militare per avere salvato la sua compagnia andando sui monti di Samo insieme ai resistenti greci dopo l’8 settembre. Ma se non ci fosse stato Emilio Codato ad avercelo ricordato noi non avremmo mai saputo che quei soldati – i 120 soldati dell’ottava compagnia della Divisione Cuneo – lo avevano accolto con le lacrime agli occhi quando poco prima di quell’8 settembre lo videro tornare al fronte e non darsela a gambe perché dopo la licenza per la morte di suo padre, il nonno Alessandro, trovò il tempo di dare l’esame che gli mancava in Cattolica sotto le bombe e terminare così il percorso di studi; arrivare poi a Ghirla e fidanzarsi ufficialmente con mamma, portandosi dietro una bicicletta nuova fiammante (che noi conserviamo ancora in casa) come regalo di fidanzamento; e rifare alla fine il percorso di treni e navi per tornare in prima linea davanti alla frontiera di mare greco-turca. Pochi giorni prima che si sfasciasse la guerra e si sfasciasse lo Stato. Con tutti i soldati italiani rimasti sotto le armi esposti ai maggiori pericoli di quella tragedia (600 mila non si arresero ai tedeschi, 100 mila morirono, pochi e coraggiosi fecero la resistenza).Noi questa storia l’abbiamo saputa. E non abbiamo avuto bisogno di altre lezioni per sapere quale fosse il nostro sentiero.
Nella vita di Maurizio lavoro, alcune felicità, alcuni dolori.
Per Maurizio e Daniela – lei perno della sua vita adulta, tenace difesa delle cose importanti, tra cui la lunga linea di presidio della salute personale – i dolori vissuti sono noti.
Ho scritto nella paginetta del giorno prima della sua scomparsa, in treno da Roma a Milano, quella indimenticabile nota che segnalava come tutta la famiglia visse uno di quei dolori con sgomento. Rileggo qui quel passaggio.
Ogni vita risponde a misteriose comete che indicano percorsi diversi. Certamente le nostre. Finché il Signore dispone che una vita sia più allungata e protesa e l’altra si debba considerare compiuta. Se non introduciamo questo attimo di umiltà, fatichiamo troppo a immaginare questa scomparsa come una punizione. Come ha, nel tempo passato, certamente inciso la traversia di quel figlio adottivo che tutti abbiamo sofferto ma lui e Daniela in modo cocente, perché avvenuto con inaspettata violenza. Non posso non ricordare qui la generosità con cui mamma ebbe a dire, quando si palesò che Michele aveva abbandonato il progetto di vita certamente di qualità che i genitori adottivi avevano predisposto per tornare al richiamo di un oscuro mondo che obbligava a troncare ogni contatto. Mamma disse: “Anche se tornasse per rapinarmi o per uccidermi, gli spalancherei la porta di casa per accoglierlo”.
E ho scritto anche in quella stessa paginetta, un’altra cosa che qui voglio ricordare.
Negli anni di criticità che papà ebbe per le crisi industriali della fine degli anni ’60, lui, fresco ragioniere, gli fu specialmente vicino, fu il primo tra di noi a dargli un concreto quotidiano sostegno. Maurizio comunque è stato sempre laborioso. Sul lavoro e nella vita in casa. Pratico e innovativo. Per lungo pezzo se l’è cavata in piena autonomia. Poi, in una fase cruciale, Salvo è stato generoso e intelligente ad aprirgli le porte dell’azienda, in cui ha dato il suo contributo fino alla pensione.
Alessandra, all’ultimo respiro di nostro fratello, ha sussurrato a Maurizio: ti auguro di riunirti al più presto con mamma e papà. Non è stato un modo di dire. Non è stata solo una reminiscenza dei nostri anni di catechismo. È stata l’intuizione di un compito, loro in nostro soccorso, noi in loro soccorso. Non poteva dire parole più belle e più giuste.
Poi abbiamo raccolto cento fotografie della sua vita. Quelle che si sono salvate, quelle che l’età digitale ci ha fatto recuperare. Quelle che mia sorella non vuole troppo sbandierare. Chi vorrà avrà questo piccolo film di stagioni della nostra vita, nei nostri luoghi: da Milano a Bocca di Magra, da Milano alla Versilia e ritorno. Avrà il profumo della famiglia larga con le nostre nonne, con i nostri zii e i nostri cugini (Daniela, Pierfrancesco, Paolo e Michele, nella mitica foto di fine anni ’50, tutti e sette a Fiumetto in pila uno sull’altro, lui in cima; e tutti noi abbiamo quella foto).

Ho fortemente pensato dopo le operazioni che lui ha subito l’anno scorso, quelle che hanno affrontato positivamente il problema alle arterie che si era palesato ben più importante di altro, che si era così guadagnato un passaporto per una quarta età nelle condizioni di serenità che si era scelto.
Non è stato così. Una vera crudeltà questa riorganizzazione più violenta delle sue forme di malattia.
Otto mesi di speranze coltivate fino all’ultimo giorno. Perché resta vero che la speranza (anche quando è un brandello) è la parola che muove il mondo.
Lui lucido e interattivo fino all’ultimo giorno. Qualche stanchezza, mai una parola di troppo. Con un quadro di competenze scientifiche attorno – da Gianni, suo medico storico, all’Humanitas con i suoi medici specialisti e con la preziosa e affettuosa presenza di Piero Melodia che ringrazio anche per essere qui, con Natascia, questa sera – con un grazie speciale a Vidas, per la meritoria e civilissima assistenza. Cose che ci continuano a motivare nella gratitudine per le possibilità di curarsi che Milano, malgrado tutto, conserva. Un cordoglio diffuso.
L’ultima foto in famiglia larga al 30° compleanno di Amelia, con Marcello che tiene scivolata su di sé la piccola Nina e Mauri che l’afferra delicatamente per il suo piccolo piedino. Una staffetta simbolica.

Aggiungo una parola pensando a chi dice, in questi casi, che “la vita è una volata”. Vorrei dire che a guardar bene non mi pare così. Da quell’Italia del primo dopoguerra, da quelle città, come Milano, ferite e felici, dal carico di speranze di quegli anni, a oggi, ciascuno di noi ha attraversato molti film. Tracce lunghe e alcune discontinuità. Tante cose. Non le riassumerei dicendo “una volata”.
Daniela, Alessandra e io siamo molto grati a tutti i presenti e in particolare ai nostri quattro cugini (tre residenti a Roma) di essere tutti qui oggi. Per la nostra generazione è stato il primo ad andarsene, credo ingiustamente. Ma anche per tutti un messaggio a spendere con umanità e generosità il tratto di vita che ci resta.
Per questo e su questo vorrei aggiungere in conclusione la maggiore ragione del sentimento di conforto per essere con voi in questo luogo. La ragione risale ad avere parlato di persona con don Gianluigi nel cercare un posto e un modo per ricordare Maurizio nella sua città, a un passo dalla sua casa, con la filigrana di una vita vissuta come tante che don Gianluigi Frova conosce nel dettaglio. Dentro la città e anche fuori da questa città. Una missione, la sua, profondamente dentro la comunità, le famiglie e anche le fragilità dei tanti milanesi che fuori dagli stereotipi non si danno arie, mettono contenuto e etica nel lavoro, rispettano gli altri e vivono dentro le scie più grandi dando fino all’ultimo quel che hanno da dare. Come Maurizio, in 76 anni diciamo di coerenza.
Parlandogli capivo che è un peccato che Mauri diventi un amico di questo parroco solo da morto. Ma immagino che don Gianluigi abbia una risposta per raddrizzare questa esagerazione che ho appena detto.