Podcast n. 196 – Il Mondo Nuovo – 13 luglio 2026. Oggi l’addio a Patrizia Nitti.

Ne parlo qui a margine dei ricordi personali. Perché come ho scritto nel comunicarne la scomparsa, “con fermezza, spesso con soavità, senza mai alterarsi, informata, aggiornata, capace di distinguere amici e rischi, si è fatta onore in tutta la sua esperienza culturale e professionale e ha fatto brillare le sue stelle comete: le virtù della sua famiglia, la qualità e i diritti delle donne, l’amicizia italo-francese, l’estetica del talento”. Fu lei all’origine della rigenerazione della città di Melfi e della costituzione della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”.

Stefano Rolando

Versione audio:

Qualche rara volta ho dedicato  uno dei miei podcast settimanali ad un ‘occasione di congedo da figure e personalità molto presenti al cuore e alla ragione del nostro tempo da poter essere considerate “figure pubbliche”. Così che – indifferente che fossero persone per me conosciute o sconosciute – la mia postura, di memoria e di racconto, assumeva un risvolto diciamo giornalistico.

Con qualche venatura di analisi che viene dalla natura stessa di questa rubrica e anche per non riciclare  con pure  varianti di forma quanto già in circolazione tra rievocazioni e cronache mediatiche.

Questa volta – pur nella componente di risvolto pubblico che hanno comunque coloro che si occupano di cultura e di questioni civili – la dominante personale è soverchiante.

Così da confessare una forte ritrosia  avuta tra sabato e domenica  a mettere in pagina alcuni pensieri e trovare il tono di voce per così dire “neutrale” che considero una soglia non irrilevante di podcast che invitano alla riflessione più che  allo schieramento vociante.

È prevalsa tuttavia la spinta a parlarne.

Ho limitato dunque la traccia a una scaletta, ma scegliendo parti comunicabili e parti non comunicabili di un evento che prima che essere “notizia” è un  lutto personale.

Al di là dell’amicizia personale, ci sono quasi trent’anni di sintonie nate a fine anni ’80, quando una mia collaboratrice al Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, purtroppo scomparsa, che era l’editor della nostra linea di libri, Angela Jannitti, sposata con l’economista Nicola Scalzini, accompagnò nel mio ufficio una giovane signora italo-francese, tratti e lingua più di impronta francese che italiana ma con l’italianissimo e reputatissimo cognome dei Nitti, tutt’uno invece con l’Italia.

L’istanza – verso il governo – riguardava non suoi interessi personali (mostre, eventi, inaugurazioni) ma le condizioni della città di Nitti, Melfi.

Abbandono e incuria proprio mentre Fiat stava predisponendo lì lo sbarco dello stabilimento più moderno e robotico della sua filiera produttiva. Un controsenso che andava affrontato – mi disse – prima dalla comunicazione e poi con misure concrete.

Da qui l’idea di provocare un ufficio come il mio. Gli accertamenti che feci mostrarono che tutto il quadro culturale locale era in rovina. Il Castello chiuso e malridotto. Il teatro sprangato. La pinacoteca vescovile nascosta in cantina. Un  quadro civilmente spento. Erano i resti dei nittiani melfitani (Mauro Tartaglia, già vicesindaco, in testa) che avevano messo in moto la famiglia Nitti e quell’incontro era il primo certo insufficiente scalino per tentare l’inversione di tendenza, che la Fiat non voleva o non poteva affrontare almeno in quella fase storica.

Quando ti tocca di guidare un ufficio pubblico di qualche levatura, passi il tempo a sentirti chiedere cose personali: lavoro, raccomandazioni, piccole opportunità, favori. Eccetera.

Era forse la prima volta che sentivo come assoluta la cifra civile e l’invocazione degli interessi generali, per potermela cavare con risposte vaghe. Prima, comunque, un’istruttoria e poi forse un’iniziativa da poter  almeno creare condizioni di “scossa pubblica”.

Gli accertamenti furono sul merito, con la parallela creazione di un meraviglioso nucleo civico di disponibilità. La forma di conseguenza individuata per “reagire” fu una problematizzazione tra istituzionale e civile (l’Italia che cambia, l’Italia che frena). Cioè  attraverso la realizzazione di un docufilm della serie che quel Dipartimento affidava in convenzione ad una grande agenzia di stampa italiana. Una realizzazione che rappresentò in 50 minuti il tema posto, con  una forma adeguata a una fonte non di lotta politica o agitatoria ma certamente di accertamento delle urgenze e delle migliorabilità del nostro Paese (era questa una linea di comunicazione istituzionale che al tempo comprendeva anche questioni di sviluppo, di occupazione, di mafiosità, eccetera).

La presentazione a Melfi – pur se informale – fu evento popolare. Ma con attenzioni precostituite con ambiti anche di soluzione, in primo lugo i Beni Culturali e poi a seguire altri ambiti di responsabilità.

Non volevo e non voglio dar lezioni di comunicazione istituzionale ma quello messo in campo era molto simile ad un modello “di scuola”. Nel frattempo, i Beni Culturali si mossero Mai loderò abbastanza il segretario generale, mio amico e collega, Mario Serio che trovò i fondi, ingenti,  per la rigenerazione e il ripristino del Castello (oggi Museo aperto). La Diocesi riportò in auge la Pinacoteca. Tre sindaci – uno dopo l’altro – utilizzarono le norme sull’edilizia civile per individuare le risorse e riportare a funzionalità il Centro Culturale Nitti (2500 mq attrezzati  negli anni ’60 contro l’analfabetismo in condizioni di sventramento riportato ora a auditorium  con aule e spazi di biblioteca.

Che cosa nasceva collateralmente? La scoperta fatta con gli storici dell’età moderna e contemporanea – al tempo il principale interlocutore fu Giuseppe Galasso – dell’assoluto cono d’ombra in cui la figura di Francesco Saverio Nitti – nonno per via paterna di Patrizia Nitti – pur grande meridionalista, ministro in tutta la prima fase del nuovo secolo con innovazioni importanti e con la gestione da Ministro del Tesoro della riscossa italiana in Guerra e poi della da presidente del Consiglio dei Ministri 1919-1920 negoziando la pace di Versailles – ebbene malgrado tutto ciò, fu figura schiacciata dalla morsa al tempo tra fascismo insorgente a destra e massimalismo insorgente a sinistra. Tanto che nel ‘21 si formò su basi rivoluzionarie il Partito Comunista e nel ’22 Mussolini prese il potere anche utilizzando il nazionalismo dannunziano per Fiume usato come clava contro Nitti.

Per il presidente Nitti fu la distruzione della sua casa  romana ad opera degli squadristi, poi  l’esilio per 20 anni prima in Svizzera poi a Parigi e alla fine nella Francia occupata anche l’arresto da parte dei nazisti e la deportazione. Tornò dopo la Liberazione membro della Costituente, padre nobile della rigenerata democrazia, ma ormai ai margini della sua vita e della sua straordinaria attività innovativa.

Un radicale (piccolo partito mazziniano)  su posizione liberaldemocratica con una famiglia che occupava le tante diverse posizioni ideali dell’arco costituzionale antifascista. Quindi senza aver generato una reale eredità politica. Risultato: la marginalizzazione anche storiografica.

Ecco cosa nasceva da quella storia. L’idea di far partire da Melfi e da quel Centro culturale ristrutturato (accanto alla casa natale di Nitti, tornata in proprietà della Fondazione) il nucleo di una Fondazione che nel breve riportasse luce al pensiero e all’opera di un  grande italiano trascurato e poi anche restituire al Mezzogiorno e alla Basilicata in particolare il valore di una grade radice morale, culturale e politica che rianimasse gli interessi generali di quel territorio.

Questo il cammino fruttifero che fece fare quell’incontro. Prima l’associazione di territorio. Che Patrizia ha assunto sotto la sua responsabilità e quella della famiglia per creare coinvolgimento di comunità.  

Poi la Fondazione, con dentro l’Associazione, partecipata dalle istituzioni lucane, dall’università  della Basilicata e con tre ministeri importanti della Repubblica. Morto l’amb. Joseph Nitti che fu il presidente di avviamento, fui posto nelle condizioni di non poter rifiutare la presidenza di una realtà che ora va verso i venti anni di attività, con l’interessamento di tutti i presidenti della Repubblica che si sono avvicendati, con  un comitato per le celebrazioni del centenario del governo Nitti che ha visto Giuliano Amato prima presiedere quel nucleo progettuale poi assumere anche la presidenza onoraria della  Fondazione.

Faccio breve questa storia, per dire che quell’incontro di tanti anni fa – nei dieci stretti minuti di tempo dichiarati a disposizione quel giorno con una signora  troppo elegante ed educata per irritarsi di questa arrogante limitazione – ha creato un vero e proprio cantiere ma anche un percorso intenso per misurare le nostre energie personali, a volte il nostro modo di indignarci, a volte il nostro modo di essere orgogliosi, più spesso il combattimento per spostare di qualche millimetro la marcia del movimenti del fare e del pensare. Questi trent’anni sono stati un baleno. Che arriva fino ad oggi. Con tutto ciò che di personale, di amichevole, di complementare che una storia del genere può produrre negli esseri umani.

Fino ad arrivare a questo 10 luglio 2026 in cui Patrizia Nitti, piegata da un male incurabile, un tumore ai polmoni diventato invasivo e ingovernabile, nelle sue forme sobrie, mai alterate, mai segnate da lamentazioni, mai trasgredendo le buone maniere e il vocabolario, ci ha lasciati con il suo ultimo respiro alle 6 della mattina di questo  venerdì, ricoverata all’Hospice dell’Istituto di riabilitazione Agazzi nei pressi di Arezzo, venendo oggi, proprio oggi lunedì 13 luglio, tumulata nella tomba di famiglia  Nitti al Verano con messa in suffragio alle 18 a S. Salvatore in Lauro a Roma.

Anche se volessi allargare il mio racconto, un podcast ha misure e limiti che non possono far raccontare molto altro. Almeno però  va detto che mentre il cantiere nittiano si consolidava, Patrizia Nitti ha vissuto del suo reputato lavoro. Le relazioni culturali e artistiche tra Italia e Francia sono state il percorso professionale di una vera e propria tessitrice di talenti e di molti organizzatori di arte e cultura che le hanno valso le onorificenze dei due paesi e le responsabilità di spazi museali importantissimi sia a Parigi che in Italia.

Ho scelto di accompagnare la notizia di una scomparsa, con la narrazione di spunti che ci spiegano che l’oggettività del corso biologico della vita dovrebbe smorzare qualunque punto esclamativo di sorpresa e di incredulità rispetto a un decesso. Eppure, a volte proprio l’avere  un po’ chiaro il filo rosso di alcuni percorsi non smonta la sorpresa ma aiuta a comprendere la perdita.

Come ha testimoniato una signora nota in tutta il mondo, Premio ONU Rifugiati che ha salvato la vita di migliaia di donne e bambini nell’Africa dei Grandi Laghi, come Maggy Barankitse, presso cui Patrizia era stata a Kigali per il trentennale della sua straordinaria impresa di pace, è venuta dall’Africa a Roma apposta anche solo per scambiarsi un sorriso proprio mentre l’ambulanza partiva da casa per il suo ultimo viaggio. Giuliano Amato ha scritto “la rimpiangeremo”. L’ambasciatore francese Yves Marek fa un detour in una missione per poter fare la sua testimonianza a S. Salvatore in Lauro. Uno dei critici d’arte a lei più vicini, Claudio Strinati, ha rinunciato ad impegni per esserci.

C’è chi interpreta il declino biologico come una condizione di ritiro. Patrizia è stata letteralmente strappata alla vita e alla vitalità.

Almeno  questi dettagli li voglio riferire  nel mio ricordo,  che resta  a margine dei tanti ricordi personali. Ma è un dettaglio che dà forse la misura del perché  questa – chiamiamola così – “notizia”  oggi è prescelta come il contenuto,  permettetemi di dirlo,  più importante di questa  dolorosa giornata.

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