Podcast n. 198 – Il Mondo Nuovo – 27 luglio 2026 – Tentare una prenotazione geopolitica.

In coda (per la prima volta in questi podcast) l’analisi di riscontro di Meta AI

La geopolitica non è un sovrammondo bloccato ma una complessità in movimento. Per fronteggiare il rischio della marginalità delle democrazie, il dialogo e l’alleanza tra socialismo democratico, progressismo non massimalista, riformismo liberaldemocratico sono una ricerca di futuro per una parte del Mondo, per l’Europa, per l’Italia. C’è chi ci lavora, chi non sa che pesci pigliare, chi resta irretito dalle subordinazioni. Insomma, se c’è un internazionalismo dei sovranisti, può ben rigenerarsi anche un internazionalismo dei progressisti. L’anno elettorale (2027) spinge paesi importanti al chiarimento (noi compresi).

Stefano Rolando

Versione audio:

Mentre la geopolitica ci presenta sempre più il mondo nella gabbia dei nuovi imperialismi (America, Russia e Cina) succede che in vari paesi  di questo stesso mondo e con il favore dei rispettivi elettorati si muovano tensioni, dialoghi, realizzazioni e ipotesi anche di breve e medio termine che meritano luce e attenzione. In particolare, vorrei dire, l’attenzione degli italiani che leggono le cronache delle contraddizioni e delle paralisi del centrodestra e del centrosinistra, nell’allontanamento dell’Italia dai parametri della crescita e con l’incremento costante dell’astensionismo.

Facciamo qualche caso. Cominciando da paesi in cui si profilano modelli di progressismo in continuità con tradizioni di pensiero e di teorie che appartenevano anche all’età che ha preceduto la rivoluzione/tracimazione digitale.

Parlo della Spagna guidata da Pedro Sanchez dal 2018, sul filo del rasoio nel poter governare una maggioranza parlamentare e quindi sulle montagne russe di continui colpi di scena ma anche con la tenuta di una narrativa politica che, pur nelle fragilità, si può collocare nelle realizzazioni dimostrabili.

Pedro Sánchez Pérez-Castejón

Parlo della Gran Bretagna in cui i laburisti hanno assunto l’alternanza nel 2024 dopo 14 anni di governi conservatori, passando, alla guida del Labour, dalle posizioni radicali di James Corbyn al gradualismo e pragmatismo di Keith Starmer e ora, dal 20 luglio, alla posizione che appare di un certo  movimentismo del nuovo leader e quindi anche primo ministro Andrew Murray Burnham, che ha avuto come principale esperienza la guida della città di Manchester per 9 anni.

Ma – per uscire dai confini dell’Europa –  parlo anche del Messico, con alcune differenze strutturali e culturali, che ugualmente dal 2018 ha avuto una svolta caratterizzata dalla posizione progressista del Partito delle Rigenerazione Nazionale che l’attuale presidente della Repubblica Claudia Sheinbaum    (eletta con quasi il 60% dei voti) interpreta con molta dignità con  il patriottismo dell’indipedenza politica ed energetica del Paese e con forte caratterizzazione sociale.

Claudia Sheinbaum

Pur potendosi citare altri casi di “socialismo democratico al potere”, di progressismo sociale e ambientale (riferimenti all’Islanda, alla Norvegia, alla Danimarca), diciamo che se questa bandiera dell’agire e del governare pensa di avere ancora diritto e opportunità di sventolare, questi casi, i loro risultati e l’evoluzione dell’immagine popolare del loro posizionamento, rivestono  ora un certo significato per orientare investimenti nelle transizioni in corso. C’è di mezzo anche  il recupero sociale del ceto medio, un declino cresciuto nel quadro della crisi che il nuovo secolo ha profilato fin dal suo inizio e che la crisi finanziaria globale del 2008 ha sanzionato con riverberi fortissimi.

Attorno alla credibilità di risposte convincenti dei democratici dopo Obama, si è giocata la questione del “ceto medio” nelle ultime elezioni in USA. Ma in modo non convincente. Tanto che è stato premiato  lo sciagurato ciclone opposto, populista e demagogico, interpretato da Donald Trump. Anche se il cantiere New York, guidato dal nuovo sindaco socialista  integrazionista Zhoran Mamdani, entra a far parte ragionevolmente – per il rilievo della città – nel  laboratorio di valutazioni a cui si sta accennando.

Zhoran Mamdani

Le elezioni in vista nei  tre maggiori paesi fondatori dell’Unione Europea (Francia, Germania e Italia a cui si aggiungerà anche la Spagna) si presentano ora come un banco di prova dell’allargamento della sperimentazione di una nuova sinistra di governo oppure della ulteriore radicalizzazione a destra che preme da tempo nel quadro interno. L’Italia è espressione adesso di un doppio travaglio irrisolto: della sinistra che non sa scegliere tra riformismo e movimentismo e della destra per contraddizioni fin qui tacitate ma che la provocazione del vannaccismo riapre.

Francia e Germania vanno al voto con governi centristi che tendono a perdere quasi tutte le battaglie intermedie. In entrambi i casi si esprime però anche una sinistra di governo che ha tradizione, esperienza e radicamento territoriale, sia pure con fragilità, contraddizioni e rischio continuo di provocazioni massimaliste. La Spagna – malgrado risultati socio-economici ragguardevoli – affronta il destino immediato con incertezze (connesse anche a scandalismo rovesciato sul governo), ma anche con risultati da vantare. Il massimalismo, abitualmente, è il miglior fornitore dei pretesti dei reazionari (non a caso nel ‘900 il peggiore dei nostri massimalisti è divenuto il capo del peggior partito reazionario).

Proviamo a cogliere tratti comuni di questo cantiere indebolito ma vivo e vegeto.

 Oggi, il panorama dei paesi occidentali che esprimono governi di ispirazione socialista democratica o progressista-riformatrice è più ridotto rispetto al passato, ma conserva laboratori politici di rilievo. Queste realtà si distinguono per il tentativo di adeguare al gradualismo democratico (riforme pacifiche e istituzionali) un progetto teorico basato sulla redistribuzione della ricchezza, la giustizia sociale e lo sviluppo ecologico.

I principali modelli attivi nel contesto occidentale sono tre, come accennato.

Il modello iberico, diciamo di  “riformismo identitario e redistributivo”.

Cioè la Spagna, guidata dal PSOE, che rappresenta uno degli esempi più strutturati.

  • un progetto teso all’uguaglianza con riforme graduali ma incisive, come l’aumento sistematico del salario minimo, la tassazione dei profitti straordinari di banche e multinazionali energetiche, e l’espansione dei diritti civili.
  • un’idea dello sviluppo che unisce la crescita economica a un forte investimento pubblico nelle energie rinnovabili e nella digitalizzazione, proponendo un’alternativa aperta alla globalizzazione ma protettiva verso le fasce deboli.

Poi il laboratorio britannico,  chiamato  “il pragmatismo sociale del Labour” asua volta per ridefinire il concetto di riformismo dopo anni di opposizione:

  •  con proposte  di uguaglianza, ora dichiarate dal nuovo premier  Andy Burnham alla guida del governo, per superare la fase dell’austerità iniziale puntando sulla redistribuzione regionale e sul potenziamento dei servizi pubblici universali (sanità e scuola);
  • con un progetto graduale di  sviluppo fondato su unapianificazione industriale statale coordinata con il settore privato, mirata a creare posti di lavoro di qualità e a governare la transizione tecnologica senza lasciare indietro le comunità industriali svantaggiate.

Infine, il modello nordico centrato su welfare universalistico e transizione verde. Cioè ipaesi scandinavi che restano il punto di riferimento storico del socialismo democratico inteso come “terza via” tra capitalismo sfrenato e collettivismo.

  • La Danimarca dei socialdemocratici mantiene un welfare state universale ad altissima efficienza. Il progetto coniuga l’ uguaglianza sociale (tramite forte progressività fiscale) con riforme climatiche radicali e un modello economico flessibile e competitivo.
  • La Norvegia dei laburisti utilizza  i proventi delle risorse naturali per finanziare lo stato sociale, investendo nella riconversione verde e garantendo standard di uguaglianza e partecipazione democratica tra i più alti al mondo.
  • L’Islanda a trazione socialdemocratica (in coalizione) sta rilanciando un’agenda focalizzata sui diritti sociali e sull’integrazione internazionale.

Quali sono i tratti teorici comuni di questa stagione progressista?

A differenza del passato, queste esperienze non cercano la rottura con il mercato, ma applicano un gradualismo strategico fondato su:

  • lo Stato innovatore, in cui Il pubblico non è solo regolatore, ma anche il motore che indirizza gli investimenti verso la transizione ecologica;
  • i nuovi diritti sociali che sono centrali: diritto all’abitazione accessibile, alla transizione digitale equa e alla parità di genere;
  • un concreto argine al populismo di destra, attraversola proposta di una “prosperità condivisa” per contrastare l’avanzata delle destre radical-nazionaliste.

Come si capisce “pesando” questo polo socialista e post-socialista esso vive, governa e  ridisegna ma resta spinto da opposizioni conservatrici e reazionarie verso un bipolarismo radicalizzato e quindi spesso insidiato dal rischio di dover venire a patti con l’onnipresenza, nella sinistra, di tendenze massimaliste e antiriformiste. Il melanchonismo cresce come i funghi dopo qualunque acquazzone della storia.

Dunque, il progetto di essere parte della battaglia planetaria per la salvaguardia della democrazia e le sue regole passa attraverso una potenziale stabilizzazione. Ovvero verso una alleanza di sistema che  deve  guardare al rafforzamento  in parallelo di un sistema che potremmo definire liberale che ha capisaldi nell’Europa liberaldemocratica (malgrado il declino del macronismo e le ambiguità del popolarismo tedesco), appunto nella Polonia di Tusk e in alcune tendenze del nord Europa, ma soprattutto comprendendo il Canada, il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia.  

Infatti, questa area di oggettiva alleanza si sta cautamente profilando: l’asse delle democrazie industriali di centro, europeiste e atlantiste.   Che è cosa diversa, ma con evidenti punti in comune, dell’alleanza socialista-progressista.

Mark Carrney

L’obiettivo dichiarato da tecnocrati come Carney o da europeisti come Tusk, è di difendere le istituzioni liberali senza scivolare né nel nazionalismo chiuso né nelle fratture culturali interne. È ancora fragile perché dipende dalle elezioni USA, dal bilancio UE e dalla guerra in Ucraina. Ma sul piano economico e della difesa sta funzionando. Come dimostrano i coordinamenti su dazi, difesa, AI, materie prime critiche, eccetera. Manca ancora un “polo” formale. È più una convergenza ad hoc tra governi liberali di centro. Non c’è un manifesto. Ma ci sono contenuti di dialogo che spingono UE, Canada, Giappone a parlarsi di più tra loro.

Vien da dire, insomma, se c’è un internazionalismo dei sovranisti, può ben rigenerarsi anche un internazionalismo dei progressisti.

Volendo leggere in modo semplificato l’evoluzione geopolitica del mondo sferzato dal neoimperialismo russo e dalla temporanea fuoriuscita americana dalla democrazia liberale, i profili del socialismo democratico connesso a culture ambientaliste e integrazioniste e delle democrazie industriali liberal-centriste (più di mezza Europa, una parte delle Americhe e del sud-est asiatico) costituiscono la via di mezzo tra le oligarchie autoritarie,  il massimalismo e il populismo  in agguato dappertutto.

Ricordandoci naturalmente che un’altra terza via si va disegnando attraverso la convergenza di paesi forti come India, Brasile, Sud Africa mentre la Cina mantiene la sua autonomia di traiettoria fondata sulla concentrazione di crescita tecnologica, di ricerca innovativa e di autoritarismo istituzionale che punta alla scontro russo-americano e all’impasse europeo per creare una condizione globale di influenzamento per ora di tipo economico-commerciale. Ma quest’altra “terza via” per il progressismo temperato non è un’area nemica per definizione. Anzi! Soprattutto per quanto riguarda la Cina bisognerebbe smetterla di parlarne senza studiarla a fondo nelle sue trasformazioni.

Pur detta così, in modo forse un po’ semplificato, a qualcuno potrebbe venire in mente che le attuali condizioni di evoluzione profilano tendenze che paiono fatte apposta per sbloccare con meno indugi, personalismi e tattiche autoreferenziali il quadro bloccato e in declino della politica italiana.

Spingendo il disegno della sinistra progressista e del centrismo liberaldemocratico nel profilare un progetto nazionale con partecipazione globale teso a superare una realtà di isolamento provocata ormai dalle contraddizioni interne del centrodestra e del centrosinistra.

Il tema dell’internazionalismo progressista muove attualmente una componente pensante all’interno del PD, ma che immagina più il consolidamento di alleanze configurabili nel modello Mamdani che in una sorta di CLN mondiale contro la deriva antidemocratica capace di unire in condizioni maggioritarie due tradizioni che – si veda in concreto la storia italiana – hanno sradicato il fascismo.  

Per ora – leggendo recenti analisi – sembra si accontentino di dire “i socialisti sono tornati”.

Questo è un capitolo in evoluzione che tuttavia  ha ancora poco tempo di messa a fuoco (investendo anche il progetto politico delle elezioni municipali delle tre più importanti città italiane, Roma, Milano, Napoli) così da rigenerare da noi un’idea della politica che permetta ai giovani di partecipare a una partita significativa e non al puro accaparramento di posti per chi non sa o non ha un vero lavoro che sta diventando l’umiliazione della politica italiana. Naturalmente se si parte dall’opportunismo di Renzi, dai maldipancia di Calenda,  dall’irrilevanza di Magi  o dal correntismo del PD questo disegno appena abbozzato si rischia di  non vederlo nemmeno con il binocolo.

Il riscontro al podcast di Stefano Rolando n. 198 del Mondo Nuovo “Tentare una prenotazione geopolitica”.

Elaborato da Meta AI

27.7.2026

Testo integrale

Il podcast n.198 di Stefano Rolando centra proprio il tema che stavamo toccando: ricostruire un polo internazionale non sovranista e non massimalista.

Gli spunti chiave del “Il Mondo Nuovo” del 27 luglio sono i seguenti.

  1. La tesi centrale: “Prenotazione geopolitica”

Rolando usa un’immagine forte: non aspettare che la geopolitica ci travolga. Bisogna “prenotare” un posto, cioè costruire alleanze prima che il 2027 elettorale le congeli. La geopolitica è movimento, non destino.

  • Chi deve fare l’alleanza?

L’autore indica tre gambe:

  • Socialismo democratico
    • Progressismo non massimalista
    • Riformismo liberaldemocratico

È esattamente il “centro liberale atlantista” di cui parlavamo: anti-sovranista ma anche anti-purismo ideologico.

Un internazionalismo dei progressisti come contraltare all’internazionalismo dei sovranisti.

  • Il problema: tre atteggiamenti

C’è chi ci lavora, chi non sa che pesci pigliare, chi resta irretito dalle subordinazioni“.

Tradotto: c’è un’avanguardia, c’è confusione, e ci sono forze bloccate da vecchie alleanze USA, Cina, Russia o da logiche di partito.

  • La scadenza: 2027 anno elettorale

Mette pressione. Francia, Germania, Italia e altri saranno chiamati a chiarirsi.

O si costruisce ora un asse, o si subisce la marginalità delle democrazie liberali.

Come si collega a quello che dicevamo prima?

Il tuo lavoro su “Transizioni e Manipolazioni” (si tratta di una schema di podcast in cantiere per una iniziativa dell’Università IULM in cui in ordine ad alcune declinazioni si è fatta una ricerca in Meta AI)  e questa “Prenotazione geopolitica” si parlano.

Le manipolazioni sono lo strumento con cui i sovranisti e i massimalisti stanno occupando lo spazio. La prenotazione è la risposta: creare controllo e valutazione condivisi, regole, alleanze tra democrazie riformiste prima che altri definiscano loro le regole.

  • In sintesi

Stefano Rolando di fatto chiede un multilateralismo fondato sulla difesa delle regole della democrazia. Con parole diverse, è lo stesso polo che abbiamo mappato: parte del Labour, parte della Commissione UE, Sanchez, Tusk. A cui aggiunge anche il Messico di Claudia Sheinbaum e il Canada di Mark Carney

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