Podcast n. 197 – Il Mondo Nuovo – 20.7.2026 – Ulisse. La lezione del guerriero mediterraneo pentito e in ricerca.

Il film  di Christopher Nolan capolavoro di rielaborazione per far prevalere l’ibridazione umanista rispetto alla supremazia della violenza, la memoria rispetto all’opportunismo, la tensione per le soglie religiose rispetto all’eroismo guerresco e totemico. La trama del testo omerico è rispettata, compresa la dialettica tra la modernità dell’Odissea e la primitività del copione bellicoso  dell’Iliade. C’è chi dubita che sopra ai contenuti prevalga l’estetica di un kolossal tecnicamente perfetto costato 250 milioni di dollari. Ma resta  il valore del ritorno ai classici per parlare della “navigazione senza fine” che è la vita affrontata criticamente.

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/lodissea-di-c-nolan/

Ho visto l’Odissea di Nolan nel primo giorno di programmazione in Italia.  Notando mentalmente i tratti del lungo tragitto che il consiglio degli dei delibera per rimettere in libertà l’eroe greco  della soluzione strategica dell’assedio di Troia (cioè il re di Itaca Ulisse che sbloccò l’assedio con l’immenso cavallo di legno dono di Atena che penetra nella città assediata per creare le condizioni della distruzione finale). Ulisse viene “liberato” dalla prigionia dorata di Ogigia (7 anni nelle braccia della ninfa Calipso) all’estremità occidentale del Mediterraneo, a un passo dall’Atlantico,  per un periplo impressionante che arriverà fino al Medioriente,  con le sue numerose tappe centrali sulle coste italiane.  

Ebbene riguardando questa emozionante carta geografica non si può non fare una prima riflessione.

L’impresa anglo-americana di mettere una posta di 250 milioni di dollari su una produzione che ha tutti i caratteri di tradizione dei kolossal (specialità del resto di Nolan, regista nato a Westminster nel 1970, con continuati successi, Batman, Il Cavaliere oscuro, Oppenheimer e altri) ha l’evidente significato di rigenerare le radici dell’epica mediterranea.

Dal ciclo antico delle guerre di prossimità al nuovo ciclo che condurrà a grandi processi di unificazione, ibridazione e costruzione di un ethos che è cosa ben diversa dallo schema recente della bipolarità tra  Oriente e Occidente.

Voglio dire che mentre oggi vige una rimasticatura dell’identità italiana figlia del pressapochismo della propaganda fascista, qui c’è un potente ripasso della mediterraneità nel rapporto tra potere, dovere, responsabilità, legacy generazionale e complessità della tensione tra popoli e divinità in cui spetterà proprio agli eredi dei greci, cioè ai romani,  compiere il grande salto verso il secondo ciclo che è il cenno finale dello stesso film di Nolan.

E che ci rimanda al trittico della nostra formazione di studi classici in cui dopo le basi dell’Iliade e dell’Odissea c’era (come mi auguro ci sia ancora) il decisivo anello dell’Eneide. Le basi fondamentali che dopo una ruminazione millenaria arrivano alla Divina commedia dantesca.

Ora, io non sono un critico cinematografico. Anche se ho lavorato per alcuni anni nel sistema cinematografico italiano.  E anche se qui – talvolta – ho preso spunti da film che mi hanno  impressionato per segnalare – in qualche  podcast settimanale – che il cinema resta ancora una metafora alta del nostro dibattito pubblico. Più forte della tv e dei giornali. Più emozionante dei social. Più ricapitolativo ormai (storia e valori) della politica.

Matt Damon, l’attore protagonista, è un americano coetaneo del regista,  che ha tutta la maturità artistica, per la verità dal tempo di Salvate il soldato Ryan (quasi una trentina di anni fa), per aspirare all’Oscar come attore e non solo come sceneggiatore (che ha già vinto con il film Will Hunting).

Interpreta  un Ulisse calibrato, coraggioso, strategico,  leader, che vuole chiudere la storia di guerra centrale nella sua vita e ricostituire sui patti della sua gioventù, ancora con il padre in vita e con il figlio destinato  alla staffetta (quanto effettivamente pronto a questa staffetta il film non lo mostra fino in fondo) un governo di giustizia liberandosi dagli usurpatori e in sintonia con i regolatori del destino.

Dalla sua ha nientemeno che Atena (dea della sapienza, dell’ingegno e della guerra strategica) ; contro di lui nientemeno che Poseidone (il dio dell’immensa risorsa del mondo che è il mare).

La solidarietà con i suoi seguaci permette di superare prove tremende ma non di arrivare insieme a risultato. Ne partirono con lui 500 da Itaca per andare alla guerra di Troia in Asia minore, sotto il comando generale di Agamennone, ne tornarono una cinquantina che non reggendo la severità degli ordini di comportamento finirono annientati. Il tempo biblico di questa storia, vent’anni. Dieci di guerra e dieci di ritorno (che il geografo Angelo Turco legge come “il tentativo di comprenderre cosa rimanga di una civiltà dopo aver attraversato la propria catastrofe“).

Di tutte le metafore che fanno parte dei rapporti a tu per tu che la narrativa omerica si inventa e che Christopher Nolan asseconda rigorosamente (checchè ne scriva Corrado Augias), quella del signor “Nessuno” con il goyesco ciclope Polifemo (rischioso nemico perché figlio di Poseidone) è certamente la più importante (anche dal punto di vista scenico). Ulisse la spunta per calcolo e intelligenza, ma poi ne paga le conseguenze. Ma anche l’altro non è un brutalone senza cervello.

Screenshot

Le critiche che Nolan ha ricevuto per una certa libertà di disegno dei costumi o per il colore della pelle di regine, divinità, maghe e ninfe, mi sono sembrate poco rilevanti rispetto al chiaro intento di rielaborazione dell’intera copiosa narrativa omerica. Le sale cinematografiche piene anche di giovani nel giorno della prima uscita in tutta Italia con quel tratto di non trattenibili applausi alla fine che non sono frequenti nelle sale, mi pare che siano state  il segnale dell’accoglienza.

Se i kolossal sono il vettore per svolgere due fattori diversi e importanti del cinema come industria – consentire continui avanzamenti della tecnologia  ed esprimere una metafora dei messaggi civili per i quali  il cinema ha il potere di realizzare patti generazionali – questa Odissea di Nolan svolge credo bene il suo compito (anche se in Italia sono pochissime le strutture per presentare la pellicola nel grande formato IMAX 70  con cui il film è stato creato).

A cui si unisce da noi un messaggio educativo rispetto all’annunciato e reiterato declino dell’immatricolazione del liceo classico che è parte di uno smantellamento del rapporto tra qualità, metodo e risultati nella formazione media e superiore. In sostanza i “classici” per sostenere la navigazione senza fine che è la vita vissuta criticamente.

Dalle cose  che ho letto, soprattutto scritte da chi ha qualche chiave di interpretazione non limitata alla tecnica cinematografica, traggo lo spunto infatti che il nodo di ispirazione maggiore di questo film sia il tema del ritorno. Verrebbe da dire, sia riferito all’incognita materiale ed emozionale nell’intraprendere una ricerca di sé, delle proprie radici, del proprio quadro identitario (quindi anche connesso al tema dell’ignoto e del sapere) ; sia riferito al nostro collettivo ritorno ad una lettura e a un autore che nei secoli ha dominato la formazione etica ed epica coprendo l’indispensabile anello della storia antica. Prendo due brani.

Uno del mio collega, sociologo della comunicazione, Mauro Ferraresi che scrive:

“Di che film si tratta? Di un film di azione e avventura, naturalmente, ma anche di un’interpretazione in chiave contemporanea di un luogo narrativo che, dall’opera presunta di Omero in avanti, è stato frequentato migliaia di volte: il ritorno a casa. Il comico Jon Stewart, conduttore del Daily Show, intervistando Nolan prima dell’uscita nelle sale (ma dopo aver già visto il film in proiezione), gli ha detto che L’Odissea sembrava un sequel di Oppenheimer. Un uomo ambizioso concepisce un’idea inaudita per vincere una guerra, ma la sua trovata infrangerà le regole rispettate da tutti fino a quel momento, portando l’umanità verso lidi sconosciuti. A Los Alamos era la bomba atomica; sotto le mura di Troia è un enorme cavallo di legno, il più subdolo tra i doni. Dopo la vittoria l’entusiasmo svanisce, e resta il senso di colpa di avere creato qualcosa che ha funzionato esattamente come previsto, e proprio per questo ha prodotto conseguenze impossibili da governare”.

L’altro del noto storico e critico d’arte Claudio Strinati che dice:

“Christopher Nolan ha scelto di raccontare l’Odissea. Qualcuno penserà a un kolossal. Io penso a qualcosa di più interessante: ogni grande epoca sente il bisogno di tornare a Omero. Lo ha fatto Dante, lo ha fatto Joyce, oggi lo fa il cinema. Perché l’Odissea non parla soltanto di un viaggio. Parla del desiderio di tornare, della curiosità di partire, della tentazione di fermarsi e della difficoltà di riconoscere la propria casa quando finalmente la si ritrova. Cambiano i linguaggi, cambiano gli schermi, cambiano gli effetti speciali. Ma Ulisse continua a navigare dentro di noi. È questo il destino dei capolavori: non appartengono al passato. Trovano sempre un nuovo modo per raccontare il presente”.

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