
Nel suo bel libro sull’egemonia culturale, chi ce l’ha avuta e chi la vorrebbe avere, Andrea Minuz ricorda che «tra i sortilegi dell’egemonia c’era l’abilità di trasformare l’utilità alla causa in bravura, e viceversa. Si poteva nascere storti e sbagliati e raddrizzarsi dopo, come nel caso celebre del Gattopardo, arrivato come romanzo sospetto e reazionario, poi messo in mano a Visconti dal Pci, quindi trasformato in acclamato film progressivo e di sinistra, il nostro Via col vento gramsciano. Un piccolo capolavoro di egemonia ortopedica».
La storia di quel sortilegio è ricostruita in Operazione Gattopardo, uscito nel 2013 per Le Mani e poi ripubblicato da Feltrinelli, ora nell’Universale economica, dove un libro del genere dev’essere, e non solo perché Il Gattopardo uscì per lo stesso editore. Le peripezie del romanzo di Tomasi di Lampedusa sono note. Il convegno letterario a San Pellegrino dove accompagna il cugino Lucio Piccolo, un principe e un barone siciliani con tanto di autista al seguito, con Montale che ha ricevuto le poesie di Piccolo ed è pronto a mettergli sul capo il lauro di poeta. Il principe ammira il mondo della letteratura e va appresso al cugino per vedere da vicino questi titani. S’accorge che sono, quando va bene, di media statura, e gliene viene la spinta a scrivere, attività tornata appannaggio degli esseri umani. Vince la neghittosità e in un paio d’anni compone uno dei capolavori della nostra letteratura. Lo manda a Mondadori e poi a Einaudi, Elio Vittorini è uno dei lettori sia la prima che la seconda volta, sono due rifiuti. Una copia era andata al libraio ed editore palermitano Flaccovio, un’altra a Elena Croce, che non l’aveva nemmeno sfogliata ma a un certo punto pensa di darla a Marguerite Caetani, per la rivista «Botteghe oscure». Uno dei redattori è Giorgio Bassani, che va a recuperare il manoscritto nella portineria della sede romana del Partito repubblicano dove gli è stato lasciato. Comincia a leggerlo e chiama l’amico Mario Soldati, guarda che questa è un’opera maestra. Su «Botteghe oscure» andrebbe al massimo un’anticipazione, Bassani riesce a imporlo a Feltrinelli e a procurarsi dalla vedova il materiale per chiudere il volume. Intanto Tomasi è morto senza pregustare il profumo della gloria letteraria. Giangiacomo Feltrinelli pubblica il romanzo. L’editore dei Tupamaros, che corteggia Fidel Castro per un’intervista e che alla fine si giocherà il collo alla partita della lotta armata, fa i due colpi della vita con due libri «di destra»: un romanzo intriso di rimpianto per il tramonto dell’aristocrazia borbonica e Il dottor Živago (per giunta senza doverne pagare i diritti: Pasternak, che vive nel paradiso del proletariato, che se ne farebbe?).
La vicenda è interessante, ma il sapore le viene da come si sono incastrate tante cose diverse, ciascuna delle quali a suo modo prevedibilissima. L’aristocratico siciliano tiratardi anche quando c’è da prendere in mano la penna, le distrazioni di quella consorteria autocentrata che è la repubblica delle lettere, l’entusiasmo di un giovane scrittore ed editor, il naso di un publisher di razza. Il vero romanzo è quel che capita fra il libro e il film, ricostruito con cura certosina in questo saggio che si può considerare, anch’esso, a suo modo, già un piccolo classico. Gli autori sono Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, che insieme hanno pure realizzato il documentario I due Gattopardi. Giornalista dell’Ansa e poi romanziera lei, critico cinematografico e già conservatore della Cineteca nazionale lui, autore di lavori su Totò e Orson Welles.
Operazione Gattopardo immerge il lettore prima nelle ossessioni cultural-politiche dell’epoca, e poi lo porta nella sartoria di Luchino Visconti, a vedere come è stato possibile cucire un abito cinematografico addosso al libro. La prima cosa è necessaria alla seconda.
Il Pci aveva investito su una lettura gramsciana del Risorgimento come «rivoluzione mancata» o «rivoluzione passiva»: incompiuta perché la borghesia non aveva saputo saldarsi alle masse contadine. La questione meridionale era un problema sociale, se non il problema sociale, da risolversi forzando l’accumulazione di capitale e affrancando il Sud dal blocco di potere della proprietà fondiaria.
Per Lampedusa, palermitano come Gaetano Mosca, in politica rivoluzioni e riforme sono la spuma delle onde, che dà l’illusione del cambiamento mentre sotto il mare è sempre uguale. Ancor più importante, la questione meridionale è tutto fuorché materia ascrivibile alla categoria della lotta di classe. Quando il principe di Salina respinge l’offerta di diventare senatore del Regno, non lo fa solo per un sussulto di dignità: troppe cose sono state fatte, da che Garibaldi è sbarcato in Sicilia, a spese della vecchia classe dirigente, perché ora proviate a coinvolgerci in qualche modo. Parla del desiderio di «sonno» dei siciliani, della loro «immobilità voluttuosa», ne riconduce il carattere al clima: «questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi […] questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo». Per giunta don Fabrizio raccomanda al suo posto Calogero Sedàra, il padre di Angelica, e non solo per fare un altro favore a Tancredi, ma perché è l’emblema dei ceti emergenti a cui dovrebbe essere aggiogato il carro della Storia. Questi ceti emergenti, più che tori pronti a spezzare ogni laccio, Lampedusa li racconta come sciacalli e iene, come i garibaldini e i contadini, pronti a menar le mani appena la situazione lo consente. Chevalley, che si è recato dal principe di Salina per offrirgli il laticlavio, non si smuove dalle sue convinzioni piemontesi. Se ne va pensando: «Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto». Il lettore di Tomasi di Lampedusa, alla fine degli anni Cinquanta, come faceva a prenderlo sul serio, questo cuor contento d’invasore a fin di bene?
Il libro viene subito stroncato dai letterati di sinistra, a cominciare da Mario Alicata, che lo dipinge come una lettura caricaturale del Risorgimento. Moravia lo sbertuccia e cerca d’impedirne la candidatura allo Strega, minacciando pure l’amico Soldati. Leonardo Sciascia dedica al tema una conferenza, nel 1959, e ci si sente un po’ male, perché di Sciascia si tratta, a leggerne la ricostruzione che fanno Anile e Giannice:
Da appassionato marxista, Sciascia non è disponibile a farsi fare la morale da un aristocratico nostalgico, e non esita a consegnare le ambiguità del romanzo al giudizio politico. Non dice mai che il libro sia mal scritto, anzi: Il Gattopardo gli ha regalato “fascino” e “divertimento”, il personaggio di don Fabrizio ha i contorni di un “uomo classico”. Ma sono pregi di secondo piano rispetto a un ritratto dell’isola afflitto da “un vizio di astrazione geografico-climatica”, da exploit di “raffinato qualunquismo” e soprattutto da un atteggiamento (del principe Fabrizio e del principe Tomasi) di “congenita e sublime indifferenza” nei confronti della povera gente. Lampedusa sarebbe troppo “gran signore” per non sentirsi, anche da scrittore, “superiore”. L’ultima stoccata riguarda la citazione della celebre carrozzina in caduta libera sulla scalinata di Odessa nel capolavoro di Sergej M. Ejzenštejn: “Angelica […] gli sospirò all’orecchio: ‘Zione!’: felicissimo gag, di regía paragonabile in efficacia addirittura alla carrozzella da bambini di Eisenstein”. Vedere definita gag la “tragica sintesi” eisensteiniana della Corazzata Potëmkin (1925) sarebbe per Sciascia la prova di “un estremo, e indicativo, distacco”. In buona sostanza, Il Gattopardo gli “fa venire la voglia di lanciare lo slogan ‘la letteratura ai letterati’ (e la terra ai contadini, s’intende […] ma a patto che i letterati non abbiano riserve sulla terra da dare ai contadini)”.
Il dibattito sul Gattopardo, annotano Anile e Giannice, nasce dall’impressione che il pozzo del neorealismo si sia esaurito e in un momento di tensione fra intellettuali e Pci. I carri armati erano entrati a Budapest e Feltrinelli aveva già pubblicato Il dottor Živago, con Pasternak che l’anno successivo prende il Nobel. I miti d’Oltrecortina si stanno appannando. Se qualcuno guardasse all’Italia di allora con un po’ di realismo, dovrebbe ammettere che il tanto vituperato capitalismo sta facendo il suo mestiere e in pochi anni il Paese vive una straordinaria trasformazione. Come i blue jeans che sono un segno di sinistra ma con la giacca vanno verso destra, i cambiamenti dovrebbero spaventare i conservatori, ma vengono utili per sobillare i rivoluzionari. Sciascia, sempre lui, scrive che i romanzi storici veri sono «quelle opere in cui gli accadimenti rappresentati sono parte di una “realtà storicizzata”, cioè conosciuta e situata, nel suo valore e nelle sue determinazioni, in rapporto al presente […] E appunto nel Gattopardo accade il contrario: il presente si fa passato». La letteratura ai letterati, ma per «ridefinire il passato in funzione del presente».
Lo «sdoganamento» arriva dall’estero. Louis Aragon scrive un pezzo che spiazza i comunisti italiani. Ricorda di aver parlato del Gattopardo con Moravia, che gli ha spiegato che è un «libro di destra» il cui successo si deve agli «uomini di destra». Poi però Aragon paragona Tomasi di Lampedusa a Stendhal e Balzac: «Quali che siano le loro idee personali, magari anche reazionarie, la loro opera, immersa com’è nel movimento reale della storia, non può avere alcun carattere reazionario. Forse non sarà di sinistra, ma considerarla di destra è assolutamente un non senso». Lukács in Ungheria apprezza il romanzo. Che nel 1961 viene addirittura pubblicato in russo. Ma com’è possibile che i sovietici vogliano leggere un romanzo oggetto di una pubblica fatwa da parte dei confratelli italiani? Non è possibile, non può essere possibile, non dev’essere possibile. Mosca, desiderosa di mostrarsi aperta alla discussione dopo la pessima pubblicità del caso Živago, abbraccia la traduzione del romanzo vincitore dello Strega, e Botteghe Oscure, in qualche modo, è bene che si adegui. Così Aragon viene tradotto su «Rinascita» e Mario Alicata firma la prefazione all’edizione in russo, con una robusta correzione di rotta rispetto alle polemiche che per primo aveva animato.
Quando parte il progetto del film, è comprensibile che gli ambienti comunisti ci vedano un’operazione potenzialmente pericolosa. Ma la diffidenza si stempera quando emerge la candidatura di Luchino Visconti alla regia. Visconti è un vero intellettuale organico. La scommessa è che il «conte rosso» trasformi il romanzo della sconfitta storica ed esistenziale di un aristocratico nel racconto del tradimento degli ideali risorgimentali e del soffocamento cruento delle prime lotte di classe.
Appoggiata dai comunisti per i motivi sbagliati, la scelta è indovinatissima, e Anile e Giannice dimostrano bene il perché. Visconti sente su di sé il peso e le ragioni dell’investitura: pensiamo solo alla battaglia di Palermo, dilatata rispetto al romanzo e diventata un’efficacissima rappresentazione della sterilità delle guerre. Ma soprattutto all’eliminazione dell’ultimo capitolo, quello in cui, nel 1910, quando Tancredi è ormai morto, Concetta comprende da vecchie conversazioni riferitele dal senatore Tassoni che in realtà l’amava, e noi tutti capiamo quanto la liaison fra Tancredi e Angelica sia stata un matrimonio d’interesse, in cui i fuochi d’artificio sono durati quel ch’erano destinati a durare. Mettere il vecchio vino aristocratico nell’otre nuovo dell’unione con una ricca borghese era una speranza politica, destinata alla fine di tutte le speranze politiche. Dal film vengono «eliminate le zone del romanzo ideologicamente indomabili»: quella di Tancredi diventa una furbizia spregiudicata, il suo personaggio un ambizioso senza costrutto (naturalmente «di destra»), la sua scommessa non ha nulla di tragico.
Quindi, Visconti ci si mette, vuol fare del suo Gattopardo un prodotto ideologicamente certificato. E tuttavia «Visconti non poteva non essere un Visconti e non poteva non essere comunista». Il mondo di Tomasi di Lampedusa è il suo, e le amarezze di Tomasi di Lampedusa sono in fondo le sue. Lo si vede nella scena del ballo, che per qualche minuto converte alla nostalgia del vecchio regime persino il giacobino più livoroso. Anile e Giannice lo fanno emergere nell’intreccio degli aneddoti. Questo è il più indimenticabile.
Burt Lancaster «non ha ancora trovato la chiave per il suo don Fabrizio. Fa di tutto: studia gli aristocratici palermitani, visita i monumenti della città, divora i libri di Denis Mack Smith sul Risorgimento. E approfondisce la conoscenza di Lampedusa: chiede informazioni a Gioacchino Lanza Tomasi, si fa riprodurre la voce dello scrittore registrata da un magnetofono, va a sedersi al Caffè Mazzara, nello stesso posto in cui Lampedusa aveva messo in bella copia il suo romanzo. La stampa è incuriosita da questo ex cowboy travestito da aristocratico dell’Ottocento. “Cerco di vivere tutto il giorno come se fossi il principe”, ribatte serafico Lancaster, “in questo ambiente ricostruito con tanta cura non è un’impresa impossibile nemmeno per un attore americano”. I rapporti con Visconti sono sempre al limite dello scontro. Il regista è insoddisfatto del modo in cui don Fabrizio dà l’addio al nipote Tancredi, in partenza per la rivoluzione. “Portate il libro”, ordina. Glielo mette sotto al naso e legge: “‘Il povero Salina si sentì stringere il cuore’. Vorrei vedere questo”. Senza indicazioni, l’attore hollywoodiano annaspa. Lancaster è costretto a ricorrere alla propria interiorità, fino a sentirsi sopraffatto dalla sensazione di perdere quel nipote adorato, a sentirsi traboccare di commozione, e far finalmente uscire dalla bocca di Visconti la parola magica: “Perfetto”. L’attore vorrebbe che il regista gli spiegasse di più, gli descrivesse qual è il don Fabrizio che si aspetta. Ma Visconti non lo fa […] Finché un giorno l’interprete di don Fabrizio capisce. “È una settimana che chiedo a Visconti di illuminarmi su questo personaggio”, confida a Piero Tosi. “Ma sono proprio un cretino: il principe ce l’ho davanti agli occhi”. Quelli che, sul set, conoscono bene il regista se ne rendono conto: l’atteggiamento di Lancaster/Salina, perfino la sua camminata, sono gli stessi di Luchino.
Quando il film esce, il più viscontofilo dei critici, Guido Aristarco, nota che il regista ha «messo spirito comunista nella classe dei poveri contadini che si vedevano costretti a rinunziare al voto perché nullatenenti», ma ammette la sostanziale fedeltà al libro. E tuttavia Trombadori e Togliatti per primi intuiscono in questa fedeltà un vantaggio. «Infedele nella morale, Visconti fu proustianamente fedele a Lampedusa nei particolari». A maggio il film va a Cannes e ne torna con la Palma d’oro: il romanzo «di destra» che i suoi uomini avevano stroncato quattro anni prima consegna al partito la sua vittoria culturale più elegante, e per giunta con timbro internazionale. Dopo il 1963 diventa impossibile leggere il romanzo senza pensare al film. Per le generazioni successive, Il Gattopardo prima si vede e poi si legge, e proprio lì sta il successo dell’operazione, spiegano Anile e Giannice: perché se prima lo vedi e poi lo leggi, anche quando lo leggi lo continui a vedere. Gli aspetti ideologicamente scabrosi scompaiono, mentre sei concentrato a ricostruire una storia che conosci.
Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo: Come Visconti trasformò un romanzo di ‘destra’ in un successo di ‘sinistra’ (2013), Milano, Feltrinelli, 2024, pp. 368.
Piccola chiosa
Rolando, Stefano <stefano.rolando@iulm.it> a: Alberto Mingardi <alberto.mingardi@iulm.it>
data: 31 ago 2026, 20:38 oggetto: Re: Contrordine, compagni: il caso Gattopardo
Magistrale recensione e in ogni caso prezioso riferimento per chi fa e ha fatto più volte i conti con la “questione meridionale”.
Alla fine, la svolta interpretativa più semplice è quella di avallare la ciambella di salvataggio del monumento americano (Burt Lancaster) che rischia di uscirne senza anima e quindi malconcio. L’assioma Tomasi / Visconti consente al film di esistere.
Ma resta il resto. Che non è poco. Con la domanda sempre in bilico: alla fine siamo sicuri che sia un libro di destra che la spavalderia letteraria e intellettuale dei comunisti trasforma in un prodotto pedagogico di sinistra (prima si vedrà il film e poi caso mai si leggerà il libro) ?
La mia modesta lettura è “nittiana” quindi rifiuta il valore (anche fosse solo quello estetico) dell’incesto bipolare (gli opposti immobilismi).
Non saranno infatti loro – né gli uni né gli altri – a scrivere la storia. Al massimo la rallentano. Fino alla disidratazione.
E tuttavia non c’è solo il Risorgimento garibaldino.
Il libro apparirebbe “di sinistra” perché è riluttante con la trasformazione borghese ma anche perché non assolve .l’affascinante affresco principesco.
Ma non c’è spazio per altri soggetti possibili. Il povero Chevalley non ha la creatività di Cavour. E l’organista borbonico indignato non è nessuno.
Dunque, Tomasi condanna la Sicilia per immobilismo teologico. Salvo scapparne prima dei vent’anni.
Una visione così della “sinistra” non cura, non cambia, non trasforma. Bisognerà aspettare Ugo La Malfa. O Giovanni Falcone.
S.
PS – Mi rallegro comunque per il tuo campo largo di intercettazione tematica….
da: Mingardi, Alberto <alberto.mingardi@iulm.it> a: “Rolando, Stefano” <stefano.rolando@iulm.it>
data: 31 ago 2026, 21:25 – oggetto: Re: Contrordine, compagni: il caso Gattopardo
Caro Stefano,
Grazie mille! Un abbraccio, sperando di vederci presto, e che tu abbia passato una buona estate,
Alberto