

Tenendo conto che il “Movimento 24 ottobre” ha proposto una copione diverso e tenendo conto che ormai nemmeno nelle fiabe è possibile raccontare storie in cui i buoni sono vestiti di rosso e i cattivi di nero. Dopo due settimane di tensioni e disordini, un indizio politico. La premier Meloni (anticipazioni del Sole 24 ore e di Repubblica) potrebbe essere indotta ad anticipare il voto dopo il Consiglio UE a Roma il 25 marzo prossimo.
Stefano Rolando
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| Arrivano i dati di una parte importante delle prove elettorali di questa domenica: la salvifica sconfitta di Bolsonaro in Brasile, che ha ribaltato nelle urne un pronostico cupo, grazie a un’impennata del voto giovanile, pur lasciando il paese spaccato in due; la sconfitta del filorusso Aleksander Vukcic in Serbia dopo 14 anni di potere assoluto, paese candidato alle UE, ad opera della – si chiama proprio così il movimento vincente – “Lista degli Studenti”; il rinvio al ballottaggio tra una filorussa e un candidato liberale in Bulgaria; sempre in attesa nei prossimi giorni del voto cruciale negli Stati Uniti e in Israele; insomma un contesto complesso e con primi esiti interessanti, su cui faremo un punto generale la settimana prossima. Per oggi stiamo sulla situazione italiana. Dopo un rialzo della temperatura politica per i due sabati di scosse telluriche provocate nelle piazze italiane dal risveglio dei giovani e dei giovanissimi. Da discutere se questo risveglio abbia la stessa carica costruttiva che sta avendo in alcune parti del mondo. Non ne sono convinto ma sono cose da non escludere in partenza. |
Come si sviluppa, insomma, la vicenda dei movimenti giovanili italiani, apparentemente autorganizzati, chi in nome del disagio sociale, chi per cause globali, all’inizio qualcuno per teppismo, che tuttavia prima hanno incendiato il centro di Milano il 17 ottobre, poi proposto in numerose città un certo cambio di copione il 24 ottobre?
Andiamo con un po’ di ordine. Per questo sabato 24 ottobre, era stata annunciata situazione a rischio in mezza Italia con l’altra mezza occupata dalle catene dei camion che hanno tentato di mantenere il braccio di ferro con il governo strozzando la vendita di alimentari e benzina.In apparenza uno scenario da 1969. Vi ricordate il “studenti e operai uniti nella lotta” ?. Non funzionò allora. Domanda: perché dovrebbe funzionare adesso?
Adesso abbiamo comunque un nome di battaglia: “Movimento del 17 ottobre”. E abbiamo uno spartito in cui a Milano si sono affiancate altre città: Bologna, Padova, Torino, Firenze, Genova, Roma, Napoli, Bari. Insieme ad altri fattori di inquietudine che costituirebbero turbative se ci fossero elezioni imminenti. E che invece la prendono larga, perché le elezioni non sono state ancora neanche indette. Tuttavia, i fatti in corso influenzano lo stesso lo scontro politico e quindi la creazione di uno scenario che finirà dentro le elezioni: quelle amministrative e quelle parlamentari.
Insomma, se e come i fatti in corso e il posizionamento che sta emergendo (governo e sindaci, maggioranze e opposizioni, area del voto e area delle astensioni, area del disagio e area del vandalismo) possono anche agire sulla partita elettorale.
Cominciamo a decifrare meglio la piazza, partendo da quella del 17 ottobre.
Alcuni commenti hanno parlato di “fronte triplo”.
- Il primo fronte è quello di una gioventù a volte latente a volta visibile che la politica un po’ la capisce, un po’ la trasgredisce, un po’ la fa, un po’ se ne infischia. La parte più politica tendenzialmente ha a che fare, dialetticamente, con il sistema dei partiti (e dei sindacati) italiani. Una volta questa era fatta dai “movimenti giovanili” dei partiti. Mezzi allineati, mezzi no. Essa resta, ingrugnita, arrabbiata, nell’ambito della politica del proprio tempo. E si declina anche con specificità locali. Vogliono riforme, vogliono provvedimenti più mirati sulle criticità (casa, lavoro, sport, costo della vita, diritti civili, eccetera). Ma hanno posizionamenti che rendono i loro messaggi diversi. Postura e forma delle proteste si assomigliano. Nel senso che hanno capito che se vanno in piazza e fanno le belle statuine nessuno se li fila. Se vuoi far notizia almeno devi urlare. Almeno qui e là una bombetta-carta. Quindi adottano forme “al limite” . Con sorprese, però. Il sabato 24 ottobre si è persino vista in piazza – ordinata, striscioni rivolti persino al governo, bandiere e disciplina di corteo – anche la gioventù di Fratelli d’Italia (1500 partecipanti solo a Roma; con forme attentamente più compassate dei loro ministri.
- Il secondo fronte è generazionale e più chiaramente extra-partitico. Si è aggregato su questioni eclatanti e altamente simboliche (Gaza e diritti umani). Tema collante: pro-pal. Questo è un richiamo importante anche per una parte della gioventù dell’immigrazione islamica che – radicalizzata ma anche non radicalizzata – qui percepisce una missione. Anche qui si pensa che senza un po’ di violenza nessuno li ascolterebbe. Ci cominciano a provare, dichiarando autorganizzazione e svincolo dai partiti. Così che rappresentano una linea più dura e meno negoziale.
- Il terzo fronte si è attaccato strumentalmente sabato 17 qualche volta al primo, funzionalmente più volte al secondo ed ha una caratura più periferica (urbanamente parlando), più “prime armi” (anagraficamente parlando), più rivendicativa (identitariamente parlando). Contiene anche un pezzo delle seconde generazioni, figli di lavoratori immigrati, tagliati un po’ fuori anche dai consumi di base) e si salda in alcuni contesti con la discendenza di alcuni nuclei di vecchia immigrazione meridionale interna.
Il secondo turno dei sabati tumultuosi, il 24 ottobre, ha risposto a due opposte reazioni del Palazzo, così modulate da politica e media.
- Il centro-sinistra. Dietro alla rappresentazione anche se ancora confusa, c’è stata comunque una generazione che è largamente in astensione; attenzione al rischio che dilaghi; quindi aprire forme di ascolto, cercare di capire – ove ci siano – ragioni e motivazioni.
- Il centro-destra, al contrario. Non facciamo troppa sociologia; è prevalsa la provocazione e si è vista la violenza; quindi avere un approccio blando e dialogante costerebbe caro per l’immediato futuro; dunque, prima la repressione, poi si vedrà.
- Il supposto centro. Un po’ una cosa, un po’ altra.
Segnati sul taccuino tre interventi attorno al 17 ottobre, a cortei finiti e danni contati.
- Resterà agli atti il dialoghetto che sembrava scritto da uno sceneggiatore di un film di Ettore Scola: il sindaco Sala che dice che a lui è sembrato che ci fossero pochi agenti e pochi presìdi nelle piazze milanesi e il ministro Piantedosi che, con inaudita replica, gli ha detto che il sindaco parla così perché è un radical-chic. Tanto che per il “movimento 24 ottobre” il governo ha moltiplicato per mille i presidi: forze dell’ordine, esercito, jeep blindate, elicotteri. Mancavano solo quelli della Marina militare ma immaginare anche i sommergibili sarebbe stato un po’ troppo.
- Naturalmente resterà anche agli atti l’immediato monito del Presidente Mattarella che ha parlato di “inedite forme” e di “necessarie riflessioni sociologiche e analitiche da parte delle istituzioni”.
- Infine, resterà agli atti una dichiarazione un po’ di straforo del ministro Crosetto che ha parlato di “guerre ibride” in atto il 17 ottobre. Una frenesia di commenti. I russi, i cinesi, gli hacker, vattelapesca. Poi la cosa si è illanguidita. Ma è restata senza risposta l’osservazione che se, nei giorni precedenti, le “convocazioni” sono state fatte su Tik-tok a tutti i circuiti che avrebbero potuto fare massa critica e “fare paura” gli unici che non si sono accorti di nulla sono stati i sevizi di intelligence moltiplicati per ogni arma, per ogni ministero, ormai per ogni tenenza dei carabinieri che avrebbero potuto e dovuto mettere tutti in guardia. A cominciare dai negozianti.
Prima dell’avvio del programma a sorpresa del 24 ottobre in tante piazze la polizia ha fermato e denunciato per “istigazione a delinquere” l’ideatore e comunque progettatore del movimento 17 ottobre, 30 anni, formazione universitaria, quattro lingue, uno stage in Ispi, lavoro in società americana di IA. Nato in Italia, nel bresciano, di origine marocchina, soprattutto attivista pro-pal. Si chiama Youssef Siher. Con questo commento del ministro della Difesa Guido Crosetto: “I miei complimenti al collega Piantedosi ed alla Polizia di Stato per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre. Non un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intellighenzia italiana. E si sono visti i risultati“.
Oggi i giornali (il Corriere dettagliatamente) lo raaccontano come portatore di una strategia rivoluzionaria. Martedì ha scritto sui social: “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paelo raccontano se, noi dichiariamo guerra a questo presente infame”.

Con questa sintesi si sono aperti i teatri mobili delle piazze italiane del 24 ottobre. Tiriamo dunque il bilancio domenica pomeriggio, con i commenti immediati a disposizione.
I tre fronti sono diventati praticamente uno solo. Il terzo – quello degli adolescenti saccheggiatori (forse in campo all’inizio perché come ha detto il corteo romano l’altro ieri: “l’obiettivo è farvi paura”) è rimasto a casa – mentre il primo si è mescolato al criterio indistinto delle piazze senza bandiere; centrato sulle motivazioni geopolitiche dell’ex-secondo fronte anziché rendere più robuste le motivazioni “riformatrici” anti-disagio sociale, salvo alzare i toni della minaccia antigovernativa. Questa la percezione che sembrava permeare i tolk-show del sabato sera ma anche i commenti del 25 e del 26.
Per i più il tutto finisce per far segnare un punto al governo, che porta a casa l’efficienza della manovra di prevenzione e contrasto messa in atto, mostrando che il volto della piazza tende ora a seguire lo spartito internazionale anti-USA-Israele più che il volto della dimostrazione del fiasco economico-sociale del governo Meloni. In ogni caso la maggioranza ha messo in campo una forte risposta alla osservazione del sindaco Sala, mentre le opposizioni hanno parlato per una settimana senza un copione meditato e senza lasciare il segno.
Se c’è una sorta di francesizzazione dei sabati italiani, ammesso che questo risveglio della proposta giovanile organizzata riesca a scuotere in profondità l’autoreferenzialità della politica italiana, ebbene oggi non siamo né a un mese , né a tre mesi dalle elezioni. Potremmo magari essere a otto mesi o forse anche di più. Dunque, ora viene da dire: riflesso diretto zero. Ma il riflesso sulla natura, i comportamenti o gli atti mancati dei partiti italiani, questo può avvenire da domattina.
- La risposta del governo Meloni alla domanda primaria, anche psicologica, di sicurezza degli italiani c’è stata. Nessuno si aspetta che arrivino (come sarebbe prezioso) progetti educativi e sociali con relativi piani di investimenti. Ma di fronte ai saccheggi tutti chiedono preliminare “sicurezza”. Lo spunto di mandare in piazza a Roma i suoi stessi giovani (del partito Fratelli d’Italia) per far loro dire, in forma ordinata sotto le bandiere tricolori, che bisogna “fare di più per i giovani” mi è parsa abile, è stata una ciliegina sulla panna montata della propaganda fondata sui “fichi secchi”.
- Se quella piazza sarà sempre più guidata dalla ossessione giovanile pro-pal, con tutta la comprensione per la causa palestinese, pur con Gaza che chiede giustizia e la Cisgiordania che chiede truppe di interposizione, credo che essa persegua una globalizzazione geopolitica delle nuove generazioni (l’ha avuta anche la mia generazione, con il Vietnam) che certo produce identità, permea una certa percezione del mondo, sprovincializza. Ma quanto al proprio contesto politico non credo che possa impensierire davvero il governo italiano, perché dappertutto spinge a destra i sistemi nazionali. Questo genere di cortei, anche se buttano lì un po’ di protesta contro il caro-vita, una generica lamentala sulla scuola, alcune frasi fatte sul mercato del lavoro (accesso e salari minimi), rischia di configurare una forza di immagine poggiata su una bandiera palestinese innalzata e su una bandiera israeliana bruciata. Cose che sarebbero marginali se il ragionamento sulla stagnazione italiana che ci fa perdere competitività fosse fatto magari rudemente ma sottratto ai convegni di Confindustria, con contenuti culturali e non affaristici. Non c’è questa linea anche perché la parola stessa “competitivà” fa schifo a questi cortei.
Tutto ciò avviene con i partiti politici, soprattutto quelli del centro-sinistra, sostanzialmente in ombra. Sia nell’esserci. Sia nel non esserci, ma con una comunicazione di sostegno. E persino nel non esserci ma con parole critiche. Così fanno notizia a Torino il deputato dem Mauro Berruto che tiene duro per esserci anche in solitaria per sostenere la causa del disagio giovanile e a Milano Pierfrancesco Majorino – capogruppo dem in regione e candidato a Palazzo Marino – che c’è per ricordare tutte le buone ragioni riformiste per esserci. Ma in generale, finora, dichiarazioni caute e frammentate, a cui gli stessi giornali non riescono a dare dignità di posizionamento. Come sempre sono i sindaci ad essere un passo più avanti: chiedono il confronto immediato con la premier sull’agenda delle cose da fare immediatamente almeno sul caro-vita. Intanto non pare che la richiesta urgente del presidente Mattarella alle istituzioni di produrre un rapporto nazionale sul disagio giovanile, atterri non dico in Parlamento ma nemmeno all’ufficio studi del Cnel.
Probabilmente sono in molti a sperare che i sabati si sgonfino e che i ragazzi tornino a scrollare i loro telefonini ai giardinetti. Con un po’ di astenuti in più e una certa minoranza che aspetta che ci sia una nuova sardina disposta a organizzare assemblee. E per ora anche la provocazione dei giovanissimi di periferia, improvvisati casseurs, a fronte della clausola del pur vituperato decreto che colpevolizza i genitori con multe salate, è rimandata ad altro clima. O non rimandata del tutto.
Credo che solo alcuni insegnanti di scuola media e superiore dell’Italia profonda sarebbe autorizzato a dare un parere sulle tendenze – esplicite e soprattutto recondite – dei giovani e giovanissimi italiani. Noi qui dobbiamo prendere in considerazioni i comportamenti dei più grandicelli, con diritto di voto e di non voto. In generale sembra che lo scenario di questo ciclo di proteste potrebbe uniformarsi a quello della radicalizzazione global. Che si riflette sul sistema dei partiti più o meno in questi termini: la destra fa la destra e la sinistra per ora è a convegno sull’opportunità di fare le primarie prima del programma oppure di fare il programma prima delle primarie.
Non pare un caso che, visti gli sviluppi, Giorgia Meloni, secondo le anticipazioni fatte da Il Sole 24 ore e da Repubblica potrebbe essere indotta ad anticipare il voto dimettendosi dopo il Consiglio UE a Roma il prossimo 25 marzo. Questione aperta come è aperta la lettura della piega che prenderà il movimento dei giovani non solo in Italia tenendo conto che i risultati del voto in Israele, nel mid-term americano e in Spagna segnano due agende nettamente diverse per il 2027.
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