La rappresentazione e la percezione del conflitto (intervento di Stefano Rolando al seminar di Infocivica/DF/Key4biz su informazione e guerra in Ucraina)

Infocivica, Democrazia futura e Key4biz hanno promosso il 5 maggio 2022 l’executive webinar Geopolitica, media e (dis)informazione nella guerra in Ucraina: un bilancio provvisorio, con attenzione ai riflessi politici del conflitto in Italia e in Europa.

Ha moderato Giampiero Gramaglia, già presidente di Infocivica. Hanno partecipato Raffaele Barberio –  Direttore Key4Biz; Guido Barlozzetti – autore, esperto dei media e scrittore; Michele Mezza – giornalista e docente Università Federico II Napoli; Giacomo Mazzone – Segretario generale Eurovisioni, direttore responsabile Democrazia futura; Carlo Rognoni – giornalista, ex vicepresidente del Senato; Stefano Rolando – docente Università IULM di Milano e condirettore Democrazia futura; Bruno Somalvico – storico dei media e direttore editoriale Democrazia futura.

La videoregistrazione del seminario è accessibile al link https://www.key4biz.it/infocivica-democrazia-futura-e-key4biz-presentano-il-webinar-geopolitica-media-e-disinformazione-nella-guerra-in-ucraina-un-bilancio-provvisorio/401550/

Intervento di Stefano Rolando

La rappresentazione e la percezione del conflitto. Quattro spunti.

Prima di tutto vorrei ringraziare gli amici e colleghi che mi hanno preceduto, per la qualità e l’ampiezza dei contributi. Parlo per ultimo, nell’ordine alfabetico. Alcuni nodi essenziali della discussione sono stati ben affrontati e così posso permettermi di andare su aspetti un po’ di dettaglio.

In ogni caso mi pare che il seminario metta bene in evidenza il senso, soprattutto in questi tempi di gravi crisi che si susseguono, del lavoro interpretativo che, in particolare sul rapporto tra questioni comunicative e logiche – in parte evolutive in parte confermative – del potere, Infocivica (come associazione professionale e civile), Democrazia Futura (come rivista di approfondimento) e Key4biz (come giornale di alta divulgazione sulla transizione digitale) stanno compiendo insieme. Tocco – se faccio a tempo – quattro argomenti.

La rappresentazione del conflitto

Il primo riguarda la rappresentazione mediatica del conflitto. Del suo aspetto totalizzante si è detto. Delle ragioni di questa totalizzazione – in apparenza ovvia, sulle conseguenze meno ovvia – merita sempre di parlarne. In ogni caso per dipanare un po’ ciò che finisce in un ampio e uniforme lenzuolo di notizie e di percezione degli andamenti è sempre bene vedere i nessi che hanno i “sotto-aspetti” di questo lenzuolo e chi ha maggiore egemonia di gestione. Sui fatti probabilmente domina internet, che agisce distributivamente sull’immensa rete dei cellulari individuali e fa della platea umana oggi forse la più informata della storia. Se si passa ai nessi tra i fatti, cioè alle interpretazioni e con esse all’analisi delle motivazioni delle parti, la gerarchia dei media si muove, torna in campo anche la carta stampata, malgrado il suo declino oggettivo. E si vede che il grosso delle fonti di opinione si ricava dalle rassegne quotidiane. In merito invece alle testimonianze – cioè al portare nei flussi informativi fonti oculari o maggiormente connesse agli eventi, c’è un primato televisivo, che è anche dovuto – lo ha giustamente rilevato Michele Mezza poco fa – a una generazione di giovani giornalisti coraggiosi e preparati.

I capitoli su cui ho più scritto in questo periodo riguardano, per primo, il ruolo enormemente più incidente di come appariva in altre precedenti guerre (ferma restando la compresenza dell’intelligence in ogni evento bellico della storia del mondo) di ciò che va sotto il nome di propaganda. Per un po’ nel corso del ‘900 abbiamo semplificato il secolo della maggiore evoluzione di questa arte velenosa, attribuendola ai paesi dispositivi e autoritari. Poi abbiamo capito che lo strumento è in uso a tutti, democrazie conclamate comprese. E che la doppia lettura dei fatti spontanei e dei fatti indotti è materia da specialisti. In ogni caso la nuova frontiera digitale è protagonista di infiniti apprendimenti che cambiano giorno per giorno il ruolo delle forze armate tradizionali, come la crisi della “guerra a terra” da parte russa ben dimostra.

In secondo luogo, vorrei dire una parola sugli aspetti critici dei talk show, l’ambito di accompagnamento più accessibile e quindi di maggiore accompagnamento, anche se si verifica una diradazione preoccupante della presenza di “veri esperti”, idonei – in tante materie complesse – a dare valore aggiunto alle notizie e soprattutto agli indizi. Mentre cresce la gara a mettere in campo “esperti spettacolarizzanti”, cioè con alto potenziale polemico per indurre il format preferito dai conduttori di talk show, che non è la pur conclamata “spiegazione” ma il conflitto verbale che avrebbe il potere di scarnificare la propaganda e ridurre all’osso la verità. Il risultato non è solo per lo più confusivo, ma fidandosi soprattutto i giornalisti di sé stessi, i talk show sono ormai ipergiornalistizzati, con giornalisti cioè che fanno le domande e giornalisti che fanno le risposte. Quando serve ad aumentare la temperatura (ovvero, si dice, l’ascolto) una giornalista russa, magari con fisico da eroina cattiva di 007, è l’ideale per fare ciò che persino l’a.d., della Rai Carlo Fuortes in Commissione parlamentare di vigilanza ha ammesso “non essere più questo ciò che va inteso per approfondimento”. Non è tutto uguale, non è tutto drogato da questi impulsi, restano spazi – soprattutto nei servizi in diretta – di qualche effettivo merito giornalistico ma il fenomeno appare visibile e oggetto di valutazione, aperta a contro-valutazioni, soprattutto da parte dei colleghi massmediologi che vanno scrivendone.

I sondaggi demoscopici

In terzo luogo, su questo fronte, vorrei dire ancora una parola sui sondaggi. Che è argomento a sé stante. Essi sono legittimi, spesso utili, in alcuni casi scrupolosi e con approcci scientifici. Vi sono però aspetti d’uso nel sistema mediatico, che andrebbero evidenziati e discussi. Rarissima è la spiegazione degli aspetti di metodo, che è in alcuni paesi obbligo (anche in fonte remota). Rara è la posizione dei conduttori a ricordare che la demoscopia si occupa di percezione ed è cosa diversa dalla statistica che produce dati di realtà (sembra una banalità ma l’opinione pubblica è ambito di eleganze e di grossolanità). La vera professionalità poi dovrebbe essere quella di contestualizzare la serie storica di questi approcci, per far cogliere elementi di discontinuità. Mentre invece c’è spesso un trattamento “religioso” di fronte al dato. Esso è un fatto e come tale è una realtà che, nell’interesse della testata, deve produrre rapide innovazioni di comportamenti. Cito il caso di un’improvvisa maggioranza di italiani contrari al sostegno militare italiano a favore della resistenza ucraina, in controtendenza con l’andamento pregresso delle rilevazioni e servito allo scopo di indicare una sorta di “gruzzolo” di elettorato non rappresentato, così da aprire un fronte di scomposizione nel quadro della maggioranza. Non mi dilungo, non sono stupito, apro una riflessione sul legittimo – ripeto, legittimo – uso della demoscopia, con regole professionalmente calibrate in vicende complesse come quelle in corso.

La comunicazione istituzionale e la comunicazione politica

Quanto ai risvolti della comunicazione più propriamente politica e anche di quella istituzionale – di cui mi sono a più riprese occupato – c’è da registrare per la politica la progressiva marginalizzazione (vale per quasi tutti gli argomenti in agenda) rispetto agli approfondimenti intrepretativi, per limitare gli interventi – spesso nel format sintetico di un “tweet” o di un “francobollo” ai tg – che riguarda il puro posizionamento occasionale del partito di appartenenza. Nella cadenza molto dosata della comunicazione istituzionale del governo Draghi – dove non c’è ridondanza retorica ma spesso manca anche un po’ di necessario accompagnamento di spiegazioni adeguate – vi sono tuttavia momenti di chiarificazione di livello. Faccio riferimento in particolare al meditato e ampio discorso del premier del 3 maggio alla sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, che arriva dopo un’alzata di scudi del presidente Mattarella sui “sì, ma” circolanti.   Qui – dopo mesi di balbettio politico dell’Europa – si legge una proposta di posizionamento dei paesi fondatori (i tre principali, di cui l’Italia di Draghi appare quasi in posizione di favore) per rilanciare rapidamente (“con un pragmatico federalismo” dice Draghi) la politica di integrazione, affidata al bilancio comune, dentro cui ci dovrebbe essere l’esercito comune e in comune anche alcune politiche sociali.  Questa posizione, su cui non mi dilungo, si inquadra in un certo chiarimento anche attorno ad un aspetto confusivo trascinato dalla rappresentazione della guerra russa in Ucraina, quello dell’ennesimo stropicciamento delle categorie di destra e sinistra (su cui mi sto cimentando con un piccolo libretto di “ripasso”). Magari potrebbe prendere forma – negli auspicati negoziati di pace – una profilazione geopolitica internazionale in cui la filiera dei paesi autoritari e dispotici e la filiera dei paesi democratici prendono un loro riallineamento, che deve immaginare naturalmente nuove deterrenze e nuove forme del reciproco scambio (in cui i cinesi sembrano meglio piazzati di tutti per tessere questo “capitolato”).

Lo spazio dei giovani nel quadro della percezione

L’ultimo punto si cui aggiungo ancora qualche parola riguarda un segmento della percezione che, da universitario, mi interessa molto e che ho cercato anche di seguire un po’ concretamente (anche con un paio di rilevazioni fatte in aula). Mi riferisco alla percezione della guerra da parte dei giovani, parlo dei giovani ventenni, con alle spalle già qualche bagaglio cognitivo per capire le cose. Ebbene c’è stato certamente ritardo nella percezione del rischio. Non di ore o di giorni. Quasi di un mese. E si è poi prolungata la difficoltà di intrepretare bene la complessità geopolitica della situazione. Così da tendere sempre verso lo schema semplificato, quello dei torti e delle ragioni della guerra in quanto tale (su cui il dato di rilevazione del 18 marzo  è netto: l’88,5% del mio campione di analisi ritiene che non ci siano “riscontri di ragionevolezza” per l’attacco russo. Il 5% dice che ci sono, il 6,5% non sa. Mentre sulla “provocazione da parte delle basi NATO” (quella che papa Francesco in cerca di dialogo ha chiamato “l’abbaiatura della NATO alle porte della Russia”) il risultato è meno forte ma sempre netto. Se basi NATO ai confini dell’Ucraina, ancorché legittime, siano da considerarsi “una provocazione”, la risposta è no per il 63,5%, sì per il 23,3%, non sa il 13,2%. Ma nella semplificazione il rapporto con la complessità delle analisi aumenta il tasso di paura. E si potrebbe pure di dire che ci sia una componente giovanile nell’incremento di opinione impaurita per la continuità dell’impegno militare italiano a favore della resistenza ucraina. Materia su cui, in generale, bisogna fare di più, sia nell’incrementare la spiegazione, sia nel sollecitare la discussione.

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