Club di Venezia 2023- In 37 anni 122 eventi sulla comunicazione istituzionale in Europa.

Club di Venezia 2023- 37 anni di vita e 122 eventi alle spalle sulla comunicazione istituzionale in Europa

Stefano Rolando

Sono prossime le due conferenze autunnali che chiudono gli eventi del 2023, 37° anno dalla costituzione presso la Fondazione Cini a Venezia, del Club di Venezia, nato per iniziativa di Palazzo Chigi nel 1986, di intesa con la Commissione europea, a seguito del vertice europeo di Milano del 1985.

La rete dei responsabili della comunicazione istituzionale dei governi membri e delle stesse istituzioni della UE, che da quell’anno è passato da membri appartenenti a 12 Paesi agli attuali 28 Paesi (dal momento che l’UK è rimasto parte del Club che ha carattere informale rispetto alla UE). Ma soprattutto si è ampliato il tavolo anche a istituti di analisi e ricerca, alcune università, esperti. Così da creare oggi un ambito che non è solo fonte di esperienze, ma anche di interpretazioni che sono interessanti, utili e con reputazione in tutta Europa.

Venezia, Fondazione Cini, 3.10.1986 – Il Commissario europeo Cultura e Informazione Carlo Ripa di Meana e il direttore generale Informazione ed editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiana, alla costituzione del “Club di Venezia”.

Fondazione Cini, Venezia – 4.10.1986 – Costituzione del “Club di Venezia” – Il direttore generale Cultura e Informazione della Commissione europea Franz Froschmaier, il direttore generale informazione ed editoria della Presidenza del Consiglio IT Stefano Rolando, il consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio italiano Antonio Badini, il Capo Servizio Stampa del Ministero degli Esteri italiano Pino Panocchia.

Dopo gli incontri di Londra (9-10 marzo) e di Nicosia (1-2 giugno), l’ultimo quadrimestre dell’anno prevede le conferenze a Dubrovnik (Croazia, 28-29 settembre) e, come è tradizione, a Venezia, nella plenaria conclusiva convocata per il 30 novembre e 1 dicembre).

Questo il 2023. Ed è in questo scenario che ho considerato utile recuperare alcuni spunti tratti da una lunga intervista che Stefano Sepe, studioso di storia delle istituzioni, mi aveva fatto nel 2018 attorno all’evoluzione della comunicazione pubblica in Italia e in Europa, diventato corpo di un libro edito da Editoriale Scientifica quell’anno con il titolo Il dilemma del re dell’Epiro (sottotitolo Vinta o persa la guerra della comunicazione pubblica in Italia?).

Lo faccio per lasciare una traccia più precisa sulle ragioni fondative di quel sodalizio, a cui lavorai fin dalla mia nomina a direttore generale dell’informazione del governo dal 1985 e di cui assunsi la presidenza, quando dieci anni dopo, nel 1995, lasciato Palazzo Chigi.

Unisco in questo dossier anche l’elenco di tutti gli eventi che dal 1986 a oggi il Club di Venezia ha promosso, elenco che il segretario generale Vincenzo Le Voci – tra i tanti suoi meriti nei riguardi della continuità di questo prezioso “tavolo” – ha trasmesso nei giorni scorsi ai partecipanti attuali, per il conforto e la responsabilità che dà l’essere seduti in queste riunioni a fronte dello scorrere di tantissime parole, altrettanti pensieri e comunque una metodologia di approccio in continua evoluzione.

Londra, 18.4.1990 – Club di Venezia anno 4 – Foto di gruppo dei partecipanti. La seconda da sinistra la direttrice generale Cultura e Informazione (ed ex ministro degli Esteri del Lussemburgo) Colette Flesch.

Club of Venice 2023 – 37 years and 122 events behind us on institutional communication in Europe

Stefano Rolando

The two autumn conferences that close the events of 2023, 37th year since the establishment at the Cini Foundation in Venice, of the Club of Venice, born on the initiative of Palazzo Chigi in 1986, in agreement with the European Commission, following the summit European Championship in Milan in 1985.

The network of institutional communication managers of the member governments and of the EU institutions themselves, which since that year has gone from members belonging to 12 countries to the current 28 countries (since the UK has remained part of the Club which has an informal nature compared to the EU). But above all, the table has also expanded to include analysis and research institutes, some universities, experts. So as to create today a field that is not only a source of experiences, but also of interpretations that are interesting, useful and with a reputation throughout Europe.

After the meetings in London (9-10 March) and Nicosia (1-2 June), the last quarter of the year includes conferences in Dubrovnik (Croatia, 28-29 September) and, as is tradition, in Venice, in the final plenary convened for 30 November and 1 December).

This is 2023. And it is in this scenario that I considered it useful to recover some ideas taken from a long interview that Stefano Sepe, a scholar of history of institutions, had given me in 2018 on the evolution of public communication in Italy and in Europe, which has become body of a book published by Editoriale Scientifica that year with the title The dilemma of the king of Epirus (subtitle Won or lost the war of public communication in Italy?).

I do so to leave a more precise trace on the founding reasons for that partnership, which I worked on since my appointment as director general of government information in 1985 and of which I assumed the presidency, when ten years later, in 1995, I left Palazzo Chigi .

In this dossier I also include the list of all the events that the Club of Venice has promoted since 1986, a list that the general secretary Vincenzo Le Voci – among his many merits with regard to the continuity of this precious “table” – has transmitted in recent days to the current participants, for the comfort and responsibility that sitting in these meetings gives in the face of the flow of many words, as many thoughts and in any case a constantly evolving approach methodology.

Venezia, 5.11.1995 – 18a sessione della Club di Venezia, verso il 10° anno dalla costituzione. Tutti indossano una T-short con il logo del decennale.

1986 per il decimo anniversario del Club di Venezia, Stefano Rolando con Mike Devereau, direttore generale del Central Office of Information del governo inglese.

Club de Venise 2023 – 37 ans et 122 événements derrière nous sur la communication institutionnelle en Europe

Stefano Rolando

Les deux conférences d’automne qui clôturent les événements de 2023, 37e année depuis la création à la Fondation Cini à Venise, du Club de Venise, né à l’initiative du Palazzo Chigi en 1986, en accord avec la Commission européenne, à la suite du sommet européen Championnat à Milan en 1985.

Le réseau des responsables de la communication institutionnelle des gouvernements membres et des institutions européennes elles-mêmes, qui est passé depuis cette année-là de membres appartenant à 12 pays aux 28 pays actuels (le Royaume-Uni étant resté membre du Club qui a un caractère informel par rapport vers l’UE). Mais surtout, le tableau s’est également élargi pour inclure des instituts d’analyse et de recherche, certaines universités, des experts. Afin de créer aujourd’hui un domaine qui soit non seulement source d’expériences, mais aussi d’interprétations intéressantes, utiles et réputées dans toute l’Europe.

Après les rencontres de Londres (9-10 mars) et de Nicosie (1er-2 juin), le dernier trimestre de l’année comprend des conférences à Dubrovnik (Croatie, 28-29 septembre) et, comme le veut la tradition, à Venise, en finale plénière convoquée les 30 novembre et 1er décembre).

Nous sommes en 2023. Et c’est dans ce scénario que j’ai jugé utile de récupérer quelques idées tirées d’un long entretien que Stefano Sepe, spécialiste de l’histoire des institutions, m’avait accordé en 2018 sur l’évolution de la communication publique en Italie et en Europe, qui est devenu le corps d’un livre publié cette année-là par Editoriale Scientifica sous le titre Le dilemme du roi d’Épire (sous-titre Gagné ou perdu la guerre de la communication publique en Italie ?).

Je le fais pour laisser une trace plus précise sur les raisons fondatrices de ce partenariat, auquel j’ai travaillé depuis ma nomination comme directeur général de l’information gouvernementale en 1985 et dont j’ai assumé la présidence, lorsque dix ans plus tard, en 1995, j’ai quitté Palais Chigi.

Dans ce dossier, j’inclus également la liste de tous les événements que le Club de Venise a promus depuis 1986, liste que le secrétaire général Vincenzo Le Voci – parmi ses nombreux mérites en ce qui concerne la continuité de cette précieuse “table” – a transmis ces derniers jours aux participants actuels, pour le confort et la responsabilité que procure le fait d’assister à ces réunions face au flux de nombreux mots, autant de pensées et en tout cas une méthodologie d’approche en constante évolution.

27.4.2007 – Vienna – 38a assemblea del Club di Venezia – Foto di gruppo al termine della sessione. Il primo a sinistra è Mike Granatt, per molti anni direttore del COI-Central Office of Information del governo inglese, grande esperto di comunicazione di crisi, che è stato per alcuni anni, prima di Vincenzo Le Voci, segretario generale del CdV.

11. 11. 2016 – Palazzo Franchetti, Venezia – Apertura dei lavori della 84a sessione

6.12.2019 – Palazzo Franchetti, Venezia – 100a sessione del Club di Venezia – Foto di gruppo al termine dei lavori. Nella prima fila – tra i tanti – il terzo da sinistra è Pier Virgilio Dastoli, presidente della Sezione italiana del Movimento europeo e al centro, con sciarpa rossa, Tiziana Antonelli che svolge uno storico presidio per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’organizzazione, soprattutto in Italia, delle sessioni del CdV.

Club de Venecia 2023: 37 años y 122 eventos nos avalan en comunicación institucional en Europa

Stefano Rolando

Las dos conferencias de otoño que cierran los acontecimientos de 2023, 37º año desde la creación en la Fundación Cini de Venecia, del Club de Venecia, nacido por iniciativa del Palazzo Chigi en 1986, de acuerdo con la Comisión Europea, tras la cumbre europea Campeonato de Milán en 1985.

La red de responsables de comunicación institucional de los gobiernos miembros y de las propias instituciones de la UE, que desde aquel año ha pasado de miembros pertenecientes a 12 países a los 28 actuales (ya que el Reino Unido ha seguido formando parte del Club que tiene un carácter informal frente a a la UE). Pero, sobre todo, el cuadro se ha ampliado con institutos de análisis e investigación, algunas universidades y expertos. Para crear hoy un campo que no sólo sea fuente de experiencias, sino también de interpretaciones interesantes, útiles y con reputación en toda Europa.

Tras las reuniones de Londres (9 y 10 de marzo) y Nicosia (1 y 2 de junio), el último trimestre del año incluye conferencias en Dubrovnik (Croacia, 28 y 29 de septiembre) y, como es tradición, en Venecia, en la final Pleno convocado para los días 30 de noviembre y 1 de diciembre).

Estamos en 2023. Y es en este escenario que consideré útil recuperar algunas ideas extraídas de una larga entrevista que Stefano Sepe, estudioso de la historia de las instituciones, me había concedido en 2018 sobre la evolución de la comunicación pública en Italia y en Europa, que se ha convertido en el cuerpo de un libro publicado por Editoriale Scientifica ese año con el título El dilema del rey de Epiro (subtítulo ¿Ganó o perdió la guerra de comunicación pública en Italia?).

Lo hago para dejar una huella más precisa sobre los motivos fundacionales de esa asociación, en la que trabajé desde mi nombramiento como director general de Información del Gobierno en 1985 y de la que asumí la presidencia, cuando diez años después, en 1995, dejé Palacio Chigi.

En este dossier incluyo también la lista de todos los eventos que el Club de Venecia ha promovido desde 1986, lista que el secretario general Vincenzo Le Voci – entre sus muchos méritos en cuanto a la continuidad de esta preciosa “mesa” – ha transmitido en los últimos días a los actuales participantes, por la comodidad y la responsabilidad que supone asistir a estos encuentros ante el fluir de muchas palabras, de tantos pensamientos y, en todo caso, de una metodología de enfoque en constante evolución.

I dossier che contengono il riepilogo del percorso del CdV dopo 10 anni, dopo 20 anni, dopo 25 anni, dopo 30 anni e dopo 35 anni. Prossimo appuntamento, i 40 (nel 2026).

IT

Spunti sulla costituzione nel 1986 e sugli sviluppi per 37 anni del “Club di Venezia”, rete dei responsabili della comunicazione pubblica dei paesi membri e delle istituzioni dell’Unione Europea.

Da 12 paesi agli attuali 28 (UK resta nel quadro del CdV) con oggi oltre cento operatori che partecipano agli incontri e restano connessi professionalmente, culturalmente e civilmente.

Da Il dilemma del re dell’Epiro – Vinta o persa la guerra nella vicenda della comunicazione pubblica italiana?

Colloquio di Stefano Sepe con Stefano Rolando – ES-Editoriale Scientifica, Napoli, 2018 (pag. 132-136)

Già con il 1986 comincia la tua iniziativa di costruire una rete professionale estesa, innanzi tutto in Europa. In cosa consisteva quell’esperienza e come è evoluta?

Ho avuto varie occasioni per ricordare che il Club di Venezia – fondato a Venezia per autorizzazione di Giuliano Amato e alla presenza di Carlo Ripa di Meana, scomparso a Roma nei giorni scorsi, commissario europeo alla Cultura e all’Informazione, che ho coordinato operativamente fino al 1996, diventandone poi presidente – ebbe la sua sollecitazione dall’approvazione al Vertice europeo di Milano del 1985 di un secondo importante dossier, oltre al primo che era quello del mercato unico.

Si trattava del dossier su “l’Europa dei cittadini” che conteneva molte misure appunto per avvicinare istituzioni e società (tra le tante anche l’invenzione di Erasmus) ma che doveva presupporre strutture operative e professionali più coese e capaci di muoversi in un perimetro di competenze che andavano spinte al rinnovamento. Ebbi sul tavolo quel dossier poco dopo e l’idea di connettere stabilmente tutte le strutture comunicative dei governi UE fu una delle conseguenze attuative.

Per questa ragione e per questi stimoli fummo pronti per primi noi dal 1990 ad aprire le porte ai colleghi dei paesi dell’est che uscivano dal comunismo essendo ancora solo paesi candidati.

Dire che le potenzialità che l’Europa avrebbe potuto esprimere per fare avanzare una moderna cultura civile e sociale della comunicazione governativa abbiano raggiunto tutti gli obiettivi sarebbe cosa smentita dalle stesse cose che ci diciamo nei nostri incontri. Soprattutto in questi ultimi anni in cui si lamenta un’Europa afasica, vittima della sua crisi identitaria. Siamo stati aiutati dalla tecnologia, è vero. Ma non abbiamo – credo – ancora stabilito con i cittadini un patto credibile e costante in cui dappertutto la civitas europea comporta una adeguata condizione partecipativa. Ma il gap tra potenziali raggiunti e irrisolti è la ragione stessa che ha tenuto aperte le sessioni in quella esperienza che per i 25 anni di vita il presidente del Consiglio della UE Herman van Rompuy aveva giudicato “il grandissimo ruolo nelle discussioni del vostro Club con una serie di proposte concrete per migliorare la comunicazione sull’ Unione Europea e quella verso i cittadini dei governi e delle istituzioni”; e più di recente il suo successore Donald Tusk, per i 30 anni di vita, nel 2016, ha confermato come “ruolo cruciale”.

Il Club di Venezia non si propaganda, non ha pagine sui social, non si promuove. Eppure, per ogni anno passato a vedere l’evoluzione di quella rete, con le modalità di un rispettoso reciproco ascolto, considero con vero orgoglio europeista questo tassello di capacity building, diciamo così sostanzialmente immateriale.

Il quadro comparativo europeo – dal punto di vista della modernità delle strutture e dell’efficacia delle prestazioni – come si configurava?

Non eravamo gli ultimi della classe in quel quadro. Anche se gli inglesi facevano meglio di noi l’advertising, i francesi la ricerca demoscopica, i tedeschi la spiegazione delle norme, gli olandesi i servizi di sportello al cittadino, eccetera. In realtà avevamo avuto forza aggregante ed esprimevamo energie che contaminavano anche funzionari e strutture che approdavano nella casa europea (è stato così con gli spagnoli, i portoghesi, i greci e quasi tutti i paesi dell’est). Quel tavolo aveva – come ha ancora – due sole regole: l’informalità e la “non” decisionalità.

Il tema del confronto era decisivo e in questo campo diventava un fattore di successo. E le istituzioni europee (i sei o sette organi, da ultimo anche la BCE, che articolano la UE) hanno sempre più considerato quel tavolo informale come un luogo apprenditivo anche se non decisionale.

Oggi l’organismo annovera un centinaio di operatori almeno quattro volte all’anno riuniti con tematiche di grande attualità, in cui purtroppo gli italiani non hanno più molto da raccontare. Anche se il motore operativo è garantito da un italiano del Consiglio UE, cioè da Vincenzo Le Voci, e gli amici del Dipartimento italiano per le Politiche europee assicurano iniziativa e presenze encomiabili. Sandro Gozi, per esempio, dopo molti anni di distrazione dei politici sulla materia, porta sempre a quel consesso un messaggio politico generale credibile e rispettoso dell’autonomia professionale degli operatori.

11.11.2016 – Venezia, Palazzo Franchetti – Sandro Gozi (delega di governo alle politiche europee, con Stefano Rolando e Diana Agosti, capo del Dipartimento Politiche europee).

Quanto agli sviluppi tecnico-professionali in Europa questi 30 anni sono come il passaggio dalla Bibbia ai Vangeli. La comunicazione cartacea che aveva come “vetta” della modernizzazione la  “pubblicità” è diventata in tutta Europa un sistema a rete in cui,  con molteplici contenuti e molteplici applicazioni, le utenze hanno piste di interazione diversificate e in cui la comunità interna ha  finalmente una regia di informazione costante svincolata dalle logiche della comunicazione burocratica regolata a quel tempo per lo più dai capi del personale.

Il maggior salto, in generale per l’Europa, sarebbe dovuto venire dai temi della democrazia partecipativa, a cui l’Europa guardava con l’idea di costituzionalizzare questo processo partecipativo, anche se poi la “carta costituzionale” saltò per il voto negativo dei francesi e degli olandesi, ma con il Trattato di Lisbona si cercò di recuperare una parte importante dei nuovi diritti e delle nuove opportunità che erano state concepite. Tuttavia, la crisi – centralmente proprio una crisi comunicativa – dell’Europa di questi ultimi anni (quando da anni metà Europa trova l’identità solo nel mercato e l’altra accetta invece l’idea dell’identità politica è evidente che il risultato della spinta comunicativa comune sia pari a zero) ha rallentato molto quelle opportunità.

Penso ad esempio alle “conventions citoyennes” messe in atto tempo fa dalla Commissione (cittadini aggregati in almeno sette stati che raggiungendo, con forme di dibattitto pubblico tematico, un milione di firme potevano, anzi possono, mettere in moto proposte di legge) e su cui poi la stessa Commissione ha frenato sterilizzando l’iniziativa. Guarda caso oggi è Macron a rilanciare questo strumento con visione europea. Mentre parliamo sono in atto audizioni all’Assemblea Nazionale francese per un progetto di “convenzioni” tematiche tutte dedicate all’avvenire della UE.

Da noi il solo Movimento Europeo guidato da Virgilio Dastoli pare sensibile e sintonizzato con il tema.

Emerge ora, nelle funzioni e nelle specializzazioni, una vocazione alla comunicazione sulla sicurezza e di contrasto alle fake news che soprattutto nei paesi anglosassoni e in generale nordici apre le porte a molti giovani tecnologicamente idonei e che ha un trattamento ormai di tipo strategico-militare.

Questo è un tema che sta aggiungendo differenze tra nord e sud, anche se, soprattutto tenendo conto del quadro sociale e migratorio, ci sarebbero ragioni per rappresentazioni e gestione dei problemi più convergenti.

Quattro tra i primi attivatori del Club di Venezia – Hans Brunmayr (Austria, Consiglio UE), Philippe Caroyez (Belgio), Stefano Rolando (Italia), Aurelio Sahagun Pool (Spagna) – Nel corso della assemblea a Venezia del 2016.

18.9.2018 – Tunisi – Club di Venezia e ICMDP promuovono in collaborazione la conferenza euro-mediterranea sulla comunicazione delle migrazioni (che avrà luogo itinerante anche negli anni successivi). Da destra nella foto Stefano Rolando (presidente del CdV) e Vincenzo Le Voci (segretario generale del CdV) con le colleghe intervenute nella conferenza partecipano alla premiazione dei giovani giornalisti dei paesi euro-mediterranei che hanno realizzato i migliori servizi dell’anno sulla materia.

EN

Ideas on the establishment in 1986 and on the developments for 37 years of the “Club of Venice”, a network of public communication managers of the member countries and institutions of the European Union.

From 12 countries to the current 28 (UK remains within the framework of the CdV) with today over one hundred operators participating in the meetings and remaining connected professionally, culturally and civilly.

From The dilemma of the king of Epirus – Won or lost the war in the affair of Italian public communication?

Interview between Stefano Sepe and Stefano Rolando – ES-Editoriale Scientifica, Naples, 2018 (pag. 132-136)

Your initiative to build an extensive professional network began already in 1986, above all in Europe. What was that experience and how did it evolve?

I have had several occasions to recall that the Club of Venice – founded in Venice with the authorization of Giuliano Amato and in the presence of Carlo Ripa di Meana, who died in Rome in recent days, the European Commissioner for Culture and Information, which I operationally coordinated up to to 1996, later becoming its president – was prompted by the approval of a second important dossier at the European Summit in Milan in 1985, in addition to the first which was that of the single market.

It was the dossier on “the Europe of citizens” which contained many measures precisely to bring institutions and companies closer together (among many also the invention of Erasmus) but which had to presuppose more cohesive operational and professional structures capable of moving within a of skills that had to be pushed towards renewal. I had that dossier on the table shortly after and the idea of permanently connecting all the communication structures of the EU governments was one of the implementation consequences.

For this reason and for these stimuli, we were the first to be ready in 1990 to open the doors to colleagues from Eastern countries who emerged from communism as they were still only candidate countries. To say that the potential that Europe could have expressed to advance a modern civil and social culture of government communication has achieved all its objectives would be denied by the very things we say to each other in our meetings. Especially in recent years in which an aphasic Europe, a victim of its identity crisis, has complained. We have been helped by technology, it is true.

But we have not – I believe – yet established a credible and constant pact with the citizens in which everywhere the European civitas involves an adequate condition of participation. But the gap between achieved and unresolved potential is the very reason that kept the sessions open in that experience that for 25 years of life the President of the EU Council Herman van Rompuy had judged “the great role in the discussions of your Club with a series of concrete proposals to improve communication on the European Union and that towards the citizens of governments and institutions”; and more recently his successor Donald Tusk, for the 30 years of life, in 2016, confirmed as a “crucial role“.

The Club of Venice does not advertise itself, it does not have pages on social networks, it does not promote itself. And yet, for each year spent seeing the evolution of that network, with the methods of respectful mutual listening, I consider this element of capacity building, let’s say essentially immaterial, with true pro-European pride.

How was the European comparative framework – from the point of view of the modernity of the structures and the effectiveness of the services – configured?

We weren’t the last of the class in that painting. Even if the British did better than us in advertising, the French in public opinion research, the Germans in explaining the rules, the Dutch in counter services to citizens, etc. In reality we had had unifying force and we expressed energies that also contaminated officials and structures who landed in the European house (it is this ws the case with the Spanish, the Portuguese, the Greeks and almost all the countries of the East). That table had – as it still has – only two rules: informality and “non” decision-making. The theme of confrontation was decisive and in this field it became a factor of success. And the European institutions (the six or seven bodies, most recently also the ECB, which articulate the EU) have increasingly considered that informal table as a place for learning even if not a decision-making one.

Today, the body includes a hundred operators at least four times a year who meet on highly topical issues, in which unfortunately Italians no longer have much to tell. Also if the operational engine is guaranteed by an Italian from the EU Council, that is by Vincenzo Le Voci, and the friends of the Italian Department for European Policies ensure commendable initiative and presence. Sandro Gozi, for example, after many years of distraction from politicians on the matter, always brings to that assembly a credible general political message that respects the professional autonomy of the operators.

As for technical and professional developments in Europe, these 30 years are like the passage from the Bible to the Gospels. Paper communication, which had “advertising” as the “peak” of modernization, has become throughout Europe a network system in which, with multiple contents and multiple applications, users have diversified paths of interaction and in which the internal community has finally a direction of constant information released from the logic of bureaucratic communication regulated at that time mostly by personnel managers.

The biggest jump, in general for Europe, should have come from the issues of participatory democracy, to which Europe was looking with the idea of constitutionalizing this participatory process, even if the “constitutional charter” then jumped due to the negative vote of the French and the Dutch, but with the Lisbon Treaty an attempt was made to recover an important part of the new rights and new opportunities that had been conceived. However, the crisis – centrally a crisis of communication – of Europe in recent years (when for years half of Europe has found its identity only in the market and the other instead accepts the idea of political identity, it is clear that the result of common communicative drive is zero) has slowed down those opportunities a lot.

I am thinking, for example, of the “conventions citoyennes” put in place some time ago by the Commission (citizens aggregated in at least seven states who, by reaching, with forms of thematic public debate, a million signatures could, indeed can, set in motion legislative proposals) and on which the Commission itself then slowed down by sterilizing the initiative. Coincidentally, today Macron is relaunching this instrument with a European vision. As we speak, hearings are underway at the French National Assembly for a draft of thematic “conventions” all dedicated to the future of the EU.

Here, only the European Movement led by Virgilio Dastoli seems sensitive and in tune with the theme. Now, in the functions and specializations, a vocation for communication on security and the fight against fake news is emerging which, above all in Anglo-Saxon and Nordic countries in general, opens the doors to many technologically suitable young people and who is now treated in a strategic-military way.

This is a theme that is adding differences between north and south, even if, above all taking into account the social and migratory framework, there would be reasons for more convergent representations and management of problems.

1997 – Bruges – Cambio della guardia al Central Office of Information a Londra – Direttrice generale una donna, Carola Fisher (a destra). La foto di gruppo è con tutte e tre le DG Informazione e comunicazione, in quel periodo anche in Belgio (Mike van den Berghe, a sinistra) e in Portogallo (Cristina Figuereido, al centro).

FR

Idées sur la création en 1986 et sur les évolutions pendant 37 ans du “Club de Venise”, un réseau de responsables de la communication publique des pays et institutions membres de l’Union européenne.

De 12 pays à 28 actuellement (le Royaume-Uni reste dans le cadre du CdV) avec aujourd’hui plus d’une centaine d’opérateurs participant aux rencontres et restant connectés professionnellement, culturellement et civilement.

Extrait du Dilemme du roi d’Épire – La guerre a-t-elle été gagnée ou perdue dans l’histoire de la communication publique italienne ?

Entretien entre Stefano Sepe et Stefano Rolando – ES-Editoriale Scientifica, Naples, 2018 (pages 132-136)

Votre initiative visant à construire un vaste réseau professionnel a débuté en 1986, d’abord en Europe. En quoi consistait cette expérience et comment a-t-elle évolué ?

J’ai eu plusieurs occasions de rappeler que le Club de Venise – fondé à Venise avec l’autorisation de Giuliano Amato et en présence de Carlo Ripa di Meana, décédé ces derniers jours à Rome, commissaire européen à la culture et à l’information, que j’ai coordonné opérationnel jusqu’en 1996, puis président – il a reçu son encouragement de l’approbation au sommet européen de Milan en 1985 d’un deuxième dossier important, en plus du premier qui était celui du marché unique.

C’est le dossier sur « l’Europe des citoyens » qui contenait de nombreuses mesures visant précisément à rapprocher les institutions et la société (parmi beaucoup d’entre elles aussi l’invention d’Erasmus) mais qui devait présupposer des structures opérationnelles et professionnelles plus cohérentes, capables d’évoluer au sein d’un ensemble de compétences. il fallait pousser le renouvellement.

J’ai eu ce dossier sur la table peu de temps après et l’idée de relier en permanence toutes les structures de communication des gouvernements de l’UE était l’une des conséquences de la mise en œuvre. Pour cette raison et grâce à ces impulsions, nous avons été les premiers, dès 1990, à être prêts à ouvrir nos portes à nos collègues des pays de l’Est qui sortaient du communisme alors qu’ils n’étaient encore que des pays candidats. Dire que le potentiel que l’Europe aurait pu exprimer pour faire progresser une culture civile et sociale moderne de communication gouvernementale a atteint tous ses objectifs serait contredit par les choses mêmes que nous nous disons lors de nos réunions. Surtout ces dernières années où l’on se plaint d’une Europe aphasique, victime de sa crise d’identité. Nous avons été aidés par la technologie, c’est vrai.

Mais nous n’avons pas – je crois – encore établi avec les citoyens un pacte crédible et constant dans lequel la civitas européenne implique partout une condition de participation adéquate. Mais l’écart entre le potentiel réalisé et le potentiel non résolu est la raison même qui a maintenu ouvertes les sessions de cette expérience dont le président du Conseil de l’UE Herman van Rompuy avait jugé, au cours de ses 25 années d’existence, « le très grand rôle dans les discussions de votre Club avec une série de propositions concrètes pour améliorer la communication sur l’Union européenne et celle des gouvernements et des institutions envers les citoyens” ; et plus récemment son successeur Donald Tusk, pour son 30e anniversaire en 2016, a confirmé son « rôle crucial ».

Le Club de Venise ne fait pas de publicité, il n’a pas de pages sur les réseaux sociaux, il ne fait pas de promotion. Pourtant, après chaque année passée à observer l’évolution de ce réseau, avec des méthodes d’écoute mutuelle respectueuse, je considère avec une véritable fierté pro-européenne cet élément de renforcement des capacités, disons substantiellement immatériel.

Comment a été configuré le cadre comparatif européen – du point de vue de la modernité des structures et de l’efficacité des services ?

Nous n’étions pas les derniers de la classe dans ce tableau. Même si les Britanniques ont fait mieux que nous dans la publicité, les Français dans les recherches sur l’opinion publique, les Allemands dans l’explication des règles, les Néerlandais dans services de guichet aux citoyens, etc. En réalité, nous avions eu une force unificatrice et nous avons exprimé des énergies qui ont également contaminé les fonctionnaires et les structures qui ont atterri dans la maison européenne (c’est ce fut le cas des Espagnols, des Portugais, des Grecs et de presque tous les pays de l’Est). Cette table n’avait – comme elle l’a toujours – que deux règles : l’informalité et la « non-prise de décision ». Le thème de la confrontation a été décisif et dans ce domaine il est devenu un facteur de réussite. Et les institutions européennes (les six ou sept organes, et plus récemment la BCE, qui articulent l’UE) considèrent de plus en plus cette table informelle comme un lieu d’apprentissage, même s’il ne s’agit pas d’un lieu de prise de décision.

Aujourd’hui, l’organisme comprend une centaine d’opérateurs au moins quatre fois par an qui se réunissent sur des sujets d’une grande actualité, sur lesquels malheureusement les Italiens n’ont plus grand-chose à dire. Aussi si le moteur opérationnel est garanti par un Italien du Conseil de l’UE, c’est-à-dire par Vincenzo Le Voci, et les amis du Département italien des politiques européennes assurent une initiative et une présence louables. Sandro Gozi, par exemple, après de nombreuses années d’éloignement des politiques sur la question, apporte toujours à cette assemblée un message politique général crédible et respectueux de l’autonomie professionnelle des opérateurs.

Quant aux évolutions techniques et professionnelles en Europe, ces 30 années sont comme le passage de la Bible aux Évangiles. La communication papier, dont la « publicité » était le « sommet » de la modernisation, est devenue dans toute l’Europe un système de réseau dans lequel, avec des contenus et des applications multiples, les utilisateurs disposent de voies d’interaction diversifiées et dans lequel la communauté interne enfin une direction d’information constante libérée de la logique de communication bureaucratique régulée à l’époque majoritairement par les gestionnaires du personnel.

Le plus grand bond, en général pour l’Europe, aurait dû venir des questions de démocratie participative, vers lesquelles l’Europe se tournait avec l’idée de constitutionnaliser ce processus participatif, même si la « charte constitutionnelle » a ensuite fait un bond en raison du vote négatif de les Français et les Néerlandais, mais avec le Traité de Lisbonne, on a tenté de récupérer une partie importante des nouveaux droits et des nouvelles opportunités qui avaient été conçus.

Cependant, la crise – essentiellement une crise de communication – de l’Europe de ces dernières années (alors que pendant des années la moitié de l’Europe a trouvé son identité uniquement dans le marché et que l’autre accepte plutôt l’idée d’identité politique), il est clair que le résultat la volonté de communication commune est nulle) a considérablement ralenti ces opportunités.

Je pense par exemple aux “conventions citoyennes” mises en place depuis quelque temps par la Commission (citoyens regroupés dans au moins sept Etats qui, en parvenant, avec des formes de débat public thématique,

un million de signatures pourraient, voire peuvent, mettre en branle des propositions législatives) et sur lesquelles la Commission elle-même a ensuite ralenti en stérilisant l’initiative. Par coïncidence, Macron relance aujourd’hui ce instrument à vision européenne. Au moment même où nous nous parlons, des auditions sont en cours à l’Assemblée nationale française pour un projet de « conventions » thématiques, toutes consacrées à l’avenir de l’UE.

Ici, seul le Mouvement européen dirigé par Virgilio Dastoli semble sensible et en phase avec la thématique. Désormais, dans les fonctions et spécialisations, se dessine une vocation pour la communication sur la sécurité et la lutte contre les fausses nouvelles qui, surtout dans les pays anglo-saxons et nordiques en général, ouvre les portes à de nombreux jeunes technologiquement adaptés et qui est désormais traitée d’une manière stratégique et militaire.

Il s’agit d’un thème qui ajoute des différences entre le nord et le sud, même si, surtout compte tenu du cadre social et migratoire, il y aurait des raisons d’avoir des représentations et une gestion des problèmes plus convergentes.

18 October 2012, Brussels, 3rd European Conference on Public Communication Closing session © Committee of the Regions / Wim Daneels

Da sinistra in delegazione alla terza conferenza europea sulla comunicazione pubblica promossa dal Comitato europeo delle Regioni con la collaborazione del Parlamento europeo: Vincenzo Le Voci, segretario generale del CDV, Stefano Rolando presidente CDV, Hans Brunmayr vicepresidente CDV.

Dopo la caduta del muro di Berlino il sottosegretario all’informazione del governo tedesco (a destra nella foto) accoglie una delegazione del Club di Venezia per esporre le argomentazioni sulla futura riunificazione della Germania.

SP

Ideas sobre la creación en 1986 y la evolución durante 37 años del “Club de Venecia”, una red de responsables de comunicación pública de los países miembros y de las instituciones de la Unión Europea.

De 12 países a los 28 actuales (el Reino Unido sigue en el marco de la CdV) hoy más de cien operadores participan en los encuentros y permanecen conectados profesional, cultural y civilmente.

De El dilema del rey de Epiro – ¿Ganó o perdió la guerra en el asunto de la comunicación pública italiana?

Entrevista entre Stefano Sepe y Stefano Rolando – ES-Editoriale Scientifica, Nápoles, 2018 (pag. 132-136)

Su iniciativa de construir una extensa red profesional comenzó ya en 1986, sobre todo en Europa. ¿Cuál fue esa experiencia y cómo evolucionó?

He tenido varias ocasiones para recordar que el Club de Venecia – fundado en Venecia con la autorización de Giuliano Amato y en presencia de Carlo Ripa di Meana, fallecido en Roma estos últimos días, el Comisario europeo de Cultura e Información, al que coordinado operativamente hasta 1996, convirtiéndose más tarde en su presidente -, nació de la aprobación de un segundo expediente importante en la Cumbre Europea de Milán de 1985, además del primero que fue el del mercado único. Era el expediente sobre “la Europa de los ciudadanos”, que contenía muchas medidas precisamente para acercar instituciones y empresas (entre muchas, también la invención de Erasmus), pero que debía presuponer estructuras operativas y profesionales más cohesivas, capaces de moverse en un marco de competencias. que había que impulsar hacia la renovación. Tuve ese expediente sobre la mesa poco después y la idea de conectar permanentemente todas las estructuras de comunicación de los gobiernos de la UE fue una de las consecuencias de su implementación.

Por esta razón y por estos estímulos, en 1990 fuimos los primeros en estar dispuestos a abrir las puertas a colegas de los países del Este que salían del comunismo, cuando todavía eran sólo países candidatos. Decir que el potencial que Europa podría haber expresado para promover una cultura civil y social moderna de comunicación gubernamental ha logrado todos sus objetivos sería negado por las mismas cosas que nos decimos unos a otros en nuestras reuniones.

Especialmente en los últimos años en los que se ha quejado una Europa afásica, víctima de su crisis de identidad. La tecnología nos ha ayudado, es cierto. Pero creo que todavía no hemos establecido con los ciudadanos un pacto creíble y constante en el que la civitas europea implique en todas partes unas condiciones adecuadas de participación. Pero la brecha entre el potencial alcanzado y el potencial no resuelto es la razón misma que mantuvo abiertas las sesiones de aquella experiencia que durante 25 años de vida del Presidente del Consejo de la UE, Herman van Rompuy, había juzgado “el gran papel en las discusiones de su Club con una serie de propuestas concretas para mejorar la comunicación sobre la Unión Europea y hacia los ciudadanos de los gobiernos e instituciones”; y más recientemente su sucesor Donald Tusk, para los 30 años de vida, en 2016, confirmado como un “papel crucial”.

El Club de Venecia no se anuncia, no tiene páginas en las redes sociales, no se promociona.

Y, sin embargo, por cada año transcurrido viendo la evolución de esa red, con métodos de escucha mutua respetuosa, considero este elemento de desarrollo de capacidades, digamos esencialmente inmaterial, con verdadero orgullo proeuropeo.

¿Cómo se configuró el marco comparativo europeo, desde el punto de vista de la modernidad de las estructuras y de la eficacia de los servicios?

No estábamos al final de la clase en esa foto. Incluso si a los ingleses les fuera mejor que a nosotros en publicidad, a los franceses en investigación de opinión, a los alemanes en explicar las reglas, a los holandeses en servicios de mostrador a los ciudadanos, etc. En realidad, tuvimos una fuerza unificadora y expresamos energías que también contaminaron a los funcionarios y estructuras que aterrizaron en la casa europea (este fue el caso de los españoles, los portugueses, los griegos y casi todos los países orientales). Esa mesa tenía -como todavía tiene- sólo dos reglas: informalidad y “no” toma de decisiones.

El tema de la comparación fue decisivo y en este campo se convirtió en un factor de éxito. Y las instituciones europeas (los seis o siete organismos, más recientemente también el BCE, que articulan a la UE) han considerado cada vez más esa mesa informal como un lugar de aprendizaje, aunque no de toma de decisiones.

Hoy en día, la organización cuenta con un centenar de operadores que se reúnen al menos cuatro veces al año para tratar temas de gran actualidad, sobre los que lamentablemente los italianos ya no tienen mucho que decir. También

si el motor operativo lo garantiza un italiano del Consejo de la UE, es decir, Vincenzo Le Voci, y los amigos del Departamento italiano de Políticas Europeas garantizan iniciativa y una presencia encomiable. Sandro Gozi, por ejemplo, después de muchos años de distracción de los políticos sobre el tema, siempre trae a esa reunión un mensaje político general, creíble y respetuoso de la autonomía profesional de los operadores.

En cuanto a la evolución técnico-profesional en Europa, estos 30 años son como la transición de la Biblia a los Evangelios. La comunicación en papel, que tenía la “publicidad” como su “pico” de modernización, se ha convertido en un sistema de red en toda Europa en el que, con múltiples contenidos y múltiples aplicaciones, los usuarios han diversificado sus vías de interacción y en el que la comunidad interna ha finalmente una dirección de información constante liberada de la lógica de la comunicación burocrática regulada en aquella época mayoritariamente por los responsables de personal.

El mayor salto, en general para Europa, debería haber venido de las cuestiones de la democracia participativa, que Europa miró con la idea de constitucionalizar este proceso participativo, incluso si la “carta constitucional” colapsó luego debido al voto negativo de franceses y holandeses, pero con el Tratado de Lisboa se intentó recuperar una parte importante de los nuevos derechos y nuevas oportunidades que se habían concebido. Sin embargo, la crisis -principalmente una crisis de comunicación- de Europa en los últimos años (cuando durante años la mitad de Europa ha encontrado su identidad sólo en el mercado y la otra, en cambio, acepta la idea de identidad política, está claro que el resultado de la El impulso común de comunicación es nulo) ha ralentizado mucho esas oportunidades.

Pienso, por ejemplo, en las “convenciones de citoyennes” implementadas hace algún tiempo por la Comisión (ciudadanos agregados en al menos siete estados que, a través de formas de debate público temático, alcanzaron un millón de firmas podrían, o más bien pueden, poner en marcha propuestas legislativas) y que luego la propia Comisión frenó, esterilizando la iniciativa. Casualmente, hoy Macron relanza este instrumento con una visión europea. Mientras hablamos, se están llevando a cabo audiencias en la Asamblea Nacional francesa para un proyecto de “convenciones” temáticas, todas ellas dedicadas al futuro de la UE.

En este punto, sólo el Movimiento Europeo, liderado por Virgilio Dastoli, parece sensible y en sintonía con el tema. Lo que ahora se desprende, en las funciones y especializaciones, es una vocación por la comunicación en materia de seguridad y la lucha contra las fake news que, sobre todo en los países anglosajones y nórdicos en general, abre las puertas a muchos jóvenes tecnológicamente aptos y que ahora tiene una importancia estratégica. tipo de tratamiento militar.

Se trata de un tema que añade diferencias entre el Norte y el Sur, aunque, sobre todo teniendo en cuenta el marco social y migratorio, habría motivos para representaciones y gestión de los problemas más convergentes.

6.6.2008 – Foto di gruppo alle grotte di Postumia a margine della sessione del CDV di Lubiana

30.6.2022 – Fiesole (Firenze) – Istituto Europeo – Apertura dei lavori della sessione pre-estiva

28.11.2022 – Foto di gruppo al termine della sessione del Club d Venezia di fine anno. Largo ricambio e molti giovani tra i partecipanti.

Con un certo orgoglio pubblico questa foto di due miei laureati in comunicazione pubblica (Alessandro Lovari, laureato a Siena negli anni ’90 e Raffaella De Marte, laureata in Iulm a Milano in anni un po’ più recenti) qui insieme a margine della conferenza del Club di Venezia il 23.11.2022 a Venezia) che su questa materia hanno avuto un diverso brillante percorso professionale. Raffaella capo unità Comunicazione del Parlamento Europeo, Alessandro professore associato all’Università di Cagliari.

1986-giugno 2023 – 122 eventi realizzati

7 ottobre 2023 – Aggiunta sul 123° evento

La Valletta, Malta – https://stefanorolando.it/?p=8165

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