Podcast n. 81 – il Mondo Nuovo – 10.2.2024 – Un irriducibile maestro di ricorsi giudiziari – Felice Besostri  fustigatore delle leggi elettorali.

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/felice-un-irriducibile-maestro-di-ricorsi-giudiziari/

Ho detto “irriducibile amico” non per raccontare qui una irriducibile amicizia. Ma proprio per parlare di uno – in più,  amico – che è stato coerente nella vita:  studioso, dedito, applicato, tenace, combattivo. E che ha servito le sue idee politiche, civili e  professionali con la mitologia dei tanti Davide contro Golia che hanno fatto la storia. O per meglio dire che hanno disfatto a volte la storia di poteri sbagliati, confusi, arroganti o semplicemente sprovveduti.

Parlo di Felice Carlo Besostri, nato a Zevio, robusto comune di 15 mila abitanti lambito dal fiume Adige, nella provincia di Verona, cresciuto a Milano, laureato in Giurisprudenza alla Statale di Milano nel 1969. Anch’io, più giovane di lui di quattro anni, frequentavo da poco la Facoltà di Scienze Politiche, dove lui si era poi avviato alla carriera di ricercatore; avendolo tuttavia conosciuto nei fermenti milanesi degli anni Sessanta – se ricordo bene la prima occasione fu il “caso Zanzara” –  con nitidi ricordi del tempo.

Felice optò alla fine per la professione di avvocato amministrativista. Una professione che confina con molte cose: le leggi, ovviamente; le istituzioni; la pubblica amministrazione; la politica; il nesso profondo nei territori tra norma e prassi.

A Felice non è mancato il territorio profondo, come regola del governo dal basso. Sindaco socialista  negli anni ’80 di Borgo San Giovanni nel lodigiano. Per governare i cambiamenti di un comune che prima della  guerra portava il pesante nome di Borgo Littorio.

E non è mancato il territorio alto, parlamentare dell’Ulivo per cinque anni al Senato, capogruppo  in Commissione Affari Costituzionali.

Dopo l’attività parlamentare – così dice la sua biografia – “è diventato un incallito sovrintendente di ricorsi contro le leggi elettorali”, portando alla “sbarra” della Corte Costituzionale sia il Porcellum che l’Italicum (governo Renzi, mai entrato in vigore) con l’esito di parziali abrogazioni e poi in combattimento permanente sulle leggi elettorali di molte regioni (Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna, Puglia).

Non ha mai staccato la spina su questo fronte. Tre settimane prima della scomparsa – avvenuta a Milano il 6 gennaio di quest’anno – era in udienza al Tribunale di Castrovillari.

La tenacia di questo settore di combattimento non lo fa un re dei cavilli.

Ma un paladino della Costituzione che sa che la cattiva legge elettorale è il seme potente per distorcere e inquinare i principi fondamentali di una democrazia.  Ed è attorno a questo principio che il mio ricordo personale ne fa un simbolo anche dei socialisti milanesi, i più devastati dalla crisi che portò lo stesso lo Partito Socialista allo scioglimento; ma in cui – ormai è storia scritta – si sono espresse alcune figure truffaldine ma tante, tantissime figure che restano con una biografia adamantina, un percorso di passione e competenza, nel quadro delle radici riformiste di quel filone politico di rito ambrosiano e nel quadro di una mai deposta idea: riformare lo Stato, rigenerare l’Italia.

Sabato, alla fine della cui giornata registro queste riflessioni, in uno dei cuori battenti di quella vecchia storia politica – il Circolo e Centro studi Emilio Caldara (intitolato al primo sindaco socialista della Milano del primo Novecento) adiacente all’altro Circolo di lunga memoria nella cultura politica della città, il De Amicis, si è svolto il memorial day dedicato a Felice Besostri, un mese dopo la sua scomparsa.

Non a caso il Circolo Caldara. In cui Felice ha fatto le sue ultime perorazioni politiche, sostenendo un tema in ombra. L’importanza di fare a Milano – e nelle altre città in cui il concetto è sostenibile – la “città metropolitana”. Ma a certe condizioni, si intende. Il memorial day è stato introdotto da Franco D’Alfonso e da Aldo Ferrara, medico e scienziato che lo ha assistito fino all’ultima ora,  ma per lungo tempo ne ha anche condiviso  la ferrea condotta di giurista. Ferrea, pur rappresentata da un uomo mite, avvezzo all’ironia, tendenzialmente pacato. Come lo descrisse una volta Aldo Cazzullo: “parlamentare competente e pacato, diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali».

Felice Besostri a un recente evento del Circolo Caldara, accanto a Piero Bassetti

Nello snodo degli interventi di più di venti relatori, tre le parole chiave delle rispettive sessioni attorno al nesso tra una storia di impegno giuridico-politico e la storia stessa italiana ed europea nelle sue complessità e contraddizioni.

La parola-chiave che racconta pensiero e finalità del giurista-civile é “minoranze”.

La seconda è “rappresentanza”.

La terza è “distorsioni” (con riferimento alla riforma del titolo V).

Gianfranco Pasquino in una sorta di serrato e argomentato editoriale all’intera discussione le ha ben legate assieme: “Besostri si è applicato alle leggi elettorali, ma andando con il pensiero e le finalità delle iniziative dietro e dopo le leggi elettorali stesse. Sapeva bene che queste leggi non sono solo un meccanismo per tradurre i voti in seggi. Esse plasmano e condizionano il comportamento degli elettori, dei candidati, dei partiti. C’è sempre un grande tema di Costituzione, perché il compito centrale è quello di dare rappresentanza ai cittadini e tutelare le minoranze”.

Molte testimonianze in questa giornata, molti spunti.

Ne riprendo solo alcuni, per rendere l’idea dell’originale e documentato “memorial day”.

Franco D’Alfonso, che ha aperto i lavori: “Riceveva lettere da tutto il mondo, perché si interessava delle sorti della democrazia ovunque nel mondo”.

Aldo Ferrara: “Quello che attraversiamo è un momento difficile per tutti noi  e per questo ha senso comprendere e raccogliere il testimone e il messaggio di Felice Besostri”.

Claudio Signorile: “I due nodi politico-istituzionali che sono in agenda – autonomia differenziata e ipotesi di premieratocominciano a fare intuire una complessità di questioni attorno al rapporto tra costituzione, poteri e funzionalità istituzionale. È questo il tratto in cui ci servono le figure come Felice Besostri, per assicurare la difesa dei principi ma anche  la sostenibilità delle soluzioni”

Giampaolo Sodano: “Era un uomo di principi che non seguiva dogmi”.

Aulo Chiesa: “Va ricordato anche per la sua solida cultura storico-politica che lui stesso riferiva ai principi dell’austro-marxismo”.

Marco Ghetti: “Vanno recuperati gli spunti oggi indispensabili anche per mettere mano all’adeguamento delle leggi elettorali europee”.

Roberto Biscardini: Il vero vuoto incolmabileoggi è costituito dal fatto che era un politico che sapeva mettere le mani tecnicamente su temi così delicati. Parlava di certe riforme, chiamandole deforme. Mettendo in discussione anche l’elezione diretta dei sindaci, per il rischio di degenerazione plebiscitaria del principio della nostra democrazia”.

Valdo Spini: “Il suo lavoro parlamentare e di avvocato aveva al centro la sovranità dell’elettore. Quindi il tema oggi in crisi della relazione tra elettori ed eletti”.

Luciano Belli Paci: “Utilizzava lo svuotamento delle Provincie per spiegare il percorso progressivo di deformazione democratica. Una democrazia recitativa. Quasi sempre promossa da forze del centrosinistra”.

Concludo riandando all’origine della nostra amicizia personale, parliamo di quasi sessanta anni fa.

Ho detto prima che era in relazione al “caso Zanzara”, 1966. Un’epoca che è stata toccata anche nell’intervento di Valdo Spini. Dirigevo il giornale degli studenti del Liceo Carducci, con stretti rapporti e stessa tipografia con gli studenti del Parini, coinvolti nel caso, e coordinavo il comitato dei giornali studenteschi della città. Non sempre a sedici, diciassette anni si interpreta a fondo il senso delle turbolenze in atto. Ricordo bene una sua spiega, scendendo da un filobus della linea circolare e camminando per il viale Campania con il primo sole di primavera. Era sui risvolti  che vedevamo fino a un certo punto. Leggevamo certo il rischio della censura, reazione di ritorno rispetto a ogni spinta progressista. Ma c’era di più. Riassumo il suo punto di vista azzardando un virgolettato: “Quel che si rischia è una radicalizzazione che potrebbe sterilizzare la democrazia rappresentativa degli studenti e fare emergere un vecchio autoritarismo delle istituzioni e non solo di quelle educative”.

Infatti, eravamo a un passo dal Sessantotto. Ma credo che valutassimo relativamente il rischio, in quel clima  di ottimismo degli anni ’60. Il ‘68 favorì cambiamenti sociali e diritti. Ma fece sparire la democrazia rappresentativa studentesca risolta in assemblearismo spesso prepotente e mise in movimento reattivo avvisaglie dei duri anni ’70 tra cui la catena delle tragedie che comincia con Piazza Fontana.

Il “fondamentalismo costituzionalista” – che il professor Pasquino ha ravvisato in Felice Besostri, considerandolo tuttavia prezioso per il nostro tempo – si formò forse in quello scorcio di discontinuità delle nostre vicende nel lungo dopoguerra in cui cose buone e cose malvagie si intrecciavano e in cui qualcuno teneva la barra della navigazione democratica mentre altri erano pronti a sacrificare le radici della condivisione per il miraggio abbagliante chi del massimalismo chi della repressione.

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