Lettere dalla Merica – n. 7/2025 – L’America diventata “ad interim”

Paolo Giacomoni

Negli anni di Eisenhower mio fratello maggiore, appena laureato, aveva lavorato tre anni nel Massachussetts. Legge le mie finestrelle e mi chiede: ma dov’è finita l’America di cinquanta-sessant’anni fa?

Mi viene da rispondergli che quell’America non c’è mai stata. Quella dei film di Hollywood non era l’America: quei film trasponevano in abiti americani l’apertura di spirito, la libertà di costumi, la malizia e la leggerezza mozartiana tipiche della Vienna tra le due guerre, quella descritta da Stefan Zweig o da Gregor von Rezzori. Un esempio che vale per tutti è “Baciami, stupido” di Billy Wilder.

E così uno potrebbe anche chiedersi quali sono state le “spinte” che hanno incoraggiato l’emigrazione. A scuola non me l’hanno insegnato. Il solo documento che io conosco che incoraggi l’emigrazione è il libro di Goethe “Gli anni di Vagabondaggio di Wilhelm Meister”. La società neanche tanto segreta a cui Wilhelm Meister spera di poter aderire, richiede per i suoi membri l’eccellenza professionale e propone, in chiave cosmopolita, che la patria- non la Vaterland, terra dei padri ma la Heimat, la Homeland, la terra dove si è “di casa” – sia là dove siamo utili. 

E quindi, in piena rivoluzione industriale, nell’Europa illiberale di Metternich, in competizione con le macchine tessili e di fronte alla crescente pressione demografica, Goethe ci racconta che molti membri di quella società, e le filatrici e i tessitori del cotone incontrati durante il vagabondaggio, se ne vanno oltre oceano per costruire una nuova Heimat.

Ma questa è una emigrazione “di lusso”, di professionisti solidi. Cos’hanno in comune questi professionisti con il bracciante della Basilicata, a parte il diritto costituzionale di perseguire la felicità? Forse solo il fatto di formare la propria tessera dell’enorme mosaico socioeconomico, etnico-religioso, violentemente contraddittorio, altro che melting pot!  che costituisce la componente umana di un “coso societale” che non si può definire “stato” all’europea. Infatti, lo “stato” europeo è fondato sull’esistenza di una cosa pubblica mentre in questo “coso societale” americano di res publica non ce n’è. 

Tutto appartiene a qualcuno, foss’anche il governo federale, ma non ai cittadini nel loro insieme, come per esempio i giardini di Versailles o la tenuta di San Rossore.

Questo “coso societale” è organizzata da leggi vecchie di duecentocinquant’anni, di cui alcune sono tutt’ora modernissime e altre impongono l’effetto cricket, il fenomeno per cui, in ossequio ad una ragnatela di norme bizantine che si sovrappongono senza abrogarsi, un’azione giudiziaria finisce col durare in eterno, lasciando impunito l’atto illegale contro cui era stata intrapresa.

E gli esempi dell’effetto cricket sono particolarmente numerosi sotto l’attuale Presidente. Già si era vista la tendenza durante il primo quadriennio: il Presidente nominava alla testa di vari enti e agenzie federali dei responsabili ad interim, utilizzando quindi funzionari legati a lui personalmente, evitando di doverli sottomettere al vaglio del Senato, il tutto “legalmente” perché la legge consente al nominato ad interim qualcosa come duecento o trecento giorni prima della nomina senatoriale: un anno! 

E durante il secondo quadriennio, con decreti esecutivi che violano apertamente la legge, il Presidente riesce a far fare quello che vuole in quanto la complessità procedurale e l’ampia possibilità di ricorsi ritardano l’azione del giudiziario, a cui tra l’altro mancano le unghie per far rispettare una sentenza, mentre l’esecutivo mitraglia decreti esecutivi con rapidità angosciante… e la Corte Suprema, e l’opposizione, stanno a guardare.

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