Podcast n. 181 – Il Mondo Nuovo – 2.3.2026 -USA, più emigrati che immigrati.

Mentre si va verso le elezioni di mid term (3 novembre), con l’ ipotesi di Trump sconfitto alla Camera e vincente al Senato.

Stefano Rolando

Versione audio:https://www.ilmondonuovo.club/usa-piu-emigrati-che-immigrati/

N.B. Ho registrato il podcast che segue prima dell’attacco militare USA all’Iran. Gli eventi di sabato 28 febbraio e domenica 1° marzo sono naturalmente passibili di determinare importanti alterazioni, accelerazioni e radicalizzazioni rispetto al quadro trattato in questo testo. Pur rimanendo il percorso della politica americana ancorato al tema della scadenza delle elezioni di midterm (novembre 2026) a cui il podcast in sostanza si riferisce centralmente.

Nel passaggio dal 2025 al 2026 si è evidenziato, negli Stati Uniti d’America, un fenomeno che non è arrivato ancora ad imporsi realmente nell’agenda dell’informazione. Anche se si tratta di qualcosa di inedito nella storia moderna di un Paese figlio in larga parte di migrazioni, prima europee e poi mondiali.

Finché pochi giorni fa il Wall Street Journal ha fissato la stabilità di quell’inversione di tendenza che si annunciava da qualche mese. Qualche giornale nel mondo (tra cui la Stampa di Torino) ha ripreso la notizia. Anche qui senza che si sia aperto il sipario davvero su processi, dati, fenomeni.

Che cosa ha scritto Il Wall Street Journal, dopo gli elementi forniti da un’istituzione importante per l’analisi statistica, come Brookings Institution? Ha scritto che  nell’America delle grandi immigrazioni dell’800 e del ‘900, ora è più la gente che se ne va di quella che arriva.

Ho pensato di aprila io una finestrella sull’argomento. Perché collocata nelle tensioni e nei conflitti di cui il contesto USA è fonte quotidiana di questi tempi, questa notizia merita attenzione. Anche se – devo aggiungere – credo che la cosa non debba essere  strattonata troppo politicamente strumentalizzando in modo univoco il significato.

Chi mi ha messo in guardia nei giorni scorsi sulla doppia possibile lettura della notizia è un amico di famiglia, milanese, musicista, musicologo, storico della cultura ebraica, che anni fa è espatriato a San Francisco dove ha insegnato a Berkeley finora. Doppia cittadinanza. Si chiama Francesco Spagnolo. E arrivato a Roma mi dice:

“Certo è un dato anche provocato dal disagio di molti per quel che il presidente  degli Stati Uniti pensa, fa e dice. In più per l’ostilità nei confronti di una linea di approccio all’immigrazione, magari duro, selettivo, ma storicamente fonte della grande America. Devi mettere in conto però anche l’invecchiamento della popolazione. E soprattutto l’impennata del costo della vita. Attualmente il ceto medio non ha quasi più possibilità di accesso all’acquisto di una casa, anche piccola e periferica. E quando cresce troppo l’indebitamento cresce anche paura e preoccupazione. Chi può contare su una pensione , vende e va dove la vita costa meno, vivendo forse meglio, soprattutto quando non ha più da aspettarsi molto dal sistema lavoro/reddito americano”.

Tutto vero, dico io. Ma il fenomeno che si va radicando non si vedeva negli USA dall’inizio degli anni ’30. Cioè dalla fase storica che segue la crisi del ’29 e la depressione che avrà la sua fine quando Roosevelt proporrà un modello di apertura e di contaminazione globale che restituirà attrattività in ogni direzione all’America. Si chiamava “New Deal”. Fu lanciato quando un operaio su quattro aveva perduto il lavoro e migliaia di banche e di imprese avevano dichiarato fallimento. La sicurezza dimostrata da Roosevelt galvanizzò  gli americani. “L’unica cosa che dobbiamo temere è la paura in sé” disse  il presidente in occasione del suo insediamento. E diede  seguito a queste parole con una azione decisiva. In tre mesi – gli storici “cento giorni” – Roosevelt aveva sottoposto al Congresso una grande quantità di leggi per rilanciare l’economia. L’America tornò a occuparsi del proprio futuro e della democrazia liberale nel mondo, dopo anni di chiusura e di entropie.  I flussi ripresero e la storia dal dopoguerra a oggi, con alcuni andirivieni, alcuni grandi errori, alcune arroganze di troppo, ha anche tenuto in equilibrio un modello di crescita con risvolti sociali e un quadro costituzionale a sua volta con risvolti di garanzie per il controllo democratico.

Siamo autorizzati a pensare che quella che dall’Europa al Canada viene diffusamente considerata una involuzione pericolosa per loro – cioè per l’America – e per tutti, anche per segnali come quello di cui abbiamo qui parlato, abbia i giorni contati? O almeno i mesi contati?

Vedo che su questo nemmeno la geopolitica onnipresente sui media osa misurarsi troppo.  Nessuno ha la palla di vetro. E nessuno sottovaluta il fenomeno di consenso dal basso di un populismo demagogico sfrenato che ha sovvertito i destini politici degli Stati Uniti.

La sociologia politica avverte che il rovesciamento delle fonti sociali dell’elettorato è avvenuto in America e nel mondo in modo strutturale. Popolo, strati sociali a rischio, non laureati e non garantiti votano a destra; ceto medio-alto, laureati, professionisti votano a sinistra.

Chi l’avrebbe detto!! Ma è quel che successo in America e quasi in tutta Europa. Ergo la base razionale dei processi è andata a farsi benedire. E la possibilità che la domanda interna non si modifichi a breve resta alta. Però bisogna prestare attenzione ai segnali simbolicamente significativi. Per questo ho aperto il podcast sul cambio di tendenza da fuori a dentro e da dentro a fuori, come in un secolo non era mai successo. E colgo anche altri segnali.

Come rifare l’America?

Un piccolo esempio. La rivista Internazionale di questa settimana porta in copertina le strisce della bandiera USA annodate ma in modo non irrisolvibile. Titolo “Come rifare l’America”. Sottotitolo: “Oggi gli Stati Uniti mostrano al mondo il loro lato peggiore. Ma hanno ancor risorse per reinventarsi”.

Si tratta di un ampio articolo di dieci pagine scritto da Adam Shatz, editor dagli Stati Uniti della London Review of Books che collabora abitualmente con il New Yorker e il New York Times Magazine. Ha svolto inchieste in varie parti del mondo. Il titolo originario del testo era “Another country”, qui tradotto “Come rifare l’America”. Non posso farne un sunto accettabile. Anche per la scrittura letteraria e curiosa di fatti concreti che lo rende una lettura accattivante. Posso dire che alla base della “reinvenzione” c’è l’insopprimibilità del carattere migratorio nella condizione di forza dell’America.

Riferita alla storia che Adam Shatz racconta sta a un certo punto questa osservazione indignata per le procedure messe in atto sui migranti:

Queste procedure – scrive – possono esistere solo in un paese dove il ruolo tradizionale dell’immigrato e la storia delle libertà hanno creato per lo straniero ogni possibile opportunità di difendere la propria causa. Come si concilia tutto ciò con l’affermazione brutale e arrogante: “Se le cose non gli stanno bene , può tornare a bere succo di papaya” ? Non è possibile rovesciare di punto in bianco l’intero passato storico e le tradizioni di un popolo con una legislazione tagliata su misura e una propaganda urlata…Se si prova a imporre questi cambiamenti innestandoli su un sistema che ha radici democratiche profonde, il risultato è il caos”.

Ci sono precedenti nella storia  dei flussi migratori anche del ‘900 negli Stati Uniti che ci raccontano di cicli negazionisti tutto sommato brevi. Per esempio, il veto per gli immigrati asiatici (che venivano considerati pericolosi e conflittuali con l’immigrazione bianca). Ecco che gli Stati Uniti a un certo punto hanno prodotto una comunità asiatica che oggi supera ormai largamente i dieci milioni, che ha un solido ruolo nel sistema occupazionale ed economico del Paese e che anche sui livelli alti (cultura e scienza) che sono parte ineludibile della classe dirigente.

In questa analisi il tema migratorio (da fuori) è coniugato con la storia della violenza (da dentro), dall’età della “Scoperta” al Vietnam, passando per il dramma della guerra civile. Rischio reale che le divisioni, le parcellizzazioni, una volta perso il controllo – reale e simbolico – del “sogno americano” potessero produrre una condizione anarchica. Senza avere più né la cultura cattolica del perdono, né quella protestante della “vergogna” per recuperare l’equilibrio perduto. E hop… eccoci a Trump.

È chiaro che le elezioni di Mid Term (che cadono a novembre del 2026, il 3 novembre prossimo) sono oggi la cornice obbligata della misurazione di qualsiasi potenzialità di cambiamento. Anche se la questione non è solo elettorale. In un certo senso la formazione della domanda politica, la condizione partecipativa, la natura della delega, insomma, l’evoluzione identitaria e di appartenenza degli americani  è la vera materia di cui interpretare l’evoluzione a breve. L’intenzione di voto è un aspetto su cui non caricare tutta l’aspettativa. Ed è per questo che servono contributi più estesi alla trasformazione, appunto,  del “sogno americano” che nel tempo ha avuto tratti molti condivisi, oggi invece tratti molto polarizzati.

Nel 2018 Trump si misurò con le sue precedenti elezioni di mid term: perse 41 seggi alla Camera e ne guadagnò 2 al Senato. Portò a termine il mandato. Biden nel 2022 fu più contenuto : perse 9 seggi alla Camera e ne guadagnò 1 al Senato.

Il dato demoscopico che viene rappresentato (a metà febbraio) negli USA è del 54,8% di non  consenso circa l’operato di Trump e del 42,6% di approvazione, con un esiguo spazio intermedio di indecisi, poco più del 2%.

Non bisogna pensare che questo passaggio demoscopico corrisponda al millimetro alle intenzioni di voto, ma segnala incrinature e crescente polarizzazione. Le previsioni danno i democratici vincenti alla Camera e i repubblicani con maggioranza risicata al Senato. La cosiddetta “anatra zoppa”. Ma non è con i manuali di scienza politica che possono essere prefigurate le reazioni e i comportamenti del Presidente eventualmente azzoppato.  Le ipotesi vanno dal ”tran tran” al delirio.

Ed è comunque a partire dagli elementi che ho cercato di rappresentare nel podcast di oggi che si vanno fissando i termini della modificabilità di un’America che resta  imprevedibile.

Ricordandoci che la vicenda del successo dell’outsider Zohran Mandami alle elezioni amministrative di New York ha messo in evidenza non solo la contraddizione dei repubblicani con le bravate e i boomerang di Trump. Ma anche le insufficienze dei democratici, che si sono trovati a sostenere a New York il candidato sbagliato. Elezioni che hanno  portato al successo un radicale capace di coagulare con programmi  di natura socialista il voto multietnico.

Insomma, il 2026 si annuncia come un laboratorio quotidiano del mutamento che obbligherà anche noi a non mollare la presa per capire e spiegare. Laboratorio sempre sotto minaccia di sconvolgimenti, soprattutto per i caratteri roboanti e violenti che vanno crescendo nel contesto della politica estera americana.

In America come in Europa,  crescendo improvvisazione, radicalizzazione, violenza verbale, erosione della qualità sociale e della qualità democratica, si va comprendendo che la soluzione del “meno peggio” non dà nessuna garanzia di risolvere veri problemi e di approdare ad un futuro ragionevolmente migliore.


 

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