Lente di ingrandimento. Milano, maggio 1898. “Alle grida strazianti e dolenti di una folla che fam comandava…”

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Ai primi di maggio del 1898 Milano fu scossa da quattro giorni di violenze tremende; l’Italia era in una pesante recessione economica e le condizioni della popolazione drammatiche. A milioni emigravano continuamente verso il nord e il sud America e i fortunati che avevano un lavoro nelle grandi città del nord Italia dovevano sottostare ad orari pesanti e paghe risicate; avevano quindi gioco facile la propaganda socialista, anarchica e repubblicana.

Una serie di cause esterne ed interne, la guerra Ispano-Americana tra USA e Spagna, che comportò il blocco navale e il fermo delle esportazioni di grano verso l’Europa, tre, quattro anni filati di pessimi raccolti per il clima rigido e poi poco piovoso, la Questione Meridionale mai risolta e una costante emigrazione verso l’estero ma anche verso Milano e Torino, la guerra doganale con la Francia, causata dall’occupazione della Tunisia da parte francese e dalla “ripicca” italiana che si alleò col suo storico rivale, la Germania, le casse dello Stato vuote a causa delle guerre coloniali volute da Crispi e la montante paura da parte delle classi dirigenti delle nascenti proteste e rivendicazioni socialiste, fecero sì che nella primavera del 1898 la situazione degenerasse.

Il Governo Di Rudinì, pesantemente screditato dagli scandali che avevano coinvolto il suo predecessore Francesco Crispi, riuscì a salvare il bilancio dello Stato con una rigida politica di tagli al già misero stato sociale. Il governo, consapevole di essere seduto su una bomba e della sua incapacità di modificare il trend, nel dicembre del 1897 richiamò per il febbraio del 1898 oltre 40.000 riservisti in tutti i battaglioni del Paese.

Tra gennaio e maggio scoppiarono una serie di proteste e manifestazioni in Emilia e in Romagna, poi alla fine del mese il prezzo della farina e del pane aumentò a causa della guerra Ispano-Americana; subito dopo scoppiarono tumulti e manifestazioni e scioperi nelle Marche, in Campania e Sicilia; Ancona e l’intera Umbria furono poste sotto stato d’assedio.

A febbraio l’esercito sparò a Palermo, causando cinque morti. Pochi giorni dopo, sempre in Sicilia, a Modica, vi furono altri cinque morti.

Marzo vide Bassano del Grappa posta sotto controllo militare, in Emilia vennero arrestati centinaia di socialisti e anarchici. In aprile si ribellarono le popolazioni di Ferrara, Faenza, Pesaro, Napoli, Rimini, Molfetta, Benevento e Palermo, mentre Bari fu posta sotto stato d’assedio. La situazione nelle Puglie fu aggravata da un pessimo raccolto dei cereali.

Nel mese di maggio la situazione si aggravava di giorno in giorno.

Il 1° maggio si svolsero centinaia di manifestazioni popolari. L’esercito sparò in varie parti d’Italia, uccidendo una dozzina di manifestanti. Il 2 maggio furono assaltati mulini e panetterie ad Ascoli e San Benedetto del Tronto. Già il 3 maggio il governo impose la censura al telegrafo e ai dispacci e iniziò il controllo della carta stampata. Nello stesso giorno vennero assaliti mulini e panetterie a Napoli e Torre Annunziata, le truppe accorse furono presero a sassate e colpi di rivoltella. Altre manifestazioni si svolsero ad Avellino e Nocera.

Il 4 maggio vi furono manifestazioni di massa in diverse decine di città di tutta la penisola.

Nella mattinata del 5 maggio il Prefetto di Milano comunicò al generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante delle truppe presenti a Milano, che per il giorno successivo si temevano manifestazioni e disordini. Bava Beccaris mobilitò tutte le sue truppe, circa 3200 soldati con l’aggiunta di oltre 1000 agenti di polizia agli ordini della prefettura.

Il 6 maggio si svolse una assemblea durante la pausa pranzo davanti ai cancelli della Pirelli di Milano, nell’odierna Piazza Duca d’Aosta. Vi presero parte i 2400 operai della Pirelli e alcune migliaia di altre officine e laboratori delle zone di Porta Venezia e Porta Nuova. La manifestazione di solidarietà verso i caduti delle altre province vide la distribuzione di volantini da parte di un socialista. Agenti del distaccamento di via Napo Torriani, che presidiavano la piazza, cercarono di arrestare il socialista e immediatamente iniziò una sassaiola contro i poliziotti.

Il socialista venne rilasciato ma furono arrestati tre dei lanciatori di pietre e condotti verso il commissariato di via Napo Torriani.

Nel frattempo la quasi totalità degli operai della Pirelli era rientrato per l’inizio del turno pomeridiano. Rimasero quindi solo alcuni dimostranti che lanciarono numerosi sassi contro i poliziotti che dovettero estrarre le pistole e minacciare di fare fuoco.

Fu solo l’intervento dell’Ispettore Vimercati che riuscì a fermare i suoi colleghi e a far riporre le pistole. I poliziotti fuggirono poi dentro il commissariato, che venne assalito dai manifestanti. Pochi minuti dopo due degli arrestati vennero rilasciati.

Fu trattenuto solo Angelo Amadio, di 19 anni, operaio della Pirelli, arrestato coi sassi in mano mentre li lanciava.

I manifestanti si diressero allora alla Pirelli, incitando gli operai ad uscire e ad assalire la questura per far rilasciare il loro compagno Amadio. Dovette intervenire quindi il commendatore Pirelli, che parlò alle maestranze e promise di recarsi presso la questura di Napo Torriani e tentare di far rilasciare l’operaio.

Nel frattempo Angelo Amadio aveva confessato il lancio delle pietre contro i poliziotti. Il Pirelli telefonò al Prefetto e al Questore cercando di far capir loro che non sarebbe riuscito a trattenere ancora per molto le migliaia di operai ancora in fabbrica. Il Prefetto barone Antonio Winspeare diede carta bianca al Questore, che dopo aver avuto notizia della confessione dell’Amadio, decise che non poteva far rilasciare un reo confesso.

Contemporaneamente dal distaccamento di via Napo Torriani fecero notare che erano solamente in 45, tra poliziotti e carabinieri della vicina Stazione Centrale, a far fronte ad alcune migliaia di operai pronti ad assaltare il comando per far rilasciare l’Amadio.

Venne immediatamente inviato un battaglione del 57° fanteria che si acquartierò nel vicino campo del trotter di piazza Andrea Doria, dove si trova l’attuale Stazione Centrale. Contemporaneamente giunsero sul luogo i deputati socialisti Filippo Turati e Dino Rondani, che si incontrano col Pirelli e assicurano alla folla che avrebbero fatto di tutto per far liberare l’Amadio e calmare la situazione.

Turati e Rondani corsero a parlare col Regio Procuratore, nel frattempo suonò la sirena che segnalava le ore 18 e la fine del turno di lavoro della Pirelli e di tutte le fabbriche del quartiere. Migliaia di operai si riversarono per le strade. Le truppe del 57° fanteria vennero dispiegate con le baionette innestate lungo via San Gregorio all’uscita della Pirelli. Accorsero sul luogo migliaia di altri operai.

Quando la tensione era ormai altissima si palesò la carrozza con a bordo Turati e Rondani.

Turati, dal predellino, arringò la folla, comunicando che il Regio Procuratore aveva concesso la liberazione dell’Amadio e che la Giunta Comunale aveva deciso una riduzione del prezzo del pane; raccomandò tranquillità e incitò tutti i presenti a tornare a casa in pace.

La folla esultò per le notevoli conquiste e in pochi minuti si disperse. Erano le 18:30 e i Moti di Milano sembravano essere finiti prima ancora di iniziare.

I poliziotti schierati in via San Gregorio si incamminarono verso la caserma di via Napo Torriani quando, circa 300 manifestanti, iniziarono nuovamente a lanciar loro sassi e pietre. I poliziotti si rifugiarono nel commissariato dove rimasero barricati sotto un continuo lancio di pietre verso le finestre, la porta e l’edificio. Un tentativo di sortita andò a vuoto.

Fu così chiamato il battaglione del 57° che dal vicino Trotter si schierò alle spalle dei manifestanti. Immediatamente vennero lanciate pietre contro i soldati che risposero con una salva sparata in aria.

La reazione delle folla fu un disastro. Centinaia di persone, sentiti gli spari, fuggirono per ogni direzione, molti verso via Napo Torriani e proprio in quel momento i 45 tra poliziotti e carabinieri uscirono dall’edificio trovandosi una folla enorme correre verso di loro.

Temendo di venire linciati aprirono il fuoco. Il rumore degli spari indusse i soldati del 57° a sparare pure loro. Dopo poche decine di minuti la piazza era deserta. Restavano per terra i corpi di Silvestro Restelli, 40 anni, operaio alla Pirelli, colpito in piena fronte e dell’agente di polizia Violi, che si trovava in borghese infiltrato tra la folla, morto dissanguato.

In fin di vita vi erano altri due operai delle Pirelli. Una dozzina di feriti per colpi di armi da fuoco vennero ricoverati. Sette erano i soldati colpiti al capo da sassi e portati negli ospedali.

Il corpo del Restelli venne issato a bordo di un tram e portato al Fatebenefratelli dai poliziotti. Constatato il decesso, i medici si rifiutarono di prendere il cadavere, i poliziotti lo ricaricarono dunque sul tram e tornarono in Piazza del Duomo con un morto a bordo. Il tram fu presto fermato da una folla di oltre 400 persone, che reclamava il cadavere del compagno. Il corpo del Restelli fu preso dai manifestanti e issato su una tram per il Cimitero Monumentale, dove fu lasciato ai familiari.

Altre centinaia di persone si riversarono in Piazza del Duomo; fu così fatto arrivare un battaglione di soldati che sgomberarono la Galleria. Più volte fu suonato la tromba che annuncia lo scioglimento degli assembramenti e minacciata la folla di aprire il fuoco. Vennero arrestati 13 manifestanti.

All’alba del 7 maggio iniziarono a girare voci di orde di operai e contadini affamati pronti a marciare sulla città da Pavia e dal contado; ne fu testimone diretto Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, che allora è un giovane studente universitario con simpatie socialiste.

Alle 7 del mattino gli operai della Pirelli si riunirono in una commissione per decidere se iniziare il turno di lavoro o indire uno sciopero. Decisero infine per quest’ultimo e andarono a comunicarlo al commendator Pirelli, che prese atto e pregò i suoi operai di tornare a casa pacificamente e di fermare eventuali facinorosi.

La maggior parte degli operai tornò a casa, ma un gruppo si diresse alla fabbrica Elvetica per invitare i circa 1200 operai ad unirsi a loro. Gli operai dell’Elvetica non volevano scioperare ma la pressione degli operai della Pirelli convinse il direttore dell’Elvetica a suonare la sirena che annunciava il blocco della produzione. Un gruppo dell’Elvetica si unì ai più esagitati della Pirelli e insieme si diressero allo stabilimento Grondona. Poi al Belloni & Gadda, al Frattini, allo Janeeke, al Cernuschi e a tante officine del quartiere.

Ogni volta la richiesta di blocco del lavoro veniva accolta dai direttori e gli stabilimenti entravano in sciopero e la folla di manifestanti si ingrandiva.

Nella mattinata il commendator Pirelli diede disposizioni per provvedere al funerale del Restelli e per sistemare la moglie e i quattro figli. Pagò poi le spese di ricovero di tutti i feriti. Sul finire della mattinata i soldati di stanza al Trotter compirono alcuni giri di perlustrazione trovando la situazione nel quartiere del tutto tranquilla.

I dimostranti, ormai alcune migliaia, si recarono alla fabbrica Carlo Erba dove anche lì venne sospesa la lavorazione. Intorno alle 8 del mattino un gruppo di alcune decine di manifestanti si diresse verso il Tiro a Segno Nazionale di Porta Vittoria chiedendo di entrare nel poligono e di effettuare alcuni tiri. Insospettito, il custode disse loro che il poligono era chiuso. I manifestanti entrarono comunque in cerca di armi ma trovarono le rastrelliere vuote. Il custode disse loro che non c’erano armi. In realtà la notte precedente due funzionari della Questura si erano recati al poligono e avevano tolto gli otturatori ai 1.200 fucili presenti e li avevano poi nascosti.

Nel primo pomeriggio fu pubblicato, stampato e affisso sui muri della città un manifesto firmato da Bava Beccaris che invitava la popolazione a tornare nelle case, fermare le manifestazioni e minacciando la repressione totale.

Poco dopo anche il Prefetto fece affiggere manifesti in tutta la città comunicando che il Generale Bava Beccaris era stato nominato Regio Commissario e che Milano si trovava in stato d’assedio, con coprifuoco alle ore 23 e chiusura di tutti i negozi entro le 21, vietati gli assembramenti, le manifestazioni, impose la censura su posta e telegrammi.

Poco dopo Bava Beccaris occupò l’intera Piazza del Duomo con i suoi 3200 soldati. Nel centro della piazza venne montata una grande tenda da campo che diventò alloggio e quartier generale del generale. Le truppe chiusero la Galleria e ogni accesso a Piazza del Duomo. Da lì vennero mandati soldati ad occupare e presidiare ogni singola porta di Milano lungo la Cerchia dei Bastioni.

La mattina dell’8 maggio Milano era completamente chiusa. Fabbriche e negozi erano sbarrati, i milanesi chiusi nelle case con le veneziane tappate, come da ordine del Prefetto, ma gruppi di migliaia di manifestanti giravano per i vari quartieri.

Nel quartiere di Porta Nuova si radunò un grande gruppo di manifestanti che occuparono via della Moscova. Bava Beccaris mandò la cavalleria e i fucilieri, alla cui vista in pochi minuti, i manifestanti si dispersero. L’intero quartiere rimase per tutta la giornata abbastanza tranquillo e controllato dai militari.

La Stazione Centrale fu occupata da manifestanti socialisti e anarchici con l’intento di bloccare partenze ed arrivi. Dovevano arrivare anche alcune centinaia di soldati di riserva e soprattutto migliaia di chiamati alla leva della classe 1873. Le truppe accorsero da Porta Nuova e occuparono militarmente l’intera stazione e il piazzale antistante. I treni ebbero solo un forte ritardo ma continuarono a circolare.

Alle 10:30 del mattino alcune migliaia di operai della Pirelli, quasi la metà donne, si diressero, attraverso la Porta Principe Umberto (il sottopasso dei Bastioni di Porta Venezia che metteva in comunicazione l’odierna via Turati con l’attuale piazza della Repubblica), verso piazza Cavour, risalirono via Palestro e sbucarono in Corso di Porta Venezia e iniziarono a dirigersi verso il centro, ma trovarono la cavalleria ad aspettarli, all’incrocio con via Senato.

Un lancio di sassi e una seguente carica portarono i manifestanti a fuggire verso nord, lungo Corso Venezia e proprio lì, davanti a Palazzo Saporiti, vennero sollevati di peso dalla folla 4 tram a cavalli e con essi creata una barricata. La folla invase Palazzo Saporti e il dirimpettaio Palazzo Morisetti, dalle finestre vennero lanciati mobili e dai tetti tegole e comignoli e per ingrandire le barricate e per fornire munizioni da lancio ai manifestanti. Per circa un’ora la situazione rimase in impasse. La folla distrusse il selciato in “rizzada”, per crearne pietre da lanciare e venne assaltato un vicino cantiere per prendere pietre e mattoni.

Alle 11:40 uno serie di squilli di tromba da parte dell’esercito segnalò l’inizio della repressione. Partì una scarica di fucili, quasi certamente a salve dato che non si registrarono morti o feriti. Contemporaneamente arrivò la cavalleria al galoppo da via Palestro, sfondando la barricata. I manifestanti fuggirono in ogni direzione possibile, cercando di entrare nelle case di Corso Venezia. Da Palazzo Saporiti venivano lanciate tegole e pietre. L’esercito e la sopraggiunta polizia aprirono il fuoco ripetutamente. Vennero uccisi due dimostranti. Uno sul tetto di Palazzo Saporiti, uno dove avvenne la carica di cavalleria in via Palestro.

Molti dimostranti armati si erano intanto rifugiati nei palazzi e nei cortili di Corso Venezia, piazza San Babila e via Montenapoleone. Per un’ora continuarono le sparatorie, poi le barricate vennero vinte e lentamente i manifestanti, finiti proiettili e tegole, si arresero. Furono solo 13 gli arresti, la maggior parte dei dimostranti riuscì infatti a fuggire. Palazzo Saporiti era stato totalmente saccheggiato dalla folla.

La cavalleria prese possesso di Corso Venezia, Giardini Pubblici, Porta Venezia e via Palestro. Nel tardo pomeriggio una folla tentò di rientrare in centro da Porta Venezia ma venne dispersa. Continuarono gli isolati lanci di sassi e sporadiche cariche, soprattutto ai Giardini Pubblici dove vennero sparati colpi di fucile contro i manifestanti.

A Porta Monforte vennero realizzate due barricate, una lungo il viale dei bastioni per andare a Porta Vittoria dove alcuni tram delle linee per Vaprio vennero ribaltati e dati alle fiamme e l’altra sul Bastione di Porta Monforte dove venne occupato il dazio e abbattuti alcuni platani per ostruire il passaggio. Sulle barricate sventolava la bandiera rossa socialista. Le truppe di cavalleria osservarono a distanza le due barricate senza intervenire. A Porta Vittoria nel primo pomeriggio arrivarono circa 200 manifestanti con bandiere rosse in mano, provenienti da Porta Romana. Vennero distrutti alcuni negozi, divelti i pali del telegrafo e aggrediti i dipendenti delle ferrovie interprovinciali che non stavano scioperando.

I Moti di Milano del 1898

Continua dal post di ieri.

Un tram venne assaltato, ribaltato e distrutto verso viale di Porta Vittoria. Le truppe si diressero a cavallo verso la barricata. Vennero lanciati sassi e la folla aggredì il piccolo drappello di soldati. Il tenente venne disarcionato e aggredito e si difese con la sciabola. I soldati non spararono nemmeno un colpo, minacciando con le baionette la folla sino a quando il tenente non riuscì a tornare alla sua postazione. Fu evitata una strage.

Vennero ribaltati altri tram e dati alle fiamme; l’incendio venne alimentato con degli alberi del vicino bastione tagliati e portati sulla barricata. Dovettero intervenire i pompieri per impedire che il vasto incendio non si propagasse alle case di Porta Vittoria. Furono poi occupati alcuni edifici e dai tetti lanciati coppi sui soldati, che aprirono il fuoco. Alle prime scariche tutti i manifestanti fuggirono e a metà pomeriggio l’intero quartiere era nella calma più assoluta.

La situazione peggiore accadde a Porta Ticinese, storicamente la parte più malfamata, povera e ribelle di Milano. Alle 15 circa alcuni delinquenti comuni aizzarono la folla riunitasi in corso San Gottardo sostenendo che l’orefice Pietro Amodeo, con negozio sul corso e abitazione al piano superiore, avesse aperto il fuoco sui manifestanti. Venne così saccheggiato il negozio, i delinquenti rubano oro e gioielli e si dileguarono; la folla, ormai in preda all’isteria collettiva, si dedicò alla distruzione sistematica del quartiere: vennero divelte le rotaie del tram, distrutti tutti i lampioni e le vetrine, saccheggiati i negozi, infine iniziò una fitta sassaiola contro i soldati che presidiavano Porta Ticinese.

I manifestanti erano parecchie migliaia, moltissime le donne, i ragazzi, tante le madri con i figli ancora in braccio.

A Porta Sempione un piccolo gruppo di manifestanti riuscì a far scioperare molti muratori, spesso con minacce e sassaiole. La folla si ingrandì e si diresse verso le tante osterie e trattorie di via Vincenzo Monti dove mangiarono e bevvero senza poi pagare. La folla poi si diresse verso il centro.

A Porta Tenaglia e nel Borgo degli Ortolani i disordini rimasero tutto sommato contenuti. Vi furono alcune cariche dei manifestanti con lancio di sassi e alcune scariche di fucile, probabilmente a salve. Non si registrarono morti o feriti gravi.

Diversa la situazione invece in Corso Garibaldi dove già a metà pomeriggio era stata eretta una barricata all’altezza di via Anfiteatro; anche lì vennero divelte le rotaie del tram. I negozi erano tutti chiusi e gli abitanti serrati nelle case. Altre barricate vennero costruite nelle vie tutto attorno, in via Palermo, via Santa Cristina, largo Treves e lungo Corso Garibaldi. La più grande di tutte occupava l’intero largo La Foppa, bloccando anche via della Moscova. Alle 17:30 arrivarono fanteria e cavalleria e immediatamente iniziò il lancio di tegole e coppi dai tetti a cui risposero sparando. In meno di 10 minuti la barricata principale di largo La Foppa fu vinta e aperta, nel giro di altri 15 minuti vennero vinte le barricate di via Palermo e quelle di Corso Garibaldi. Le scariche di fucile furono continue. Molti i feriti e alcuni morti. Uno rimasto a terra in largo Treves, altri sui tetti delle case. La lotta continuò per ore sui tetti con scontri corpo a corpo tra rivoltosi e bersaglieri.

In via Torino scoppiarono feroci scontri dopo un fronteggiarsi di alcune ore tra i soldati e una folla sempre più numerosa. I soldati resistettero a spinte, sputi, insulti e lancio di pietre su ordine degli ufficiali, ma quando iniziò il lancio di tegole dai tetti le truppe aprirono il fuoco. Numerosi furono i feriti e i morti.

La folla fuggì verso il Carrobbio dove vennero erette due barricate. La prima venne rapidamente vinta dagli alpini, la seconda, eretta ribaltando una “navazza”, un carro cisterna per spurgare i pozzi neri, venne colpita da un proiettile e si squarciò, riversando liquami sulla strada. La folla si disperse immediatamente per la troppa puzza!

La mattina del 9 maggio si fece subito drammatica in Porta Ticinese, dove la ribellione continuava. Alle ore 11 gli alpini presidiavano i bastioni e le cancellate dei dazi. Cavalleria e artiglieri controllavano Porta Ticinese.

La folla occupava ancora Corso San Gottardo, via Vigevano, la Darsena, via Col di Lana e via Pietro Custodi. Verso le 11:30 venne riassaltata, come nel giorno precedente, la gioielleria di Pietro Amodeo. La folla che il giorno prima aveva saccheggiato il negozio tentò di bruciare il palazzo dove al piano superiore si trova l’appartamento del gioielliere falsamente accusato di aver sparato sui dimostranti.

La cavalleria tentò di disperdere gli assalitori ma fu respinta con colpi di pistola e lancio di sassi e tegole dai tetti.

Interviene così l’artiglieria e da piazza Sant’Eustorgio furono spostati due cannoni, posti sotto la Porta Ticinese. Venne prima sparato un colpo a salve che non ottenne alcun risultato. Fu allora sparato un vero colpo di cannone verso Corso San Gottardo e caddero 7 rivoltosi, feriti gravemente dalle schegge.

Alcune voci, probabilmente infondate, riportarono nuovamente l’arrivo a Milano di decine e decine di studenti universitari di Pavia, tutti armati. Per tutta la mattinata e il primo pomeriggio continuarono gli scontri a Porta Ticinese. Continui colpi di fucile da entrambe le parti e decine di feriti, soprattutto verso via Pietro Custodi dove si era radunata una gran massa di manifestanti. A metà pomeriggio i cannoni riniziarono a sparare verso via Custodi, Due i morti accertati, l’operaio della Pirelli Egizio Crotti e il ragazzino, quindicenne, Daniele Lentati. Erano 17 i feriti gravi, o in fin di vita, colpiti da raffiche di fucile o colpi di cannone e portati negli ospedali del quartiere.

Solo nel tardo pomeriggio la folla iniziò a disperdersi e al tramonto la situazione era tranquilla.

Fuori da Porta Magenta la situazione degenerò invece al primo buio; presso La Maddalena, alla Fabbrica De Angeli (la zona dove sorge oggi l’omonima piazza e tutto il quartiere di via Frua), ci furono feroci scontri tra soldati e manifestanti che tentarono di incendiare la fabbrica. Si arrivò allo scontro corpo a corpo, con innumerevoli colpi di pistola e fucile. Alle 23 circa la situazione venne portata alla calma, ma a caro prezzo, con decine di feriti da ambo le parti.

A Porta Lodovica e Porta Vigentina, tranquille nei giorni precedenti, si susseguirono scontri tra manifestanti e fanteria. Una ragazza ventiduenne morì colpita da una fucilata e furono parecchie decine i feriti.

Alle 11 un gruppo di manifestanti provenienti da fuori città tentarono di assaltare Porta Vittoria e Porta Monforte. I soldati risposero col fuoco fermando l’attacco. I morti furono almeno una dozzina, molti assolutamente innocenti, tanti gli anziani colpiti in casa dai colpi di fucile sparati a caso. Una anziana cieca venne uccisa dai soldati mentre chiudeva le persiane delle finestre. Almeno quattro negozianti di Porta Monforte vennero uccisi da pallottole vaganti. A mezzogiorno arrivarono i cannoni alle due porte e vennero puntati sulla folla di manifestanti che immediatamente si allontanò.

Cariche di cavalleria dispersero la folla verso corso Indipendenza, dove si erano nel frattempo radunati un centinaio di poveri e barboni che, come ogni giorno, ricevevano una ciotola di minestra dai frati attraverso una finestrella nel muro di cinta. Uditi gli spari i barboni sfondarono la porta del monastero e ci si rifugiarono. Tra essi c’erano alcuni feriti colpiti dai proiettili sparati dai soldati. I soldati scambiarono i barboni per i manifestanti e pensarono che si fossero barricati nel monastero. Con una cannonata venne demolito il muro di cinta e le truppe assaltarono il complesso monastico trovando però solo i barboni e 28 frati terrorizzati.

Perquisendo il monastero trovarono alcuni tunnel sotterranei che lo mettevano in comunicazione con alcuni palazzi prospicenti. I soldati sospettarono quindi che i cappuccini avessero fatto fuggire i manifestanti e arrestarono tutti i presenti, 100 barboni e i 28 frati. Nel tardo pomeriggio i frati vennero scagionati e ricoverati presso il monastero di San Barnaba, essendo il loro monastero oggetto di perquisizioni.

Nel resto della città la situazione era abbastanza tranquilla, tranne piccoli disordini in via Kramer e in via Broletto, dove soldati e manifestanti arrivarono allo scontro.

Il Generale Bava Beccaris e il Prefetto ordinarono la chiusura e il sequestro dei 18 circoli Repubblicani e dei 13 circoli Socialisti di Milano.

Al Circolo Socialista di Corso Garibaldi 62, i soldati finirono in una imboscata, con manifestanti che spararono loro dai tetti delle vicine case e dalle finestre socchiuse. I soldati risposero al fuoco sparando all’impazzata contro tutte le finestre dei palazzi di fronte al civico 62. Numerosi i feriti e venne uccisa una anziana signora che dalla finestra stava osservando quanto accadeva.

Vennero addirittura sciolte le quattro fanfare repubblicane e socialiste con tanto di sequestro degli strumenti musicali.

Il Prefetto, venuto a conoscenza dei fatti accaduti al gioielliere Pietro Amodeo in Corso San Gottardo, lo fece scortare fuori città per evitargli ritorsioni.

Sempre per ordine prefettizio le scuole erano state chiuse dopo che più di una volta i manifestanti avevano minacciato gli insegnanti di alcune scuole per far uscire i ragazzini nelle strade, usandoli poi come scudi per impedire alla cavalleria di caricare e all’artiglieria di sparare.

Nel tardo pomeriggio vennero chiusi tutti i cancelli dei Giardini Pubblici e fatta entrare una nutrita schiera di soldati a cavallo per stanare i manifestanti che potevano essersi lì nascosti tra i boschi e le rocce. Per errore rimase aperto il cancello di via Manin. Diverse persone entrarono quindi per attraversare i giardini e uscirvi dall’altro lato. Immediatamente furono colpiti dai soldati che li credettero dei manifestanti. Due i feriti gravi e un morto quasi settantenne. Nel frattempo la macchina repressiva di Bava Beccaris iniziò con gli arresti mirati.

Vennero arrestati direttori di quotidiani, redattori, giornalisti de Il Secolo, La Sera e del Popolo d’Italia, tutti tradotti a San Vittore.

Fu bloccata la pubblicazione anche de L’Osservatore Cattolico. Vennero arrestati anche il deputato socialista Filippo Turati e Anna Kuliscioff.

Nella giornata dell’8 maggio ci furono 104 arrestati. Secondo le cronache la maggior parte di essi non erano milanesi. Emiliani, romagnoli e toscani in gran numero, molti anarchici e socialisti venuti a fomentare la ribellione. Nel giorno successive salirono a oltre 160 gli arrestati, quasi tutti milanesi, quasi tutti durante gli scontri di Porta Ticinese. L’età media oscillava tra i 16 e i 25 anni, studenti, operai e artigiani.

I morti erano ormai quasi 80, i feriti migliaia. Tra i soldati si contarono due morti, uno per fuoco amico, e una trentina di feriti, parecchi gravi.

Nel pomeriggio del 9 maggio arrivarono infine a Milano i rinforzi richiesti da Bava Beccaris, in tutto circa 10000 uomini di artiglieria, fanteria e alpini, che si radunarono in Piazza del Duomo.

Il 10 maggio il Corriere della Sera uscì con un editoriale, senza alcuna firma, che accusava i rivoltosi di essere una massa di teppisti, fomentati da alcuni anarchici e qualche sparuto socialista, che si erano dedicati alla rivolta senza un vero fine politico e in preda ad una sorta di follia collettiva.

La città era tornata in uno stato di calma apparente. Gli ultimi scontri erano accaduti nella notte precedente, poi i rivoltosi tornarono alle loro case. Tutte le fabbriche riaprirono i battenti e gli operai alle 7 del mattino iniziarono il loro turno. Solo alla Strauss di via Nino Bixio e alla vicina Farinoni ci furono tentativi di blocco del lavoro e di sciopero. Alcuni manifesti inneggianti alla rivolta vennero attaccati ai muri di Porta Ticinese. Rimase completamente bloccata per ordine del Prefetto la circolazione dei tram urbani, ripresero invece a pieno regime i tram extraurbani.

Erano oltre 11000 i soldati presenti a Milano e furono dislocati presso tutte le porte e stazioni e a migliaia in Piazza del Duomo. Gravi problemi si presentano per il loro vettovagliamento, tanto che la cucina da campo preparò alle 8 del mattino il pranzo che ad alcuni soldati fu recapitato solo 12 ore dopo. Non pochi furono i milanesi che scesero nelle strade a dare cibo e acqua ai soldati acquartierati.

Nel tardo pomeriggio si scoprì che era del tutto falsa la notizia circolata due giorni prima circa un tentativo di incendiare la fabbrica De Angeli alla Maddalena.

Continuarono per tutto il giorno i trasporti scortati degli arrestati verso San Vittore. In totale furono circa 800 le persone finite in carcere. Essendo San Vittore pieno, circa 400 degli arrestati vennero portati nelle celle del Castello Sforzesco, esattamente le stesse usate dagli Austriaci cinquant’anni prima per rinchiudere i milanesi che avevano partecipati ai Moti del 1848.

I negozi riaprirono tutti nella mattinata del 10 maggio e il Prefetto ordinò la riapertura delle scuole per il giorno 11. Venne ripresa anche la consegna della Posta, ormai sospesa da quattro giorni.

L’11 maggio la città sembra aver dimenticato tutto; i binari del tram erano tornati al loro posto, la rete del telegrafo funzionava, le scuole erano aperte, come anche le officine e i laboratori e i negozi aperti sino alle 23 di notte, per garantire gli approvvigionamenti a tutti, dopo giorni di chiusura forzata. Traffico, strade pulite, nessun resto delle barricate, sembrava non fosse accaduto assolutamente nulla.

La repressione però continuava e nella serata venne arrestata l’intera redazione del quotidiano socialista l’Avanti!

Il 13 maggio vennero scarcerate circa 300 persone ingiustamente arrestate. Contemporaneamente si procedeva all’arresto di militanti socialisti e anarchici in tutta la Lombardia.

Venivano tratti in arresto anche un centinaio di socialisti esuli in Svizzera che, convinti fosse in atto una rivoluzione in Italia, avevano attraversato nottetempo il valico del Sempione cercando di arrivare a Milano per combattere.

Almeno altri 500 esuli italiani socialisti vennero fermati al confine. Nei due giorni successivi vennero arrestati a Roma almeno 300 tra socialisti e anarchici, tra essi anche i deputati socialisti Morgari, Nofri e Pescetti. Arrestati anche Andrea Costa, Leonida Bissolati, Carlo Romussi, Paolo Valera. Filippo Turati venne condannato nell’agosto del 1898 a 12 anni di carcere.

Turati decadde da parlamentare il 1° marzo 1899 e venne incarcerato, ma per soli 25 giorni, infatti il 26 dello stesso mese venne rieletto in elezioni suppletive per il Partito Socialista; scarcerato, ritornò in Parlamento. Anche la Kuliscioff restò in galera per brevissimo tempo, godendo di un indulto.

Fiorenzo Bava Beccaris venne ringraziato calorosamente dal cardinale di Milano Andrea Carlo Ferrari, fuggito ad Asso fin da sabato 7 maggio e le cui uniche parole da religioso furono per ottenere un pronto rilascio dei frati cappuccini arrestati per la vicenda della breccia di Porta Monforte.

In segno di riconoscimento per quella che dai Savoia fu giudicata una brillante azione militare, Bava Beccaris ricevette il 5 giugno 1898 dal re Umberto la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia e il 16 giugno 1898 ottenne un seggio al Senato.

Nel 1993 gli eredi di Bava Beccaris misero all’asta un baule pieno di carteggi, corrispondenza e soprattutto di diari del generale. Se li aggiudicò a Londra il Museo del Risorgimento di Milano. Tra essi vennero trovate le pagine che spiegavano come già il 7 gennaio Bava Beccaris avesse deciso l’arresto di tutti i massimi dirigenti socialisti, repubblicani e radicali, la chiusura di tutti i giornali non favorevoli a casa Savoia, l’arresto dei giornalisti, la censura e la repressione totale di ogni singola protesta.

Nei diari il generale annotò anche una presunta propensione dei milanesi a ribellarsi contro ogni forma di autorità che non sia del luogo e la facilità con cui a Milano sorgevano a prendevano piedi ogni forma di ribellione o di protesta sociale.

Forse l’unico “complimento”, involontario, che Bava Beccaris fece ai milanesi.

La maggior parte delle fotografie dei due post vennero scattate da Luca Comerio.

Due anni dopo, l’anarchico Gaetano Bresci, tornò appositamente dagli USA per assassinare re Umberto, ritenendolo responsabile dei massacri compiuti da Bava Beccaris a Milano.

Uccise il re il 29 luglio 1900 a Monza.

Il direttore del Corriere, Eugenio Torelli Viollier si dimise a fine maggio del 1898, disgustato dalle azioni del governo, dalla censura e dall’editoriale senza firma che fu obbligato a pubblicare.

Al suo posto divenne direttore il torinese Domenico Oliva, stretto amico di Sonnino e Salandra della Destra Storica, e poi direttore e fondatore dell’Associazione Nazionalista Italiana, che si fuse poi col Partito Nazionale Fascista di Mussolini.

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