La geografia dentro gli ecosistemi comunicativi –

Giornata di studi promossa da Società geografica italiana e Ordine dei Giornalisti

Villa Celimontana, Roma 3 marzo 2026

Intervento di Stefano Rolando

(professore di Comunicazione pubblica e d.s. dell’ Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale  all’Università IULM di Milano).

La biblioteca di Villa Celimontana, sede della Società Geografica Italiana

Dovendo intervenire alla fine dei lavori [1]ho provato ad individuare due argomenti per favorire una sorta di inventario su tanti temi trattati in questa giornata con interessanti competenze settoriali.

Il primo riguarda l’approccio dei geografi al sistema comunicazione che contiene ambiti ben distinti e – rispetto alla chiara natura disciplinare della geografia – un evidente problema. Il secondo riguarda il rilievo del rapporto che vedo profilarsi in particolar modo tra la cultura geografica e la comunicazione pubblica.

Svolgendo questa giornata di studi in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, naturalmente la componente dell’Informazione è stata trattata con la dovuta centralità. Essa investe l’immenso flusso permanente delle notizie, il loro trattamento selettivo in ordine al principio di “notiziabilità” e le trasformazioni che sono in atto in un settore cruciale per la libertà e la democrazia in cui la trasformazione tecnologica modifica profondamente etica e natura professionale della professione.

E tuttavia si profila un evidente spazio – concettuale e pragmatico – per pensare alla relazione tra una disciplina storica e planetaria come la geografia rispetto all’altro emisfero di sistema che chiamiamo “comunicazione”, cioè il quadro dello scambio immateriale che avviene con finalità disparate anche prescindendo dal traffico delle notizie e in una relazionalità in cui contano innumerevoli driver tematici e motivazionali, tra cui valori e disvalori si combattono, così come si combatte il principio di servizio ad interessi generali e il principio – che muta l’adattamento ma viene da molto lontano – del primato della propaganda.

Tenuto conto che – oltre al potente segmento dell’informazione – quello della trasformazione digitale ha assunto un rilievo planetario trainante, tanto da fare della parola-perimetro “comunicazione” ormai la prima economia del mondo, ove venissero comprese nello stesso perimetro tutte le componenti accennate, in questa occasione devo far riferimento anche alla convenzione che vede ormai l’evoluzione tecnologica come una trasversalità ineludibile rispetto ad almeno due pianeti che raccolgono in senso disciplinare e soprattutto in senso professionale le aree di vocazione principali che corrispondono a due principali emisferi:

  • la comunicazione che ha per fonte il sistema di impresa e per motivazione centrale il posizionamento nelle quote di mercato regolato da reputazione e domanda di acquisto;
  • la comunicazione che ha per fonte soggetti istituzionali, politici, sociali e anche di impresa tesa a comporre nella “sfera pubblica” (intesa come concetto habermasiano da non far coincidere solo con la qualifica “istituzionale”) in cui dovrebbe prevalere la strategia di servire interessi generali al servizio del riequilibrio di diseguaglianze ma in cui si collocano anche le ragioni di confronto e di dibattito pubblico sui nodi etici e cognitivi che regolano la relazione tra poteri e società.

Tutto è oggi pervaso da una trasformazione delle dinamiche della propaganda in cui le ragioni di mercato contengono la legittimità di “vendere sogni”, mentre le ragioni pubbliche e sociali contengono a volte la tracimazione planetaria di sfuggire all’etica del servizio per perseguire scopi di asservimento a poteri. Ed è quindi nella linea di confronto, analisi e disvelamento tra propaganda e legittimità che il sistema affronta l’evoluzione della contemporaneità, dialogando con tutti soggetti disciplinari che – salvo gruppi che praticano solitaria ascesi – sono interessati al coinvolgimento comunicativo.

Con un problema grande come una casa che va segnalato. Cioè che il  sistema delle cosiddette “scienze della comunicazione” che tutto ciò che ho citato dovrebbe comprendere, non è riuscito a configurarsi come una legittima area disciplinare. E che pertanto agisce nei suoi molteplici rivoli con le più svariate appartenenze (nella sociologia, nell’economia, in altri ambiti delle scienze sociali, nel diritto, nella tecnologia) senza rispondere a un legittimo perimetro etico-metodologico e quindi risultando deprivato da ogni controllo che pesa nei risvolti accademici, professionali e di autoregolamentazione che non corrispondono minimamente [2]al “potere” genericamente evocato oggi dalla parola comunicazione.

In questa distorsione – che anche nel caso italiano non è un accidente naturale, ma il risultato di un processo di volontà ed interessi – il mio accenno alla relazione tra geografia e comunicazione pubblica corrisponde ad una promessa di indagine interessante, ma anche ad un territorio sregolato che dipende più da qualità personali che da vincoli regolamentati.

E in cui i cantieri di esperienza sono casuali e pur tuttavia interessanti. Così come lo è stato quello che ha mosso il vostro eminente rappresentante (parlo della Società di Geografia) e allora mio prorettore Angelo Turco, in procinto di affrontare da geografo il tema delle migrazioni, di volermi associare in una esperienza di ricerca condotta in Africa per gli spunti colti dal mio approccio alla comunicazione pubblica, così da ricavarne un risultato interessante che è il saggio Immaginari migratori [3], che contiene anche lo sviluppo sul tema dei miei spunti. Faccio questa citazione anche per ricordare il prof. Turco che avrebbe chiuso i lavori di oggi se non trattenuto a Milano da ragioni familiari per le quali formulo fervidi auguri.

Qui mi limito a dichiarare il sicuro interesse per un approfondimento di questa relazione che avviene in una fase storica di crescita dell’analfabetismo funzionale e della manipolazione informativa, che sono malattie  che vanno producendo un’epoca di spaventosa confusione tra vero e falso soprattutto nelle nuove generazioni, così da rendere questa uscita dai confini un dovere per mettere in comune il miglioramento della cultura della conoscenza ma anche il contenimento delle spinte devastanti a cui assistiamo – in questi giorni in forma assediante – con modeste leve in controtendenza.

Il secondo punto di questo mio sorvolante intervento corrisponde agli esiti di un banale accertamento.

Ieri sera, in previsione di questo piccolo contributo e non avendo potuto seguire la mattinata dei lavori, ho chiesto a Chat GPT cosa si deve intendere modernamente per geografia. Naturalmente al di là della descrizione dei luoghi e di tutto ciò che la memoria scolastica ci consegna ancora oggi come “geografia nozionistica”. Sono sicuro che sto solcando territori già arati. Ma faccio riferimento a questo quasi banale laboratorietto, perché in modo sorprendente le cinque principali indicazioni che ho ricevuto possono essere tutte e cinque agevolmente ricondotte al campo di analisi delle scienze della comunicazione. Il che mostra la qualità dell’intuizione di questa giornata di studi.

  1. La prima indicazione può avere per titolo: una nuova scienza delle relazioni.Siccome l’informazione è un flusso continuo verticale o orizzontale tra fonti e destinatari, pur nella reattività e interattività. La comunicazione è quel che viene inteso, percepito e trattenuto. Dunque, accanto alla flusso delle notizie , scorre potente un sistema di accompagnamento. Appunto “le relazioni”. In senso lato si prende atto che la comunità umana modifica l’ambiente. La componente comunicativa in questo processo può essere considerata alta e funzionale.
  2. La seconda indicazione riguarda il perimetro disciplinare he appartiene alla scienza dei nessi. In particolari quelli (che chiamiamo interconnessioni) che riguardano i fattori fisici e i fattori umani. I nessi – sono quelli che intervengono sulle gocce separate dall’informazione continua – per stabilire collegamenti cognitivi, dunque lettura processuale delle informazioni. Qui si tratta di andare oltre i limiti dell’informazione. Pertanto il fattore comunicativo in questa indicazione è altissimo.
  3. La terza indicazione è fissata in queste due parole: competenza spaziale. In sostanza risponde alla domanda e alla stimolazione di ricerca: perché le cose stanno nei luoghi. A ben guardare lo stimolo è più forte del pur importante apprendimento. C’è in ballo quella che nel linguaggio civile si potrebbe chiamare la comunicazione delle disuguaglianze.  Valore altissimo.
  4. La quarta indicazione – sarà stata certamente oggetto di molti interventi – riguarda la potenzialità di una nuova rappresentazione nutrita dalla trasformazione tecnologica. La forma e il metodo della nuova messa in scena dei processi digitali. Siamo nel punto alto della comunicazione come sistema logico-sperimentale (nel decimo anno della sua scomparsa cito questa parola che Umberto Eco nel 1990 vedeva al centro dei corsi di laurea in scienze della comunicazione che dovevano prendere forma, indirizzo che è stato poi ceduto ad altre discipline e parzialmente disatteso[4]). Proprio per questo la potenzialità comunicativa di questo fattore è anch’esso altissimo.
  5. Infine, la quinta indicazione è sorprendente (non certo per voi geografici). Dice l’IA: educazione alla cittadinanza. Nel mio linguaggio questo risvolto (ripeto, riferito centralmente alla trasformazione della geografia) esprime la funzione più importante di una corretta, non travisata e non strumentalizzata comunicazione pubblica: la capacità di spiegare (che significa la prima ria funzione strategica di abbattere le immense soglie di analfabetismo funzionale[5]). Qui il livello è più che alto, è strategico.

Se faccio sintesi di questi cinque scenari – e per giunta prendo le parole stesse implicate nella sintesi – traggo anche la conclusione di questa minuscola sperimentazione. AI sostiene che la geografia (vorrei dire insieme all’antropologia e alla filosofia e se posso aggiungere anche alla statistica) diventa oggi lo strumento migliore per studiare e raccontare la trasformazione.

E come si sa la comunicazione rappresenta l’energia sistemica con contenuto più pregnante e velocità maggiore (il superamento di ogni confine dei processi digitali) per interpretare e interagire con le trasformazioni del nostro tempo.  Dal processo produttivo alla circolarità cognitiva. Ecco come si chiude il cerchio dell’autoalimentazione della geografia comunicativa.


[1] Introdotti da Claudio Cerreti, presidente della Società Geografica italiana) e da Guido D’Ubaldo (Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio).

[2] https://www.linkiesta.it/blog/2018/05/migrazioni-e-mobilita-il-modo-di-rappresentare-i-problemi-e-parte-dell/

[3] Angelo Turco, Laye Camara – Immaginari migratori – Franco Angeli, 2018.

[4] Dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco. https://stefanorolando.it/?p=11511

[5] Stefano Rolando – La comunicazione pubblica come teatro civile – Governare la spiegazione – Editoriale Scientifica, 2021.

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