Podcast n. 185 – Il Mondo Nuovo – 30 marzo 2026 – La tresca tragica di Trescòre

I teatri di una rappresentazione multiforme. Un’adolescenza egocentrica e vittimistica e l’intelligenza emotiva di una insegnante.  La dominante digitale (con implicazioni IA) è l’ ambiente stesso del crimine, una sorta di pianeta separato, della cui separatezza ormai siamo complici.

Stefano Rolando

Versione audio:

Trescòre Balneario non è un paesello fuori mano. E una cittadina di tradizione storica di quasi diecimila abitanti che collega Bergamo (che sta a 15 km)  con la Val Cavallina, sul percorso che porta al Passo del Tonale. E’ un dignitoso centro con varie qualità ambientali (tra cui gli affreschi del Lotto nella Cappella Suardi),  un’economia commerciale e  agro-turistica con feste dell’uva e carri allegorici ogni settembre. Ha un turismo influenzato dalle terme, parola che il sindaco del 2008 avrebbe voluto sostituire allo storico appellativo di Balneario nel nome stesso del Comune, ma il 77% dei cittadini ha votato No, lasciando vigente le tradizioni. Nell’ultimo ventennio giunte civiche, oppure a traino leghista come oggi con orientamento di centro-destra.

Cosa cova sotto l’apparenza tranquilla, operosa e vagamente conservatrice di uno dei tanti luoghi di vita e lavoro del nostro Paese? Come altrove, come forse dappertutto, covano i misteri aggrovigliati della prima adolescenza. In questo caso primissima, perché il protagonista è un tredicenne e il teatro dei fatti  è una scuola media intitolata a Leonardo da Vinci in via Damiano Chiesa.

I fatti sono noti. Alle 7.45 di lunedì 25 marzo, si formano le aule e prima del suono della campana di avvio delle lezioni, un ragazzo di 13 anni (di cui finora i media sono stati al patto etico di non rivelare il nome) estrae un coltello, acquistato in internet, davanti alla porta della classe e, calzoni militari mimetici e maglietta bianca con la scritta in rosso “Vendetta”, dà l’assalto alla professoressa di francese  Chiara Mocchi, 57 anni, esile e vivace, lasciandola in un mare di sangue (ne perderà quasi due litri). Al collo il ragazzino ha collocato il suo cellulare per riprendere in diretta l’assalto e trasmetterlo live sui social (Telegram)  sui quali aveva preparato la cerchia stretta di amici e amiche, montando le ragioni di quella vendetta e costruendo l’attesa dell’evento.

Si saprà dopo che questo progetto spettacolare era già stato predisposto tempo addietro con l’obiettivo di uccidere il padre (i genitori sono separati e il tredicenne vive a Trescòre con la madre, arrivati da un paese limitrofo dopo la separazione). Una sua amica sedicenne, per la quale c’era forse qualcosa in più dell’amicizia, farà sapere di averlo dissuaso al tempo da quel proposito. Questa volta invece i più pensano che non oserà farlo. Ma la notte precedente è passata febbrilmente per organizzare la visione in diretta, cosa a cui parteciperanno da remoto almeno tre compagni.

La professoressa Mocchi riesce ad arrivare in codice rosso all’ospedale Giovanni XXIII° a Bergamo e dopo due ore  e mezza di intervento chirurgico e di trasfusioni, si salva. Tanto che un giorno dopo con un filo di voce detterà all’avvocato una lettera alla sua classe di studenti. Anche il piccolo aggressore prepara il suo documento di show down. È scritto in inglese, la lingua con cui si cela un po’ la sua chat sui social. Il titolo è calato nella storia: “La soluzione finale”. L’articolazione tematica è ampia, più di 4 mila caratteri, con una retorica certamente sollecitata e prestata dall’intelligenza artificiale, tuttavia caricata da stimoli e motivazioni che fanno parte della criticità nevrotica del ragazzo.

Sulla professoressa, l’entourage dichiara ai giornali: “È la professoressa più severa della scuola, ma è bravissima“. Del giovanissimo accoltellatore, come scrivono le agenzia della sera e i giornali locali della mattina dopo, dall’oratorio di Zandobbio, il paese vicino in cui è nato e da cui si è trasferito con la madre, dicono “Era un bambino molto tranquillo”.

I carabinieri (nucleo investigativo di Bergamo, guidato dalla Procura per minorenni di Brescia) perquiscono la casa trovando materiali descritti come “potenzialmente esplosivi”, di cui si capirà meglio nei prossimi giorni. Restano così i due documenti, progettati e scritti dal tredicenne aggressore e dalla professoressa aggredita, a fissare per ora i contorni narrativi e socio-psichici della vicenda. Ecco i passi salienti.

Scrive il tredicenne aggressore.

L’attacco

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave”

 Passaggio centrale

“Eppure, quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi».

La conclusione

“Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo. Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».

Aggiunta

Mi dispiace di non averla uccisa”.

Scrive la cinquantasettenne aggredita

L’attacco

“A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.  Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure, eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità”.

Conclusione

“Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori. Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie”.

Credo sia  giusto e importante dedicare  a questa storia uno sforzo interpretativo.

  • C’è un tema di luoghi e modi di accompagnamento e prevenzione delle crisi legate all’adolescenza. La commistione tra forme solitarie e inevitabilmente individuali di stravolgimento psicologico e fome generazionalmente condivise di organizzazione dei comportamenti , avviene ormai in un quadro in cui la vita, un po’ celata dalla rete digitale, costituisce l’altro mondo della realtà stessa; voglio dire separato dal mondo che noi trattiamo come reale. Ciò  apre evidentemente un problema di  presidio e di accompagnamento – per le scuole e per le famiglie – molto più rilevante di quello che è ora praticabile. Cioè più robusto, più legato alle forme culturali ed espressive dei territori, di quel che non può più essere solo un effimero consultorio psicologico scolastico (che comunque è già qualcosa).
  • C’è poi un tema – che appartiene  alla tenuta educativa delle famiglie, che purtroppo va progressivamente sgretolandosi, ponendo problemi di “protesi di comunità” – di riuscire a  fare emergere in tempo, per coglierli e contrastarli,  percorsi di involuzione e incattivimento identitario. A cui si legano violenze domestiche, femminicidi, incrudelimenti relazionali. Un insieme di cose  che meritano un ridisegno delle politiche assistenziali pubbliche in una forma e con mezzi oggi – almeno in Italia, ma non credo in tutto il mondo – del tutto inadeguati.
  • C’è, in terzo luogo, un problema di trattamento mediatico di queste “gesta” all’ordine del giorno nel mondo. C’è chi produce spiegazioni utili ma c’è chi persegue  una assetata ridondanza spettacolare che produce conseguenze imitative. Tema questo su cui Antonio Scurati, sulla Repubblica di domenica,  punta il dito considerando queste attitudini “irresponsabili e complici”. Ma in primo piano resta il problema del pianeta mediatico realmente separato, cioè le chat. Che contiene qualche opportunità e una montagna di  rischi. Dice al Corriere della Sera lo psichiatra Leonardo Mendolicchio: “Così i giovani si fomentano tra di loro e diventano ingovernabili”. Aggiungendo: “Che ci piaccia o no, lo smartphone è diventato l’estensione dell’io”.

C’è tuttavia un filo rosso che tiene insieme questi argomenti . È semplice ma ancora largamente inesplorato.

La rivoluzione digitale ha creato – ne ho fatto prima cenno –  un pianeta a parte, su cui ormai si trasferiscono neppure troppo clandestinamente i giovanissimi. Lì possono divertirsi, amoreggiare, esprimere narrazioni, ma anche progettare crudeltà o omicidi. Tendenzialmente nulla di ciò che chiamiamo sociale (scuola e salute comprese) è attrezzato a fondo per monitorare, interpretare e agire con efficacia preventiva ciò che accade in quel pianeta a parte, diciamo immateriale (che poi tanto immateriale non è), un pianeta così vicino e così lontano.

Lì ci sono probabilmente molte tracce invisibili di tanti misfatti rimasti senza spiegazioni esaustive. A cui si andrà aggiungendo anche quest’ultima storia di Trescòre Balneario. Un nome antico che appare  persino fuori luogo e che custodirà questi nuovi parziali segreti.

Insomma, se inventassero droni intelligenti per studiare quei pianeti separati dalla realtà anziché per fare stupide guerre, sarebbe un gran passo avanti per tenere insieme società che, diciamoci la verità, vanno in frantumi.

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