Si chiude oggi il ciclo quadriennale dei podcast settimanali dedicati al tema della “rappresentazione”. Duecento appuntamenti in quattro anni, tre libri che raccolgono gli scritti, uno sforzo prolungato di divulgazione civile. Per far posto a un nuovo ciclo di podcast che sarà presentato nei prossimi giorni per riflettere e accompagnare l’avvicinamento di un altro anno cruciale, il 2027. E il suo calendario elettorale in Italia, in Europa e nel mondo.
Stefano Rolando
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Domani è l’8 settembre. Da tanti anni ho l’abitudine di pronunciare questa data, incardinata in perpetuo nell’anno 1943, senza aver bisogno di ricordare anche l’anno. Sicuramente non per andare a vedere come sarà il meteo o il traffico delle strade. Nemmeno per valutare cosa prevale nell’apertura quotidiana dei media. Caso mai per segnalare con quanta progressiva marginalità il nostro sistema dell’informazione ha progressivamente trattato questa ricorrenza. Certo non nel 2023, anno dell’ottantesimo anniversario. E forse – per alcune testate – tenendo di recente aperta la riflessione su come questo anniversario evolve nella percezione dell’attuale quadro politico e soprattutto della maggioranza governativa.
Le istituzioni in verità non hanno alcun obbligo nei confronti di questa data, che non è il 2 giugno, non è il 25 aprile, non è il 4 novembre.
È una data carica di inquietudine interpretativa. Carica di sottintesi storici. Carica di contraddizioni inevitabili. Anche perché anticipata da un’altra data importantissima che è pure fuori dall’obbligo delle celebrazioni: il 25 luglio. Il 25 luglio dello stesso 1943. Giorno in cui il Gran Consiglio del Fascismo doveva compiere un atto drammatico che appariva impossibile. Togliere di mezzo l’ingombro Mussolini. E in verità alla fine anche sé stesso. Ciò per gestire l’evento segreto dell’armistizio firmato a Cassibile in Sicilia (che accadrà il 3 settembre) tra l’Italia e gli anglo-americani, con un oscuro contenuto che sarebbe stato presto manifesto (appunto l’8 settembre) ovvero che con quell’armistizio non sarebbe finita la guerra ma si sarebbe ribaltato il sistema di alleanze dell’Italia da paese allineato con la Germania di Hitler e con l’impero giapponese in un soggetto dal misterioso futuro immediato che avrebbe tuttavia reagito (mentre in realtà si stava sfasciando istituzionalmente) se attaccato militarmente. Non più Mussolini avrebbe condotto questa transizione, perché nel retroscena del 25 luglio era anche previsto il suo arresto da parte dello stesso re d’Italia, trasformato presto da Hitler in un blitz di liberazione personale per creare uno Stato separato al centronord rispetto all’Italia del centrosud in cui avanzavano gli americani. Dunque un territorio italiano occupato dai nazisti ma presidiato poliziescamente dalla ricostituita polizia fascista sotto le bandiere della Repubblica Sociale Italiana.
“Morte della Patria” scrisse anni fa Ernesto Galli della Loggia, con un titolo ripreso anche da giornalisti e da alcuni storici. Non con l’approvazione del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampii che fu tra quelli che – concedendo lo sfasciarsi dello Stato e del suo esercito, riconobbe però in quel confuso e drammatico quadro di eventi anche l’avvio del riscatto della nazione. Nel susseguirsi di eventi gravi e drammatici ci fu anche l’inopinata fuga del re e del governo Badoglio da Roma nella fase del tiro incrociato tra tedeschi e americani sulla capitale che contribuì al significato di “liquefazione nazionale”. Ma al tempo stesso si generarono fatti e processi destinati a dare radici al processo di liberazione e di rinnovamento del Paese.
Sta proprio qui il tema di “divulgazione civile” e quindi di “pedagogia storica” aperto da ottantatre anni e che credevamo sostanzialmente chiarito con la profilazione di una suprema norma rappresentata dalla Costituzione e dalla sua rielaborazione di quel riscatto in forma di alcuni elementi rilevantissimi.
Innanzi tutto l’immediata concatenazione di quell’8 settembre.
- Il 9 settembre 1943, l’immediato giorno dopo, fu costituito dai partiti antifascisti il Comitato di liberazione nazionale (CLN) per organizzare la Resistenza; presieduto da Ivanoe Bonomi. Il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (CLNAI ) sorse anch’esso il 9 settembre 1943 e fu presieduto da Ferruccio Parri. Inizia il biennio resistenziale animato dallo stesso spirito risorgimentale contro gli occupanti.
- Il 12 settembre 1943 Mussolini liberato dalla prigionia a Campo Imperatore sul Gran Sasso e condotto in Germania dai paracadutisti tedeschi. Rientrato in Italia poco dopo, il 23 settembre 1943 costituì a Salò la Repubblica sociale italiana (Rsi), i cui confini geografici coincidevano pressappoco con il territorio occupato dai tedeschi; infatti, i territori dell’Alto Adige, del Trentino e del Friuli Venezia Giulia furono annessi direttamente alla Germania.
L’impossibilità di parificare il valore del servizio alla patria reso dai resistenti e quello reso dai repubblichini.
- Che sarà poi per anni la tematica dei post-fascisti italiani – tuttora viva e vegeta – con la richiesta di considerare quella guerra civile come figlia di due legittime visioni del futuro dell’Italia, una alla ricerca della libertà, l’altra a conferma di una rivendicata quanto inverosimile “lealtà”.
- Una continuità di potere, malgrado la catastrofe dell’impresa militare voluta da Mussolini, portò mezza Italia a piegarsi all’obbedienza verso i nazisti (accettando le leggi razziali, costruendo la repressione dei partigiani, distorcendo l’evidenza del corso degli eventi che avevano portato a distruzione le nostre città con milioni di morti civili e militari). Ciò aveva inevitabilmente messo in campo l’altra mezza Italia in cui il perseguimento della lotta di liberazione portò a non subire passivamente la “liberazione” ma a “comparteciparvi eroicamente”, così da ottenere dai paesi vincitori il diritto di procedere all’autonomia di una assemblea costituente (cosa che fu negata per mancanza di questi requisiti alla Germania e al Giappone).
- Da qui la pacificazione intervenuta dopo il 25 aprile che chiude la guerra militare e chiude la guerra civile ma non chiude il giudizio storico sull’andamento del fascismo e sulle responsabilità conseguenti alla caduta del regime fascista nel 1943.
Chiarisco che non ho lo sguardo indietro per definizione (ce l’ho caso mai per metodo e per opportunità).
Ho forte il senso del presente e soprattutto del futuro. Non soffro di pedagogie comuniste di appropriazione della Resistenza, avendo un’idea plurale e anche militare oltre che civile di quella storia. Ma penso che ciò di cui stiamo parlando sia il riassunto di drammatiche ma anche semplici cose che danno un valore imperituro a una data metaforica. Dunque, essa diventa un algoritmo identitario che compone la nostra genetica civile. Nostra, cioè di tutti, tutti gli italiani. Metafora, dunque, dell’identità contemporanea dell’Italia e degli Italiani. Per certi versi una data-scrigno non una data-vetrina.
Credevamo tutto sommato chiara e ricomposta questa “metafora”. In ragione del quadro dei valori costituzionali che ci arrivarono delineati appassionatamente nel gennaio del 1948 (dico sempre con vanto che la Costituzione è mia gemella, perché nata solo pochi giorni prima di me) . Ma abbiamo scoperto invece negli ultimi quattro anni che questa è ancora una materia divisiva e che una parte delle forze politiche che sono oggi al governo considera ancora parte di un revanscismo non solo storiografico ma anche di legittimità di un’opinione che confina per molti con la permanente rilegittimazione del fascismo. Non si tratta di un diverbio su fatti e opinioni. È un diverbio sulla pietra fondante l’Italia repubblicana.
Giratela come volete. Ma è questa è la problematica interna al proprio elettorato che Giorgia Meloni ha affrontato più a zig zag in questi quattro anni. A volte andando verso soluzioni di ammorbidimento e superamento, dove era arrivato pienamente il partito predecessore l’attuale FdI, cioè Alleanza Nazionale, arrivando al governo con Berlusconi e dichiarando il fascismo “un male assoluto”. Altre volte – sempre per mantenere equilibri nel quadro complessivo dei suoi consensi – facendo mancare un fermo asseveramento di condivisione della rinascita italiana attraverso l’antifascismo.
Ora questa bandiera è soprattutto alzata dalla formazione politica capeggiata dal generale Vannacci, che sollevando argomenti che il senatore a vita Mario Monti ha chiamato “inaccettabile retorica fascista”, sta portando le intenzioni di voto verso questo neopartito al quarto posto nella potenziale ricomposizione del Parlamento italiano, sfiorando l’8% e condizionando pesantemente le opzioni che Giorgia Meloni dovrà fare in vista del voto. Non c’è da scherzarci. E c’è da augurarsi per il bene dell’Italia che il modello politico che la premier stessa sta proponendo all’Europa – pur conservatore e nazionalistico – venga mantenuto come diga rispetto a questa involuzione che si somma al rischio di altri catastrofici esiti in giro per l’Europa.
È in questa chiave che l’8 settembre incide sull’agenda italiana anche quest’anno.
In realtà non utilizzando tanto gli insegnamenti storicografici che abbondano, con una qualità e quantità di argomentazioni che hanno a sostegno quasi tutte le aree di cultura politica che l’Italia repubblicana esprime. Quanto rinfocolando polemiche ringhiose e per certi versi umilianti, dopo tutto quello che è stato accertato e nel quadro dei problemi interni e internazionali che vanno affrontati anche con la consapevolezza delle nostre rinnovate radici.
Aggiungo – come informazione personale conclusiva – che c’è un mio testo sull’8 settembre, che coinvolge la storia maggiore ma soprattutto anche alcune storie minori ma significative del reale tessuto sociale, attorno all’idea che l’8 settembre non fu “morte della Patria” ma fu radice del riscatto degli italiani.
Un testo che non mi sono mai deciso di considerare finito. E che ho pretestuosamente trascinato nel tempo.
Dopo anni di limature, di nuove letture, di ricerca di documentazioni e carte, ora c’è un punto finale. Cioè entro la fine dell’anno mi deciderò a trasferire quel testo in tipografia. Poi ne parleremo.
Con questo intervento di oggi concludo il ciclo di duecento podcast settimanalmente realizzati dalla metà del 2022, segnalando anche che i podcast del 2025 intanto hanno trovato – nella raccolta delle versioni scritte – la forma di un libro-dossier pubblicato nei giorni scorsi da Editoriale Scientifica di Napoli con il titolo “La rappresentazione astigmatica”. Come sapete, l’astigmatismo è una malattia della messa a fuoco e io credo che il 2025 abbia sofferto nel sistema comunicativo anche di questa malattia. Gaia Bertotti mi ha intervistato a luglio su Mondo Nuovo per parlare di questo libro. Chi cerca nei riferimenti di Mondo Nuovo trova[1].
Non recedo dall’idea di lavorare ancora un po’ con lo strumento del podcast. A breve sarà annunciato il nuovo ciclo dedicato alla corsa verso l’agenda del 2027. In Italia, in Europa, nel mondo c’è una sequenza impressionante di scadenze elettorali che si riveleranno molto importanti per il nostro futuro. Soprattutto quello dei nostri giovani. Penso che valga la pena di indagare un po’ guardando ai nostri problemi ma anche a quelli della democrazia nel mondo.
Per cui a presto.
[1] Per chi legge qui il link è: https://www.ilmondonuovo.club/la-rappresentazione-astigmatica/