Una breve nota di compianto al momento della diffusione della notizia della scomparsa e alcune tracce di esperienza in convergenza con il lungo e laborioso operato civile, politico e istituzionale di Emma Bonino.
FB (11.9.2026 h. 10:30)

Roma, Porta Pia – Marcia della pace verso il Vaticano – Ottobre 1985
Nati nello stesso anno, dal 1985 abbiamo tenuto entrambi sulla scrivania la stessa fotografia. E più volte ci siamo ricordati il perché. Quando si diceva dei comunisti che erano “di lotta e di governo” io pensavo piuttosto a lei, perché c’è chi l’ha vissuta come una contraddizione e chi la vissuta come una responsabilità. Il dialogo con Emma è sempre stato realistico e di verità. Anche nei dissensi. Ha anticipato epoche e generazioni. Gli italiani e soprattutto le italiane le devono molto. Nella prefazione al mio “Post-Azionismo” (2019) ha scritto in conclusione “oggi è più che mai necessaria una forma di intransigenza contro il degrado e la dequalificazione“.
Momenti di esperienza

1995 – Ivrea – Emma Bonino incontra il management del gruppo Olivetti sui temi europei della concorrenza.

2010 – Milano – Emma Bonino prende parte a una conferenza sulla tutela ambientale,nel quadro della formazione delle liste radicali per le elezioni regionali della Lombardia.

2018 – Roma – Emma Bonino incontra i Circoli post-azionisti nella sede di “partitodazione”, aprendo l’ingresso di questa componente negli organi di Più Europa. Esperienza che dopo un paio di anni si concluse per progressiva vaporizzazione dell’auspicato pluralismo delle culture politiche di orientamento liberaldemocratico.

8.11.2019 – Biblioteca Spadolini del Senato sdella Repubblica – Alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, si svolge l’evento centrale dedicato al Centenario del Governo Nitti (1919-1920) – Gli interventi di apertura, dopo la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, da sinistra: Giuliano Amato (presidente Comitato del Centenario), Gianni Marilotti (presidente della Biblioteca Spadolini), Stefano Rolando (presidente della Fondazione Nitti). In prima fila il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla sua destra la sen. Casellati, alla sua sinistra la sen. Emma Bonino la più significativa rappresentante del Parlamento che ha voluto essere presente senza essere relatrice.
La storia politica – nazionale e internazionale di Emma Bonino – investe oltre mezzo secolo di impegno civile e umano attorno al millimetrico negoziato dei principi fondamentali del diritto e della responsabilità di opporre resistenza partecipata agli ostacoli che disarmano quotidianamente anche principi costituzionalmente sanciti. Pochi organi di informazione. nel giorno della sua scomparsa, voranno o potranno entrare nel dettaglio di questo impegno istruttivo soprattutto se se ne coglie la fittissima intelaiatura. Da qui il proposito di non aggiungere altri commenti al “Congedo” ospitando invece il tentativo di rappresentare un’idea di quella intelaiatura (pur nei suoi limiti e quindi integrabile).

La prefazione di Emma Bonino al libro PostìAzionismo – Scritti civili nell’anno dell’attacco alla democrazia liberale – di Stefano Rolando – Editoriale Scientifica (Napoli, 2019).
Sono grata a Stefano Rolando perché ha sempre tenuto teso il filo del ricordo del Partito d’Azione nella valutazione dei meriti e dei limiti delle successive esperienze dei suoi eredi che si sono dispersi in altri partiti (il repubblicano, il socialista, il socialdemocratico) o ne hanno creati di nuovi (il radicale).
Lo sono per una doppia ragione: perché sono nata in una regione, il Piemonte, in cui il ruolo delle brigate azioniste è stata assai importante nella resistenza all’occupazione tedesca e alla Repubblica di Salò e perché, con Pannella, nel Partito Radicale abbiamo sempre considerato il liberalsocialismo e l’endiadi indissolubile Giustizia e Libertà non solo come punti di riferimento ideali ma come componenti fondamentali del nostro essere radicali.
Rolando non si occupa soltanto del post-azionismo, ma per tener teso il filo di quel ricordo (e di quelle idee, di quei valori), ha contribuito a tenere in vita una organizzazione che continua a chiamarsi ancora oggi (con piccola variazione) PartitodiAzione e a cui si vantavano di essere iscritte due persone per diverse ragioni a me care, il Presidente Carlo Azeglio Ciampi e il radicale Bruno Zevi.
Perché ritengo importante tutto questo? Perché a quel patrimonio di idee e di valori ha corrisposto poi un processo di divaricazione, di divisione politica, di dissoluzione organizzativa che si ripresenta continuamente nel mondo laico e democratico come una maledizione: il partito laico e democratico per eccellenza che doveva essere, nell’azione di rinascita dell’Italia, il partito del cambiamento e tradurre i suoi valori e le sue idee in obiettivi e progetti politici, si dissolse sull’altare delle divisioni identitarie fra azionisti di diversa ispirazione socialista e azionisti di tradizione e ispirazione liberaldemocratica e repubblicana.
È la maledizione che ci insegue da allora e che ha investito e continua ad investire le forze laiche, radicali, socialiste e con cui ancora oggi siamo malauguratamente costretti a fare i conti
Pur limitato alla scrittura di un anno, il tormentato 2018, l’inventario di vicende e riferimenti che questo libro contiene spazia sia sul percorso dei principi e dei valori che hanno contribuito a costruire l’Italia affrancata e democratica. Sia sulle ragioni che hanno fatto immaginare a molti l’indispensabilità dell’Europa; sia sul tema, tutto attuale, di non disperdere le nostre storie migliori per affrontare i nodi e le battaglie del presente.
Per questo credo degno della migliore attenzione il contributo che il suo libro dà anche al dibattito che abbiamo contribuito ad alimentare con il cantiere di Più Europa che sta esattamente su questo raccordo: cercare ispirazioni nella pluralità delle radici della cultura politica liberaldemocratica, liberalsocialista, liberalradicale che il Novecento ha prodotto. Obiettivo principale superarne oggi anche le reciproche conflittualità per disegnare una proposta utile a concepire l’alleanza progressista necessaria a dare soluzioni in avanti alla crisi evidente che stiamo attraversando.
E ci siamo spinti anche oltre: dopo il ritiro di Pisapia e l’impossibilità di raggiungere un accordo con i gruppi che avevano dato vita alla lista Insieme (e tra essi verdi e socialisti), abbiamo avviato un dialogo con il Centro Democratico di Bruno Tabacci tentando di trasformare una opportunità elettorale in una proposta politica, che oltre a coinvolgere radicali e liberaldemocratici, si rivolgesse anche a gruppi dichiaratamente di tradizione cattolico democratica e fosse aperta anche ad altre esperienze e culture.
Lo abbiamo fatto anche riflettendo sull’incontro non casuale con il volontariato cattolico, che si ripete ogni volta che ci occupiamo di pena di morte, di diritti umani, di migranti e di detenuti. Alcuni di noi hanno ritenuto infatti che fosse utile e possibile sperimentare, in un partito federale, l’unità di antiche diversità (che rimangono e devono essere reciprocamente rispettate) intorno alle nuove priorità imposte dalle brutali trasformazioni che si sono verificate nell’intero Occidente e che pongono in primo piano l’avvenire dell’Europa. Non so ancora se il tentativo avrà successo perché, come si può immaginare, la strada che stiamo percorrendo è tutta in salita e siamo insidiati anche noi da quelle che ho chiamato rivendicazioni e chiusure identitarie.
È evidente che rimettere mano alla prospettiva europea significa avere confidenza con le storie di chi l’ha primariamente immaginata e disegnata. Chi oggi attacca l’Europa cosiddetta “burocratica” non guarda certo all’Europa Federale. In realtà attacca molti di quei principi e di quei valori che stanno scritti nei Trattati costitutivi. Dunque, riprendere quelle storie è una precisa condizione di attualità. Ma è anche evidente – e le pagine che seguono questo tema lo fanno emergere più volte – che, pur essendo alle prese con problemi nuovi, la censura della memoria politica aiuta chi vuole scegliere percorsi autoritari o comunque non democratici, non chi vuole conservare le regole di quella che si chiama “democrazia liberale”.
L’autore racconta anche percorsi personali di una contaminazione con quelle regole e quegli ambiti di iniziativa politica e culturale (nel suo caso quelli repubblicani, socialisti e radicali) dimostrando che la ricerca di sintesi oggi è una via obbligata per combattere la generazione dei “partiti di plastica” che possono esprimersi ugualmente tanto a destra quanto a sinistra.
E in questa “contaminazione” ci sono alcuni meriti – anche qui con spunti presenti nel testo – per esempio riguardanti il lavoro ventennale per un approccio innovativo alla storia del pensiero liberal-democratico che una figura come quella di Francesco Saverio Nitti, che fu parte del Partito Radicale formato tra l’Ottocento e il Novecento, esprime con accenti molto moderni e, nel centenario del suo governo (1919-1920), con analogie interessanti con il quadro attuale. Innanzi tutto, lo scontro proprio tra i valori della democrazia liberale e l’insorgenza del connubio tra populismo e fascismo (che all’epoca purtroppo l’ebbe vinta sulla democrazia). Attenti, la storia si ripete, in forme diverse ma si ripete. E riaffiorano e prendono corpo gli antichi demoni che molti si erano illusi di avere sconfitto per sempre.
Vi è poi attenzione per questioni che sono in prima pagina nell’agenda del dibattito pubblico, come quella della trasformazione dei processi comunicativi dell’età digitale con opportunità e rischi che chiedono nuove consapevolezze (nelle pagine conclusive del libro) o come quella dei processi migratori che devono vederci superare lo scontro tra buonismo ed esorcismo a favore di soluzioni fissate sullo studio delle cause e delle tendenze strutturali del fenomeno e anche fissate attorno ai principi del trattamento dei diritti umani che sono una trincea ineludibile della battaglia politica contemporanea.
Infine, in questo testo c’è anche il pensiero di chi ha lavorato in senso riformatore nelle nostre istituzioni e che – come lo furono primariamente gli azionisti storici – vede qui oggi più che mai necessaria una forma di intransigenza contro il degrado e la dequalificazione.
Ho provato, coerentemente con tutta la mia esperienza politica, ad esprimere proprio in questo 2018 dai banchi del Parlamento questo sentimento che resta moralmente un passaggio di consegna generazionale molto sentito.
Questo libro fu presentato a Roma da Gianna Radiconcini e da Gianfranco Spadaccia. Nel ricordare entrambi con speciali sentimenti, voglio dire quanto fu importante e preziosa la vicinanza operosa, competente, saggia e ispirata ad aperture e mai influenzata da egocentrismi partitocratici soprattutto di Gianfranco, tanto nei confronti di Marco Pannella quanto nei confronti di Emma Bonino.

Questo, per altro non esaustivo, dossier, può per il momento concludersi con un’altra testimonianza di attenzioni e pensieri di Emma Bonino, in questo caso dedicata alla città di Milano. Città in cui Emma ha trascorso gli anni dell’università, delle prime occupazioni di lavoro e anche della sua relazione personale con Marcello Crivellini, poi professore al Politecnico e per due volte parlamentare radicale. A seguito di Expo, il sindaco Beppe Sala nominò Emma Bonino consigliere per le relazioni internazionali e in quella chiave considerai importante unire la sua voce a quella di altre personalità che a titolo diverso potevano contribuire alla messa a fuoco delle strategie di reputazione della città attorno a cui operava dal 2012 il Comitato Brand Milano, che io presiedevo per incarico del sindaco Giuliano Pisapia e che nel 2017 ha portato a termine la sua missione pubblicando il Rapporto Brand Milano – Atlante della nuova narrativa identitaria (ed. Mimesis, 2017), con le prefazioni del sindaco Sala e del rettore della Statale Gianluca Vago. Il Rapporto a fine 2017 fu presentato in Quirinale al Presidente Mattarella. Quello che segue è il colloquio che Emma Bonino svolse con vivo interesse e che, oltre nel citato Rapporto, ho anche riprodotto di recente nel libro Morale, Amorale, Umorale – Identità e rappresentazione della Milano oggi (Bookabook, 2025) insieme ad altre interviste svolte nel corso degli ultimi quindici anni.


Le nuove connotazioni di Milano nel mondo
Colloquio con Emma Bonino [1]
La crisi finanziaria globale cominciata nel 2008 ha ridisegnato sia la geografia economica che i contesti di nuova ovvero consolidata reputazione e attrattività. Come si colloca in generale l’Italia nella reputazione globale delle generazioni contemporanee? In cosa Milano coincide con l‘immagine nazionale, in cosa si distingue?
Giro, ascolto e presto attenzione a questo tema. Trovo che ci sia un tratto comune nell’opinione pubblica internazionale. Il tema del “bel paese” resta forte e diffuso. Insieme all’apprezzamento per gli italiani (un’opzione in generale legata alla accoglienza) e insieme all’idea diffusa del “bel clima” e del riconoscimento al fatto che “in Italia si mangia bene”. Rispetto a questi tratti, magari in sé banali ma che hanno una massa critica non trascurabile, Milano, nel mondo, non si smarca molto. Ma ottiene alcune connotazioni in più, diciamo di ordine culturale. Certo passando dal mondo all’Europa, dove la mia percezione è più costante nel tempo, Milano aumenta il livello di conoscenza e di ottimo posizionamento. Con un tratto non positivo, che mi viene segnalato spesso, che è la questione “aria e ambiente”. Credo che la questione vada affrontata seriamente, in sé e rispetto all’effetto immagine che produce. E’ giusto dire che questa percezione è largamente bilanciata da giudizi parimenti diffusi: efficienza, laboriosità, una certa “seriosità”. Qui, nel complesso, il giudizio si smarca considerevolmente – come è quello che riguarda Torino – rispetto al giudizio, in generale, sugli italiani, considerati un po’ “burloni”.
Sui può dire che Expo abbia in qualche modo – e, nel caso, in che modo? – contribuito a modificare la fisionomia percettiva di Milano?
Credo che abbia avuto un ruolo fondamentale. Non solo per chi c’è venuto materialmente. Ma anche per il modo con cui nel mondo se ne è parlato. E’ passato il concetto (che coincideva con le tematiche di Expo) di una città capace ormai di rappresentare il “meltingpot”. La rappresentazione tematica di Expo ha contribuito a ciò: viste tutte le culture, visto che non c’erano discriminazioni, visto (e apprezzato) che anche i paesi più poveri hanno avuto un aiuto per potersi raccontare. E’ stata considerata più una esposizione sui diritti (salute, cibo, sostenibilità) che una espressione dei paesi più ricchi e più forti.
Un piccolo dettaglio. Prima di Expo era apparsa sulla stampa americana una critica, forse un timore, circa la situazione della sicurezza a Milano. Commenti…
Expo non è un’olimpiade che dura qualche giorno, dura mezzo anno. La risposta Milano l’ha data chiara e netta. Ed è un valore che si riverbera nel tempo.
Già, il tema dei “valori”: Expo ha fatto passare più “valorialità” o più un’idea di partecipare ad un evento prima di tutto ludico?
Ma facciamo a capirci! Expo non è l’ONU, che ha un mandato valoriale. Era ed è una fiera. Credo che Expo Milano ha messo in scena una quantità di incontri, dibattiti, occasioni di divulgazione di temi anche difficili che è stata dentro la cifra dell’educazione-intrattenimento. Nessuno si aspetta che Expo negozi patti commerciali. Ci si aspetta che Expo non faccia banalità o propaganda su temi di fondo del mondo contemporaneo. Qui, nettamente, missione riuscita. Ho segnali che il “cantiere” di Expo a Dubai presenta più difficoltà da questo punto di vista. Ma proprio il “modello Milano” è segnalato nel dibattito come un riferimento ormai da seguire.
Nelle dinamiche (con le loro convergenze e la loro conflittualità) tra stati membri ed Europa, vi sono alcune città non capitali che danno valore aggiunto all’articolazione economica e culturale dell’Europa (Milano, Monaco, Francoforte, Lione, Amsterdam, eccetera). La famosa battuta di Lucio Dalla “Milano vicino all’Europa”, come va interpretata oggi?
Quell’espressione è vera e sempre più vera. Ma se dobbiamo fare qualche riflessione più generale sul rapporto tra città e nuovi assetti dell’Europa vorrei anche dire che il vecchio ordine è morto e che il nuovo non si vede. Riassumo spesso così uno dei fattori di oggettiva crisi istituzionale e politica dell’Europa. Questo spinge la gente a riconoscere il valore e il ruolo della prossimità. Gli aggregati umani che assumono la veste di città hanno così grande rilievo. Karl Popper diceva che proprio nelle crisi i cittadini limitano alla “vicinanza” il riconoscimento di autorità. Fino alla vicinanza più estrema, il quartiere, il condominio, eccetera. Questo poi produce il rischio di immaginare che le stesse città e le loro amministrazioni abbiano poteri e competenze che esorbitano dalla realtà. Saggi i sindaci che non caricano il loro ruolo con la calamita di ogni attesa.
Perché nelle politiche di coinvolgimento delle istituzioni comunitarie il ruolo delle città è limitato?
Se penso a quando svolgevo responsabilità in seno alla Commissione europea, seconda metà degli anni ’90, devo dire che questo limite era evidente. Ma se mi riferisco a dirette esperienze più attuali, anche su temi diversi dalle competenze di allora, trovo che l’evidenza del ruolo delle città è molto più percepita. Ambiente, mobilità, cultura, salute, coesione. Tutte cose che riguardano da vicino i cittadini sono fortemente legate ai perimetri territoriali. Una volta Bruxelles se ne occupava relazionandosi alle capitali. Adesso la relazione è diretta con i territori e soprattutto con le città di riferimento. Ne è un esempio anche la nuova articolazione dei “fondi comunitari” destinati specificatamente a dinamiche urbane. Certo, dal punto di vista “politico” la relazione è regolata dai trattati. E quindi è marginale. Ma è anche vero che ciò dipende molto dall’iniziativa delle città stesse.
Come è giudicabile nel concreto la “europeità” di Milano?
Se prendiamo un periodo recente abbastanza lungo debbo dire che la percezione da parte di Bruxelles è altalenante. La caratterizzazione lombarda del leghismo ha lasciato tracce. E’ spesso da Milano – con i segni a volte anche della città – che si grida all’uscita dall’euro. Ma Milano ha un’identità più lunga e complessa, al punto che per esempio in Europa – e in quella parte del mondo che conosce le cose – Milano non viene identificata con il leghismo, che appartiene piuttosto a una identificazione extra-urbana. Dunque, Milano, questo mi pare il punto saliente, non è nella lista dei territori d’Europa percepiti come anti-europei.
Si dice che Milano operi nei processi di globalizzazione in molti settori (moda, design, salute, ricerca, energia, eccetera) in una condizione di relazione e connessione globale che potrebbe anche marginalizzare il ruolo di mediazione del proprio Stato. E’ vero o non è vero che la globalizzazione riduce la mediazione degli Stati?
Grandi città, metropoli, regioni particolarmente dinamiche, certamente sono soggetti la cui dimensione politica anche internazionale è molto cresciuta. Ma non credo che tale dimensione sostituisca quella degli stati con i vincoli e i caratteri di una rete di regole che sono internazionalmente riferimenti vivi e attivi. Questa è una fotografia ancora di questa fase storica. Potrebbe cambiare, ma mi pare che questa sia ancora la realtà.
Quindi, pragmaticamente una città come Milano dovrebbe mantenere una sua identità “nazionale” o potrebbe invece seguire una accentuazione della sua distinzione “globalizzante”?
Constato che oggi Milano fa, nel suo complesso, scelte sinergiche con il suo paese di appartenenza. Lascerei perdere gli stereotipi anti-romani che nella classe dirigente lasciano il tempo che trovano, anche perché se ci si mette nella polemica contro i “palazzi” non si può far finta di ignorare i “propri” palazzi. Dopo di che c’è una spinta necessaria dell’intero paese nei processi di internazionalizzazione in cui Milano si muove, in molteplici settori, come una locomotiva.
Questa vocazione “globale” a Milano è leggibile in equilibrio o in conflitto con la sua vocazione “locale e tradizionale”?
Ho letto di recente qualcosa riguardo a un cinema di tradizione del centro di Milano venduto per dare spazio a un centro commerciale di una multinazionale. E devo dire che la prima cosa che ho pensato è: ma perché un imprenditore italiano o, diciamo, un ricco milanese non si è fatto avanti per comprare quello spazio storico, di tradizione, dove era possibile continuare a fare margini con lo spettacolo? Non è pensabile che l’amministrazione civica risolva finanziariamente questo genere di problemi. E’ naturalmente pensabile che certi luoghi culturali e commerciali siano prima di tutto un “valore”. Ma anche la società che ha i mezzi lo deve pensare. In generale questa è anche la mia prima reazione di fronte alle proteste sul fatto che le imprese italiane sono acquistate da imprese straniere (fenomeno che è per altro relativamente bilanciato anche da nostre imprese che si espandono con acquisizioni all’estero).
Milano e le donne. È un capitolo storico dell’emancipazione e del riconoscimento nelle carriere professionali, imprenditoriali e anche istituzionali che hanno contribuito alla tensione di processi sociali di modernizzazione da tempo (tanto per citare, Linda Malnati e il primo sindacato delle lavoratrici a fine ‘800, Anna Kuliscioff ai primi del ‘900, Piera Santambrogio e l’impresa elettromedicale negli anni ’60, il “caso Zanzara” prima del ’68, eccetera). Ad un ex-studentessa della Bocconi questo tema cosa evoca?
Sì, è una grande storia. Che continua nel presente, come i dati – anche recentissimi – di Italia lavoro ci dicono. Il combinato disposto di “donne” e “milanesi” è una affermata sintesi che produce efficienza e concretezza. Questo va dal campo della creatività alla ricerca, dall’imprenditorialità alle professioni liberali e giustamente anche istituzionali. Sappiamo bene che, se parliamo dell’Italia intera, questa cosa non è scontata.
Milano (che è termine che contiene concettualmente ed emotivamente i “milanesi”) oggi è più simpatica o più antipatica agli italiani?
Se si vuol considerare questa “simpatia” a pelle come un fattore spalmato sul brand di una città (come di un paese), Milano appare con qualche elemento ondivago. Certo essere “apprezzati” non significa necessariamente essere “simpatici”. Penso ai piemontesi, come me, ad esempio, che sono caratterizzati per un diffuso fattore di introversione. Ma Milano ha avuto momenti diversi. In cui è stato anche evidente il carattere generoso. Così come è stata evidente – la parola è milanese – una certa “bausceria”.
Milano dei diritti, dall’editto di Costantino a Cesare Beccaria. E oltre. Questa dimensione è solo un riferimento culturale o incide in modo riconosciuto sul “brand” della città?
Accidenti se incide! Basta guardare dentro il perimetro del “terziario” milanese dove si trovano anche professionalità di notevole rispetto e dove la capacità di occuparsi dei problemi, anche problemi gravi, degli altri trova risposte, attenzioni, soluzioni. E’ certo un modo con una storia rilevante di mettere in pratica politiche per i diritti. La solidarietà piò anche essere una dimensione approssimativa. Milano dà l’impressione di saperla misurare. E non basta tirar fuori dei soldi per affermarla. Essa appare a Milano come una componente interna, non occasionale, dell’essere civici. Con un dialogo reale tra mondo laico e cattolico.
Nelle relazioni euro-mediterranee che ruolo ha e che ruolo avrebbe Milano con l’insieme delle sue infrastrutture economiche e culturali e il suo posizionamento geo-politico?
Quando ero ministro al Commercio estero disponevo di dati molto precisi su questo tema, cioè quello di Milano maggiore porta reale delle relazioni euro-mediterranee, al di là delle chimere di città che invocano questo ruolo per ragioni di prossimità. Per Milano è appunto un complesso di fattori oggettivi e soggettivi che ha reso questa vocazione ineludibile, sia commercialmente sia simbolicamente. E’ certo che in questo momento la situazione dell’altra parte del Mediterraneo attraversa una fase delicatissima. Ma forse è proprio questo anche il momento in cui sarebbe importante investire sul tema. Capisco bene anche i problemi di sicurezza che il dialogo in particolare euro-arabo comporta. Ma penso che il sistema universitario milanese potrebbe aprire spazi nuovi, con intelligenti soluzioni, consolidando in alcuni casi intuizioni antiche che già hanno offerto esempi importanti. Cultura, università, ricerca – diciamo ambiti di soft-polity – sarebbero settori destinati a produrre legami preziosi per guardare lontano in questa relazione così importante per tutta l’Europa.
Il tema della sicurezza tiene in tensione anche la questione migratoria che, per alcuni analisti, parrebbe adatta a elaborare politiche territoriali per costruire modelli di integrazione basati non su “buonismi” di maniera ma su compatibilità di emergenze e di soluzioni. Molte città ritirano la mano, forse per timori elettorali. Milano avrebbe caratteristiche in questo senso?
Le avrebbe. I dati di ricerca umanitaria concordano qui con le ricerche di origine imprenditoriale. Essi convengono sul dato corrispondente a un bisogno italiano di 160 mila arrivi all’anno per i prossimi dieci anni. Ma sarebbe oggi molto difficile portare a conclusione progetti così pragmaticamente orientati avendo i vincoli dell’attuale vigente legge, la cosiddetta “Bossi-Fini”. Prendiamo appunto Milano: gli immigrati regolari sono sostanzialmente tutti integrati. Poi l’Italia intera deve gestire 500 mila irregolari. Se non si supera la “Bossi-Fini” (permessi di lavoro, contratti, varie forme di legalizzazione), anche le città che avrebbero una domanda interna seria per fare una accoglienza “intelligente” hanno limiti invalicabili. Ho visto il caso di Bergamo che avrebbe margini concreti per sistemare partite che oggi sono a rischio ma che è paralizzata dalle norme in atto. Non essendoci vie legali per venire a lavorare in Italia tutti cercano di farsi passare per “rifugiati”. E allo stato il 60% delle richieste vengono respinte, cosa che genera clandestinità complicando ulteriormente il problema. Vedo che adesso il ministro dell’interno Minniti, che era partito con un piano duro di respingimento, adesso ha annunciato per giugno un piano complessivo orientato all’integrazione. Vedremo cosa porterà di nuovo. Anch’io sono “low and order” ma, come diceva Mandela, se vuoi colpire i moscerini di uno stagno non devi usare la bomba atomica, meglio prosciugare lo stagno.
E l’ex-commissaria italiana a Bruxelles ha qualche ottimismo sulla domanda di ri-location che Italia e Grecia continuano ad avanzare all’Europa?
Non sono ottimista. Ahimè. Gli stati membri non hanno mai voluto dare a Bruxelles le competenze né sulle barriere esterne, né sulle politiche di integrazione. Alle strette chiesto un piano. Bruxelles lo ha elaborato e gli stati membri hanno detto di no. Con strilli maggiori da chi – come l’Ungheria – non sa nemmeno cosa voglia dire “immigrazione”.
Il presidente Mattarella ha intitolato il suo intervento a chiusura di Expo “Milano capitale europea e motore dell’Italia”. Per implementare queste vocazioni che cosa Milano dovrebbe e potrebbe fare in prospettiva?
Intanto direi che le due politiche non sarebbero e non sono divergenti. Ed esse vanno giustamente perseguite. Nella speranza che anche la “capitale d’Italia” trovi risposte ai suoi conclamati bisogni, perché anche l’internazionalizzazione che Milano promuove e traina ha bisogno della normalizzazione delle condizioni di Roma. È anche evidente che quel “motore dell’Italia” implica qualcosa che a Milano è ben chiaro: nessun isolamento e farsi la propria parte di carico, se sei locomotiva, che le carrozze tengano la condizione di marcia.
[1] In Brand Milano. Atlante della nuova narrativa identitaria – Associazione Brand Milano – Promosso dal Comitato scientifico degli atenei milanesi – Mimesis, settembre 2017.

L’ultimo commento – Attorno non solo al generale riconoscimento di una vita di alto impegno civile ma anche ad alcune critiche da destra e da sinistra.
Sul magazine online Il Mondo Nuovo (14.9.2026)
I commenti alla morte di Emma Bonino – Riconoscenza e applausi ma anche tiro incrociato da sinistra e da destra.
Stefano Rolando
Pur con il riconoscimento di una consacrazione istituzionale, politica e sociale sul ruolo di “battagliera attivista per diritti civili e umani” (attenzione: quelli civili con prevalenza della tutela individuale che diventa collettiva per le potenzialità contenute in una norma approvata; quelli umani originati da tutele collettive nei casi di grave negazione e violenza che ricadono poi sulla protezione di infiniti e spesso ignoti casi singoli) Emma Bonino, morendo, ha mantenuto anche una quota di reazioni e commenti con reiterate prese di distanza.
- In commenti ispirati da alcune posizioni politiche di sinistra, la critica è di non essere stata “di sinistra” (sic).
- In commenti ispirati da alcune posizioni politiche di destra, è di avere dato la stura alla slavina di una “modernizzazione” che ha infranto soprattutto regole imposte dalla morale della componente più conservatrice del cattolicesimo italiano tese a riconoscere i “senza Dio” della disgregazione delle famiglie e dell’omicidio di soggetti viventi ancorché fetali.
In queste critiche i più faticano a comprendere che una leader di un partito che per più volte nella storia ha continuato a chiamarsi “radicale” (il partito ispirato a Mazzini; poi quello di Bertani e Cavallotti; poi l’età salveminiana degli anni ’20; poi l’Italia libera di Rossi, dei Rosselli e di Calamandrei; poi la rifondazione nel 1955 ad opera della sinistra liberale guidata da Marco Pannella con un vecchio nucleo radicale sommato ad ex-azionisti) possa avere preso le distanze dal bipolarismo ideologico della politica italiana per riconoscere quel radicalismo non nell’essere ideologicamente “più a sinistra” o “più a destra” ma più intransigente in ordine ai temi e agli obiettivi trattati in materia di diritti individuali e collettivi.
E sempre quei “più” capiscono anche poco che l’appartenenza può tendere a volte più ai comportamenti di militanza che di potere.
Ma soprattutto queste critiche non tengono nel dovuto conto che Emma Bonino (come altri storici dirigenti radicali) aveva totalmente aderito alla grande scoperta del “far politica” introdotta da Marco Pannella nella politica dell’età repubblicana che ha riguardato la capacità di portare in agenda della politica stessa e del connesso dibattito pubblico i temi del corpo umano e dei comportamenti interpersonali che non riguardavano, se non di striscio, i programmi, gli appelli elettorali e la tematica legislativa. Anticipando un’onda internazionale senza la quale oggi non si può comprendere il rapporto tra i giovani e la politica.
Un’enorme scoperta che è anche entrata nel territorio in cui agivano soprattutto i soggetti religiosi, con alcuni dei quali quel radicalismo è entrato in immediato conflitto, con altri (spiegando così la visita di Papa Francesco a casa di Emma Bonino con una scatola di cioccolatini alle viste dell’ultimo peggioramento di salute) è entrato in sintonia e in mutua riconoscibilità.
In questo modo Pannella, Bonino e la “pattuglia radicale” hanno sfidato i partiti politici italiani per decenni in ordine non alla guerriglia comunicativa abituale (tattica e posizionamento), ma attorno a nodi di metodo che hanno pure salvato il principio etico del far politica e il superiore valore istituzionale del senso stesso di far politica.
- Da una parte riscontrando così il consenso di giovani aderenti al principio della politica come “ideale”.
- Dall’altra parte riscontrando così il consenso di intellettuali e persino di alcuni esponenti borghesi in nome di un “patriottismo” diventato minoritario attorno alla difesa delle istituzioni (tutte le istituzioni) che hanno sempre avuto consenso e fiducia in forma minoritaria dal popolo italiano.
Un evidente irritazione in una parte della sinistra e in una parte della destra si è espressa per l’impronta che io chiamo “post-azionista” che i radicali hanno incarnato (incarnato legittimamente, perché dopo lo scioglimento dell’Azionismo storico la confluenza avvenne verso i socialisti, i repubblicani, i socialdemocratici e i radicali con nomi e cognomi che Pannella e Bonino ben conoscevano). Una intransigenza che corrisponde anche ad un tratto di alimentazione della cultura della componente progressista della borghesia, che è stata decisiva nelle qualità democratiche europee e che è sempre più venuta meno nell’evoluzione populista degli ultimi trent’anni.
Questi spunti sono accennati per motivare che l’uso stereotipato dei concetti di destra e sinistra spiega sempre meno il ruolo di movimenti e di leader che hanno generato la loro identità combattendo in primis quegli stereotipi.
Tanto che, tra i politici più o meno della stessa generazione di Emma, si sono espressi anche antichi suoi avversari che nella revisione della loro stessa vita (per esempio Pier Ferdinando Casini, domenica su Repubblica) oggi riconoscono una coraggiosa indipendenza attorno a cause indispensabili. Così come la sinistra dovrebbe ammettere (lo spiega bene Francesco Merlo) che il proprio pantheon ha tendenzialmente abbandonato i suoi miti ideologici a favore di figure di riferimento che i radicali hanno rivendicato fin dagli anni ’50.
Un punto di sintesi lo ha ricordato Giuliano Amato (Corriere della Sera, domenica 13 settembre): “Grandi battaglie. Ideali e pragmatismo da statista. Le calza perfettamente una frase di Altiero Spinelli scritta nei suoi Diari: i visionari senza gli statisti non andrebbero da nessuna parte, ma gli statisti senza i visionari non saprebbero dove andare. Emma incarnava entrambi”.
Per dire ancora che le critiche a Emma Bonino all’interno di questo schema erano prevedibili e sono parte di un vero impoverimento culturale che dopo il dissanguamento intervenuto nella “seconda Repubblica” restano inquadrate nella pagina dei mali che la stessa Bonino considerava in questi ultimi anni un’involuzione di sistema: “il degrado e la dequalificazione della politica”.

Roma, Protomoteca del Campidoglio, Camera ardente 13.9.2026