Podcast (nuovo ciclo) n. 1 – Il Mondo Nuovo – 14.9.2026 – I soffitti e le cantine del palcoscenico della politica

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/una-lanterna-per-le-urne-del-2027/

Spotify: https://open.spotify.com/episode/2f8NRuorxrE4eYW6AkUPuH

Apriamo oggi questo nuovo ciclo di podcast settimanali sul magazine Il Mondo Nuovo.

Ciclo dedicato al complesso, cruciale, nazionale e internazionale,  anno elettorale che sta per arrivare in Italia, in Europa e nel mondo.  Denso di incognite che al momento sovrastano le speranze. Sentimento, quello della speranza,  che dovrebbe essere sempre forte nell’evento centrale e simbolico di una democrazia.

È giusto dire in partenza che il voto del 6 settembre nella piccola ma emblematica regione tedesca della Sassonia-Anhalt non può che accelerare un approccio  con lo sguardo all’intera questione elettorale dell’anno prossimo. Anche perché a ruota di quell’esito disponiamo di stime demoscopiche sul balzo dei principali  partiti di estrema destra in Europa. Ecco il balzo, confrontando la stima di voto prima e dopo questo ciclone nelle dimensioni nazionali.

  • Germania – AfD (Alternative für Deutschland)

Da 20,1% a 28%

  • Polonia – Konfederacja Wolność i Niepodległość (abbreviato semplicemente in Konfederacja) –

da 29,3% a 35%

  • Gran Bretagna-  Reform UK

da 14,3% a 23%

  • Spagna – Vox

da 12,4% a 20,3%

Da sondare:

  • Italia – FN – Futuro Nazionale
  • Francia – Reconquête!

Poi ci sono movimenti e partiti simili dappertutto.

L’approccio qui  resta quello del ciclo quadriennale dei podcast precedenti. Indagare la “rappresentazione” di un fenomeno. Come esso è raccontato, come è messo in scena, come fa discutere e pensare. Dove sta la regia del dibattito pubblico che ne scaturisce. Ma anche cogliere i nessi tra paese e paese, tra problema e problema. Insomma, sfuggire un po’ dalla prigionia della notizia in sé. Così che nel giorno di debutto ho pensato di fare una visita virtuale a quel palcoscenico.

Pur mirando a cogliere meglio i nessi tra situazione internazionale, nazionale e locale, penso di riuscire a non dire ovvietà solo fra un po’. Dopo aver sbucciato contesti diversi. Oggi, per cominciare, mi accontento intanto del teatro italiano. Quello in cui  il confronto riguarderà il Parlamento italiano (a cui si connette anche la predisposizione per il rinnovo del  Quirinale, che pur formalmente scade nel febbraio del 2029) e riguarderà 200  comuni (tra cui i tre più grandi d’Italia).

Insomma, un teatrone, altro che teatrino! File di palchi e grande platea. Sa cui, seduti con il palco a vista, è normale alzare lo sguardo ai rinomati soffitti. Immaginiamo infatti  che su quei  soffitti siano dipinti affreschi simbolici delle speranze. E che nelle cantine (quelle che dalla platea non si vedono) siano riposte e un po’ nascoste la malintenzioni, le dietrologie, le mire  più o meno confessabili.  In poche parole, gli interessi di parte che appartengono all’intrinseco gioco di potere che le elezioni contengono per natura.

Vi dirò cosa ho rinvenuto. E poi in alcune occasioni sentirò qualche parere autorevole oppure citerò l’opinione di esperti. Perché un podcast dovrebbe essere non solo fatto di emissioni di parole ma anche di ascolti di voci meritevoli. Al centro del grande soffitto del nostro virtuale teatro elettorale c’è una  sorpresa straordinaria. Mani invisibili (il Destino? gli Intellettuali? i vecchi Nostalgici delle sezioni di partito? i Giovani Ironici di qualche centrosociale?) hanno raffigurato in questo contesto virtuale  le speranze attraverso pitture allusive ai più grandi e celebri affreschi rinascimentali italiani. Eccone schierati tre: uno a sinistra, uno al centro e uno a destra.

A sinistra ecco la trasfigurazione della Creazione di Adamo tratta dalla Cappella Sistina. Il nostro Adamo non ha sembianze note. Ma è, con evidenza, un fondatore, un nuovo pioniere, disposto a pagare il prezzo delle sofferenze per assurgere a mito. Il tema è dunque quello della drammatica ma non impossibile soluzione della leadership.

Al centro – facile capire la metafora – l’allusione è alla Cupola del Duomo di Parma e dunque all’Assunzione della Vergine, qui rappresentato come l’Assunzione delle Vergini, le due leader di destra e sinistra che (nelle speranze dei centristi) finiscono in cielo e tolgono di mezzo la bella mitologia delle giovani donne al comando, nel senso del prezzo da pagare per togliere di mezzo anche il bipolarismo.

A destra – anche qui la percezione metaforica è piuttosto facile – l’allusione è plateale: è la Camera degli Sposi del Palazzo Ducale di Mantova in cui si dipinge l’addomesticamento del generale Vannacci alla coalizione e dunque la soluzione di garanzia per il felice esito delle elezioni  parlamentari italiane

La Creazione di Adamo nella Cappella Sistina (Michelagelo Buonarroti, 1511)

Duomo di Parma – Assunzione della Vergine (Correggio, 1524-1530)

La Camera degli Sposi (o Camera Picta), Castello di San Giorgio, parte del Palazzo Ducale di Manova (Andrea Mantegna 1465-1474)

A prima vista è un tripudio di colori, barocchismi attrattivi, reminiscenze di antichi valori e desuete estetiche. Dunque, sogni ad occhi aperti. Perfetta tessitura accattivante dell’intero tonachino (così si chiama la base ruvida degli affreschi) per dare vigore al cielo stellato che i partiti si agurano di rivedere mentre oggi infuria l’oscurità del cammino smarrito.

E così scendiamo anche nelle cantine. Le nostre metaforiche cantine.

Il luogo al riparo dalla vista, dalle curiosità, dalla trasparenza. Luogo di archivio, ma anche nascondiglio. Servizio alla sicurezza, ma soprattutto servizio al possesso di piccoli e grandi segreti. E cosa è segreto in politica? L’indicibile. Cioè quanto è sotteso dalla posta in gioco di un potere che non è sindacabile realmente durante un mandato. È una cambiale che scadrà. Ma che pochi considerano come oggetto di verifiche giorno per giorno.

In queste cantine ci stanno – per esempio – gli archivi delle leggi elettorali. E con esse i punti esclamativi che cominciarono quando nel 1953 gli avversari della DC chiamarono “legge truffa” il tentativo di De Gasperi di consolidare la maggioranza con un fattore premiante. Il tema ritorna. E ritorna anche l’esagerazione. Così come ritorna il tema del diritto dei cittadini di scegliere gli eletti, cioè di non vederseli decisi dalle segreterie dei partiti in relazione alla loro fedeltà ai capi pro-tempore.

Per capire così una “cantina”  della politica qui troviamo non solo l’indignazione per questo diritto sottratto. Ma anche un quintale di proteste su come – nel tempo in cui gli elettori avevano la facoltà di scegliersi l’eletto – molto o comunque parte finiva in “voto di scambio”. Io ti voto se tu mi garantisci un favore: un posto, un lavoro, una pensione, una invalidità. Persino un posto all’asilo o una tutela che dovrebbe essere garantita dalla legge ordinaria e non dalla corrutela/tutela instaurata dappertutto in tutte le latitudini della politica.

C’è anche un reparto dei nuovi attrezzi del teatro. Diamo uno sguardo rapido. Ma la soluzione del ritorno alla libera scelta degli elettori a fronte della garanzia dell’impraticabilità del voto di scambio non mi è parso di vederla in bella mostra. Così che se toccherà parlare di nuove leggi elettorali quello che appare a prima vista è che esse, in un modo o nell’altro, saranno vecchie (o dimezzate) leggi elettorali.

 Qui – in materia di legge elettorale – abbiamo visto nei giorni scorsi alzarsi il livello di scontro che continuerà fino all’esito del provvedimento che ora torna alla Camera. Ne parleremo ad hoc quando maturerà il posizionamento di adattamento non quello retorico di indignazione reciproca. Il conflitto appariva più nel centro-destra. E la premier, pur tentata dall’emendamento del centro-sinistra con i suoi alleati in fibrillazione, ha scelto di raffreddare il clima della sua coalizione. È chiaro che c’è un registro del confronto diciamo di gestione del potere e del controllo sugli eletti che è trasversale. Ma c’è poi un registro che è funzionale al consolidamento o allo smantellamento del bipolarismo quasi perfetto. Su questa chiave registriamo lo sviluppo delle schermaglie e al momento opportuno tenteremo un bilancio.

Ciò vale anche per il dossier “Che fare per recuperare concretamente al voto gli astensionisti?”. Una causa è stata finora certamente tecnica (distanze, difficoltà operativa di votare). Un’altra è stata quella di veder cresciuta la sfiducia. Ma dentro questo contenitore in crescita c’è chi attribuisce la crisi  a valori e proposte ideali. E chi invece percepisce di non essere più favorito nel tornaconto personale. Per ora non vola un pensiero nuovo e coraggioso da nessuna parte. Anche qui qualche riflessione dovrebbe maturare sul “caso Sassonia” in cui sollevando allarme sul quadro degli interessi economici dei cittadini – soprattutto del ceto medio – anche radicalizzando fino all’autolesionismo di sistema la causa migratoria, le urne hanno riportato a casa un pezzo di astensionismo in buona parte “trumpianamente”  riguardante il voto operaio.

Ogni cosa avviene con i pro e i contro. Queste cantine in verità sono un posto ambiguo. Pieno di cose da analizzare bene, prima di mettere i ritrovamenti sul conto dell’obsolescenza, dell’insufficienza, dell’involuzione o della patologia. Non c’è tempo ora per continuare l’argomento. Ma se i partiti premieranno la propaganda nella corsa alle urne, qualcuno dovrà anche tentare l’indagine critica. Nel nostro piccolo, vedremo se e come sarà possibile.

Avrei voluto svolgere qui qualche considerazione in più sulle motivazioni (locali e globali) della vittoria dell’Afd tedesca in Sassonia (45% contro meno del 18% della CDU) ma, per chi vuole rimando al testo scritto, perché il tempo di un podcast deve avere i suoi limiti (1).

Chiudo quindi con  la promessa citazione di riferimento (che dai media o raccolta di persona costellerà sempre questi interventi) che oggi è tratta dal Sole-24 ore di domenica 6 settembre.  

L’editoriale di Sergio Fabbrini (un analista di politiche europee che leggo sempre con interesse) è stato dedicato alle destre nazionaliste in rapporto alla UE. Questa citazione vuole unire la visione del problema di fondo del futuro dell’Europa al significato del confronto elettorale del 2027 che riguarda Germania (dopo l’exploit della AFD in Sassonia), Francia (con i sondaggi oggi a favore di Le Pen e Bardella), Polonia (con il ritorno possibile di Kascinsky), Spagna (con il progressivo cedimento dei Popolari verso l’asse con Vox) e con l’Italia in cui Meloni conserva chances di successo senza per ora chiarire i connotati esatti della coalizione.

Due interpretazioni – scrive Fabbrini – sulla nuova destra e la UE:

  • i nazionalisti restano marginali perché non sanno gestire la complessità funzionale della UE;
  • al contrario possono farcela se si melonizzano,  cioè se ottengono capacità di influenza attraverso un progressivo apprendimento delle regole UE.

Oggi la UE è frutto dell’equilibrio tra la sua componente intergovernativa e quella sovrannazionale. Fabbrini dice che sbaglia la sinistra quando dice che Meloni ha combinato poco o nulla a Bruxelles.  Sostiene invece che ha portato avanti la componente intergovernativa rispetto all’altra ottenendo la divisione permanente della UE. E conclude:

“La melonizzazione delle destre nazionaliste significa favorire strategicamente la componente intergovernativa. Che tuttavia è disegno più congeniale agli stati membri più grandi e più forti del nostro”. Quindi “una posizione inadatta agli interessi italiani”.

Adesso settimana per settimana scenderemo sui cantieri elettorali più significativi.

(1) – Non c’è spazio per allungare il podcast. Ma in questa versione scritta posso richiamare la nota scritta il 7 settembre al momento dei (poi confermati) exit-poll sul voto degli elettori della regione Sassonia Anhalt.

Dopo il voto in  Sassonia

FB – 7.9.2026

Stefano Rolando

Nel magma di una rivolta globale contro l’elitarismo progressista, in cui la cultura sociale riformatrice ha ceduto il passo a una sorta di progresso illusorio perché prevalevano le regole delle oligarchie digital-finanziarie del capitalismo, ci sono componenti diverse.   Da quelle di origine religiosa contro l’espansione dei diritti di genere a quelle di origine sociale contro l’impennata del costo della vita;  a quelle di origine etnico-razziale contro le ibridazioni  e le migrazioni; a quelle disposte a credere nella maggior mitezza del “nazionalismo” rispetto al volto sconosciuto e rapace della finanza globale. E infine a quelle della ribellione della maggioranza non laureata stufa di sentire il peso gerarchico dei “laureati” nella vita, nel lavoro e nel dibattito pubblico.

Tutto ciò oggi,  a quattro generazioni passate dal crollo del fascismo e del nazismo, non può chiamarsi adeguatamente solo “neofascismo” e “neonazismo”.  È questa la ragione per cui un giornalista progressista, il direttore della Zeit,  di origine italiana, Giovanni Di Lorenzo, avvertiva mesi fa di non chiudere il fenomeno di crescita dell’AFD tedesca al neo-nazismo, pur essendo chiari i tratti politico-culturali di estrema destra. L’ambiguità (un po’ di nuovo e un po’ di vecchio, un po’ di sociale e un po’ di economico, un po’ di locale e un po’ di globale) di fenomeni fulminanti (l’ascesa di Trump) è il collante stesso di questo rovesciamento elettorale diffuso.

Elettorati tradizionalmente di sinistra, persino quelli inquadrati nelle garanzie della classe operaia, passano armi e bagagli a votare per chi vuol rovesciare il tavolo del potere acculturato e apparentemente progressista. E a sinistra passano circoli e salotti che hanno cose da difendere, tra cui la “razionalità” nella gestione degli affari comuni.

Questo nuovo algoritmo della politica mondiale ha bisogno di un nuovo dizionario e di nuove decifrazioni. Ma non svanirà solo perché i suoi leader avvertiranno con vergogna di essere apparentati ai vecchi fantasmi del fascismo e del nazismo.

Inizia un tempo subacqueo. Non credo che  chi grida al neo-nazifascismo passerà  alla clandestinità partigiana. Passerà spero alla seria sorveglianza democratica. In cui i  principi di studio e razionalità non vanno dismessi perché diventano cruciali.  Ma ad essi si devono piegare i gruppi dirigenti della politica, lavorando duramente nell’analisi e nella rielaborazione. Costruendo proposte e producendo cantieri dimostrativi. Non pensando che alzare la voce, sbandierare in piazza  anatemi, restituisca primati. Il vuoto lo creerà la probabile insipienza di governo delle complessità di questo estremismo intransigente a parole.  Drammatico se, allora,fossero possibili soltanto altre intransigenti parole.

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